Partiamo dal referendum per riprenderci il futuro

– Silvio Berlusconi sbaglia priorità, o almeno: sbaglia a raccontarle.
E si rivolge alla stampa, e quindi al paese, con parole che potrebbero risultare poco rispettose della volontà popolare, deus ex machina di ogni controversia che l’ha riguardato, principio portentoso che ne ha determinato a lungo la forza, come fosse stato un potentissimo e invincibile cavaliere Jedi.

“Non mi sto interessando alla legge elettorale – rivela – Quello che mi sta a cuore in questo momento è continuare a lavorare per portare l’Italia al riparo dall’attacco al nostro debito pubblico”.

Si fa scudo umano, insomma, s’immola quasi fisicamente per la patria, si sacrifica per il paese natio, però il referendum no: robetta secondaria, materiale buono per gli smidollati dell’opposizione cui lascia il bottino di un corposo capitale comunicativo (che da quelle parti, però, non sanno mica spendere).

La rivelazione del premier lascia un po’ sorpresi, perché dimostra una certa disattenzione: Berlusconi non ha più termometro per misurare il clima del paese. Certo, neanche altri dimostrano di possedere strumenti di misurazione incredibili, anzi. Eppure il sintomo di un certo malessere è evidente come i bubboni della peste, non ci vuole particolare genio interpretativo per coglierne il senso: il numero di firme raccolto ha impressionato anche il duro cuore di Maroni, la cui apertura ha suscitato maretta dalle parti della Lega.

Così, mentre maggioranza e opposizione litigano, non tra di loro, ma mescolati in mini schieramenti trasversali, come in un Risiko multicolor, emerge con evidenza la difficoltà dell’attuale classe dirigente di comprendere i cittadini, di interpretare non tanto i gorgoglii della pancia, quanto i moti del cuore delle persone.

Un fatto che in fondo non stupisce: un parlamento di nominati, come l’attuale, nel quale è saltato il raccordo tra singolo parlamentare e territorio d’elezione, è necessariamente inetto da questo punto di vista, in senso letterale. Non ha, cioè, gli strumenti, quali il legame con le persone, il peso, persino emotivo, di un mandato diretto dalla gente, il viaggio nei luoghi, il bagaglio degli umori emersi in campagna elettorale, necessari per connettersi con le aspettative degli elettori.

Quelli che hanno firmato per ben un milione e duecento mila volte e che, sinceramente, se ne infischiano del timore serpeggiante nelle segreterie in cui si discute dell’opportunità, per perdere un po’ di meno o vincere per qualche voto in più, d’andare al voto anticipato con il Porcellum. Sarebbe una beffa, soprattutto in termini comunicativi: ne verrebbe fuori una campagna elettorale più simile a un corteo funebre che a una festa partecipata.

Il tema chiave, infatti, è proprio questo, e riguarda il contenuto intorno al quale sono state costruite le campagne di comunicazione per promuovere la raccolta firme. Per i cittadini, infatti, la questione abrogativa, il possibile ritorno al Mattarellum, il tema della validità costituzionale dei quesiti proposti, sono tutti argomenti secondari. Non che la politica debba considerarli alla stessa stregua, è ovvio, ma deve saper cogliere il contesto. Come hanno saputo fare i promotori del referendum.

La narrazione proposta è stata, infatti, molto chiara e ha riguardato la volontà di scegliere, di prendersi, quindi, un ruolo nel gioco politico. È un tema nodale che dimostra come le persone, più che appassionarsi all’anti-politica, cioè al rifiuto della politica, preferiscono, invece, incidere per riportare una buona politica. In un paese come la Germania, infatti, dove vige una legge elettorale con le liste bloccate, nessuno si è sognato di alzare un polverone come da noi: perché il governo e la classe dirigente funzionano meglio.

Il desiderio di partecipazione, quindi, non è solo motivato dalla volontà di ri-attribuirsi un diritto, ma anche da quella di approdare a un paese migliore. Ecco il frame, la chiave di lettura complessiva del racconto Italia: riprendiamoci il futuro. Il come è persino meno urgente del cosa. Questa volta ha riguardato il metodo di selezione della classe dirigente.

Porre in secondo piano, quindi, le aspettative di partecipazione al proprio futuro espresse dai cittadini in maniera così massiccia – come, sbagliando, ha fatto il premier – significa negare uno spazio di partecipazione agognato e, soprattutto, benefico. Perché contribuirebbe a ricostruire un clima di fiducia, a sanare certe fratture tra palazzo e piazza che, a causa di errori sul piano delle politiche economiche e di mancanze su quello decisionale, sono ormai arrivate al culmine.

É il referendum, allora, la via giusta? Forse, ma non solo. È, invece, una narrazione nuova dalla quale debbono discendere scelte politiche e comportamenti dei dirigenti.
Riprendiamoci il futuro. Tutti insieme. Cittadini e (buona) politica.


Autore: Federica Colonna

Nata a Viterbo nel 1979, dopo la maturità classica si laurea in Scienze della Comunicazione e lavora come consulente politico per Running, gruppo Reti. Da libera professionista realizza più di dieci campagne elettorali, tra cui quella per l’attuale sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera, ha un blog su Il Fatto Quotidiano e uno sull'Unità.

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