Apocalisse ora

«Quanto alla gente che accuso, non li conosco, non li ho mai visti, non ho contro di loro né rancore né odio. Sono per me solo entità, spiriti di malcostume sociale. E l’atto che io compio non è che un mezzo rivoluzionario per accelerare l’esplosione della verità e della giustizia. Ho soltanto una passione, quella della luce, in nome dell’umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto alla felicità. La mia protesta infiammata non è che il grido della mia anima».

Queste parole le ha scritte Emile Zola in un passo della sua famosa lettera aperta pubblicata il 13 gennaio 1868 sulla prima pagina del quotidiano francese L’Aurore. La lettera era indirizzata al presidente della Repubblica Francese e le parole erano in difesa di Alfred Dreyfus, protagonista, innocente, di una degli scandali più bui della storia francese.
Queste parole, nello spirito, mi ricordano quelle che, con incerta sintassi, Diego Della Valle ha rivolto alla classe politica italiana.

Il J’Accuse dell’imprenditore marchigiano sembra dettato, come tema interiore, dalla classica sindrome del “sono chiamato a”. E’ la sindrome di quelli che si sentono emanazione di uno spirito che pervade la società. Che si sentono “chiamati a” incarnare ed interpretare un ruolo in nome di qualcosa di imprescindibilmente urgente ed alto.
Ma, mentre nella sua proverbiale lettera Emile Zola accusava (con nomi e cognomi) Tizio, Caio e Sempronio, Della Valle se la prende, e accusa, tutti, quasi indistintamente.

«Politici, ora basta»

«Il vostro agire attento solo ai piccoli o grandi interessi personali o di partito ci sta portando al disastro»

«Gli italiani non hanno più stima di voi»

«State dando uno spettacolo indecente»

«Buona parte degli appartenenti a tutti gli schieramenti»

Queste sono alcune delle frasi di Della Valle – ma questo non è un articolo sulle esternazioni degli imprenditori, di quella parte di società civile alla quale abbiamo dedicato un pezzo qualche settimana fa descrivendola come una società civile dalla memoria corta. Ma, questo, è un articolo sull’antipolitica, o meglio, su una delle conseguenze di questi codici dell’antipolitica che determinano una sorta di sindrome … apocalittica.

Mi spiego.
E’ antipolitica ogni forma di partecipazione politica che pone come primo assunto quello della negazione della politica stessa. In poche parole: “prima di me, il diluvio”. In Italia ci siamo abituati da vari decenni. Si fa leva sui, sacrosanti, malumori e mal di pancia socialmente presenti nei confronti delle discrasie dell’agone politico e della classe dirigente, per porsi come nuovi soggetti politici. Che fanno e faranno politica, ma che non provengono (geneticamente) dalle logiche o dalle appartenenze politiche. Spesso si tratta di bluff. Spesso chi si pone come “il nuovo” non lo è per nulla, ma fa, semplicemente, in modo di cancellare le sue tracce di appartenenza o affiliazione politica. Si traveste di verginità.

L’antipolitica è, nell’immediato contemporaneo italiano, la chiave vincente per smuovere le viscere delle masse. Basta dirgli: “fanno tutti schifo indistintamente”.
Questa logica provoca tre ipotetiche retroazioni sociali:
1) sano scetticismo nei confronti di queste logiche antipolitiche
2) speranza che gli antipolitici dell’oggi possano diventare i salvatori della patria di domani
3) speranza in una sorta di apocalisse politica.

Ieri sera parlavo con l’amico Luca, persona colta e sensibile, che mi diceva: «Spero che l’Italia vada in default. Spero che il paese fallisca, solo così potremo salvarci».
Salvezza morale (una nuova classe dirigente), salvezza etica (un nuovo e compiuto senso dello Stato), e salvezza economica (azzeriamo le logiche economico-finanziarie di una contemporaneità fetente).

Il pensiero dell’amico Luca è un desiderio che, in certi casi esplicito ed in altri latente, possiamo riscontrare a vari livelli sociali.
Livelli intergenerazionali e interculturali.
I sottotesti di molte formule della dialettica, della partecipazione e della chiacchiera da bar politica sono all’insegna del “solo la distruzione e la disgregazione potrà farci rinascere”. E’ la dimensione salvifica dell’ Apocalisse come paradigma culturale. La fine, l’annichilimento, l’azzeramento, come luogo simbolico dal quale rinascere mediante il giudizio e la sanzione.

Non indigna solo Berlusconi, ma tutti. Tutti i politici solo metafora narrativa di un paese malato. Ed allora facciamo morire il paziente, per poi sperare in nuova vita, più o meno celeste. Apocalisse Ora per rifondare il paese.

La logica dell’Apocalisse politico-sociale è un modello costitutivo della circolarità storica. Torna a ripresentarsi, in formule diversificate, ogni qual volta le società sono all’acme della loro crisi ideologica. Il climax di una crisi politica, della sindrome da disfacimento, porta sempre con sé frazioni apocalittiche.

Esempio:
Nel 1914 l’ Italia si spacca.
In Europa è iniziata la carneficina.
Inglesi, Francesi, Austriaci, Tedeschi, Russi, e poi tutti gli altri, si scannano nelle trincee.
Bisogna prendere una decisione. Guerra o non Guerra?
Una parte del paese è rappresentata dai neutralisti: sono socialisti, cattolici, liberali.
Della Guerra non vogliono neanche sentirne parlare.
Dall’altro lato ci sono gli interventisti.
Invadono le piazze. Giovani e vecchi.
Sono repubblicani, conservatori, socialisti riformisti, nazionalisti, e poi, ben numerosi, i sindacalisti rivoluzionari. Questi ultimi vedono la Guerra come lo strumento che porterà alla rivoluzione delle masse. Distruggere i valori di classe ottocenteschi con una grande carneficina, con un olocausto (sacrificio attraverso fuoco), che porterà all’ azzeramento dell’esistente, ed alla formulazione di una nuova era sociale.

Questo codice dell’apocalisse politica è spesso intrecciato con dinamiche nichiliste e spesso con retropensieri anarchici o anarcoidi. E fin qui tutto bene. Sono linee di pensiero che, volenti o nolenti, fanno parte della ricchezza culturale della filosofia politica e della cultura tout court.
Il problema è un altro. Il problema si presenta quando dietro alle tensioni (nel senso di aspirazioni) apocalittiche si nascondono i germi della peggior bestia della nostra cultura: il qualunquismo.

E questo è un dramma. Il qualunquismo è cecità morale, etica e civile. Il qualunquismo è un giudizio pigro, è assenza di prospettive. Il qualunquismo è la proiezione sul mondo delle proprie conflittuali grettezze e frustrazioni interiori.
Il qualunquismo, nel nostro paese come in tutti gli altri, quando si diffonde è letale perché semina il dubbio che la partecipazione politica sia un disvalore.
Il motto per il quale “i politici sono tutti uguali” è il motto che rafforza i peggiori politici. E’ la logica che ci fa correre il rischio che in nome dell’assenza d’alternative valide … i criminali rimangano al potere.

E quando sentiamo parlare di salvifica apocalisse … grattiamoci!

P.S. Il mio amico Luca, ovviamente, non appartiene a questa categoria di italiani minorati civici.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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