Difficilmente costituzionali, le quote rosa viste da Paul Hastings

– E  così ci voleva Paul Hastings per risvegliarci dal sonno della ragione, costringendoci a farci una domandina del tutto marginale che, nella foga di assecondare la lobby femminista europea e italiana, abbiamo accantonato: siamo sicuri che la legge sulle “quote rosa” nei consigli d’amministrazione sia costituzionale? A quanto pare, secondo un recentissimo report della famosa law firm,  la risposta non è così scontata.

Abbiamo già avuto un precedente, nel 1995, quando la Corte Costituzionale dichiarò l’illegittimità costituzionale della legge n. 81 del 1993 (e seguenti modifiche), che introduceva nuove regole in materia di elezioni amministrative, fra cui l’elezione diretta del sindaco, laddove prevedeva che “nelle liste dei candidati nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura superiore ai due terzi”.

La Corte, in quell’occasione, bocciò la norma sia con riferimento al primo comma dell’art. 3 della Costituzione (vi ricordate? Quello della “uguaglianza formale”…. “tutti sono uguali davanti alla legge senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”), sia rispetto al ben più complicato secondo comma (quello dell’ “uguaglianza sostanziale”… “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”).

Senza mezze parole, la Corte ci ricordò che il principio di uguaglianza si pone prima di tutto come regola di irrilevanza giuridica del sesso e che, comunque, rimuovere gli ostacoli che impediscono alle donne di raggiungere determinati risultati garantendo, come vorrebbe la Costituzione, la parità dei punti di partenza, è ben diverso dall’attribuire direttamente i risultati stessi!

Sintomo dei tempi, si potrebbe dire. Infatti l’interpretazione dell’articolo 3 è sempre stata una cartina al tornasole dello stato della politica, in quanto la prima metà della norma ci parla di stato liberale, mentre la seconda metà ci parla di stato sociale e interventista. Il raccordo e la mediazione fra le due parti è dato dalla ragionevolezza, dal sentire comune, da scelte puramente politiche.

Il caso quote-rosa nei CDA è del tutto simile.

Nel rispetto degli indirizzi europei contenuti nella recentissima “Green Paper on Corporate Governance”, gli stati si stanno attrezzando per aumentare il numero di presenze femminili nella “stanza dei bottoni”.

Alcuni hanno introdotto le quote rosa con periodi transitori di diversi anni, per consentire alle società di rinnovare i loro board senza eccessive forzature (Francia e Belgio, ad esempio), sanzionando la disobbedienza alla norma con la nullità della nomina del consigliere del sesso “sbagliato” e, nel caso del Belgio, partendo dall’aumento del numero di direttori donne, prima che dal numero di membri del CDA. La Francia ha provveduto anche a fare un intervento di maquillage normativo alla propria costituzione, altrimenti la norma non sarebbe stata del tutto compliant.

La Germania ci sta ancora ragionando, visto che anche lì sarebbe incostituzionale scegliere una donna al posto di un uomo se il concorrente di sesso maschile risulta più qualificato per il ruolo.

L’Italia invece si è lanciata a spron battuto nella grande battaglia per la distruzione del soffitto di cristallo: la legge, che riguarda solo le aziende pubbliche quotate e le private controllate dallo Stato, è in vigore dal prossimo agosto e quindi i CDA e i collegi sindacali che verranno rinnovati dopo tale data dovranno obbligatoriamente essere composti per almeno il 20% da donne (rectius, “il genere meno rappresentato”), mentre dai successivi rinnovi “il genere meno rappresentato deve ottenere almeno un terzo degli amministratori eletti”.

In compenso la legge vale solo per tre rinnovi successivi, confidando evidentemente che dal quarto in avanti le società avranno capito la lezione.

Peraltro, con questa fretta il Parlamento italiano dimostra di considerare piuttosto indifferente la composizione dei CDA delle imprese pubbliche o controllate, come se questo cambiamento brusco di teste al vertice non potesse impattare sulla fiducia dei partners commerciali o sui risultati economici delle aziende. Il che è tutto dire.

A differenza degli altri stati europei, le sanzioni per la mancata ottemperanza alla legge non si limitano alla nullità della nomina extra-quota, ma il Legislatore ci mette il carico da novanta di grosse pene pecuniarie (da 10mila euro a 1 milione). Anche se, forse, per le imprese interessate non sono poi così grosse. Infatti la Francia non le ha introdotte perché le ha ritenute troppo facili da bypassare.

Dove troveranno tutte queste donne in così poco tempo è al momento un mistero.

Del resto la legge non impone di selezionarle in base a qualche merito o competenza, né tanto meno di considerare in qualche modo le richieste o preferenze degli eventuali azionisti, e quindi, a meno che la Consob, che sta lavorando al regolamento attuativo, non introduca qualche parametro, i vuoti potranno essere facilmente colmati con le sorelle/mogli/amiche/cugine/amanti di.

Vista così, la norma non sembra proprio rispettosa dello spirito dell’articolo 3 della Costituzione. Quell’articolo ci consigliava di prendere in considerazione gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono alle donne di accedere non solo ai CDA e ai collegi sindacali delle società pubbliche e controllate, ma anche ai ruoli dirigenziali di aziende private, università, istituzioni.

Quali sono gli ostacoli? La mancanza di supporto da parte dello Stato o della società negli impegni familiari? La rigidità del lavoro, valutato ancora per quantità, orari prestabiliti e presenza in un luogo fisico, piuttosto che per qualità e rendimento complessivo, magari in un contesto flessibile per spazio e tempo? Non lo sappiamo. Non ne abbiamo parlato.

La Comunità Europea e il femminismo militante hanno avuto il loro contentino. Il soffitto di cristallo non ha nemmeno un’incrinatura.


Autore: Alessia Zambon

Nata nel 1981 in terraferma veneziana, si è laureata in giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Bologna. Ora vive a Roma dove, da giurista d'impresa, si occupa prevalentemente di diritto amministrativo e diritto delle telecomunicazioni." (il minimo sindacale...)

3 Responses to “Difficilmente costituzionali, le quote rosa viste da Paul Hastings”

  1. “Dove troveranno tutte queste donne in così poco tempo è al momento un mistero.”

    Il paese è pieno di mogli, figlie, cognate e igieniste dentali.

  2. questo avviene perchè le femministe sono le mogli/figlie/sorelle dei leader di partito o dei possidenti economici .
    le femministe sono una casta burocratica d’alto bordo e si sono semplicemente assicurate che il posto per loro sia dato per legge, delle altre donne o dell’efficienza sul lavoro non se ne fregano un tubo.
    trattasi di un residuo di mentalità medievale: il ruolo per nascita.

  3. Guit scrive:

    Mi interesserebbe sapere se qualcuno ha mai posto l’ipotesi che la differente rappresentanza per sesso possa avere ragioni diverse dal “tetto di cristallo”. Non ho mai sentito alcuno proporre una lettura diversa che spieghi almeno in parte le disparità in modo diverso dall’accusare tutta la società di maschilismo.
    Per esempio: se poni la domanda del perché nei cantieri non ci sono donne, le risposte possono essere grosso modo di due tipi: a) gli uomini sono *per natura* più adatti; b) gli uomini impediscono alle donne di accedere alle miniere.
    Mai nessuno che dica come stanno realmente le cose …

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