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In un clima da fine guerra, guardiamo al dopo, anche a dopo il default

– In Italia stiamo sprofondando in una crisi di governabilità senza precedenti, in cui diventano problematiche anche le decisioni all’apparenza più lineari, come la designazione del nuovo Governatore di Bankitalia al posto dell’uscente Mario Draghi.

La questione sarà al centro del vertice di maggioranza convocato per oggi dal Premier a Palazzo Grazioli – insieme all’altro “Aspettando Godot” decreto sviluppo. E’ possibile che alla fine salti fuori il nome del candidato naturale, Fabrizio Saccomanni, sulla cui designazione il Ministro dell’Economia ha tentato di mettersi di traverso in modo scorretto, sponsorizzando l’attuale direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli.

Se così sarà, i quotidiani titoleranno: Berlusconi e Draghi vincono lo scontro con un Tremonti sempre più isolato. La realtà è che il muro contro muro su Bankitalia è la metafora dell’oscurità definitiva scesa su una stagione politica in esaurimento. E’ raro che il governo riesca a trovare un accordo su qualunque tema, dalle spinose questioni di politica economica alla nomina di un funzionario dello stato. E quando Berlusconi riesce a tenere compatti “i suoi”, scatta il veto della Lega che paralizza l’esecutivo. La trama è ormai nota.

Il governo ha oggi una capacità di forgiare il futuro dell’Italia inferiore a qualsiasi altro governo europeo in carica, Grecia compresa. Il paese si trova allo sbando economico e culturale. L’esecutivo ha una “inferiorità” indiscussa su ogni suo “pari” all’interno del G-20. La debolezza dell’euro e le dimensioni modeste dell’economia danno all’Italia un peso nullo in tema di commercio e finanza. Le imprese italiane hanno perso la sfida della globalizzazione e non sono riuscite a penetrare efficacemente nel mercato asiatico.

Bankitalia è una delle poche istituzioni credibili in una fase sempre più simile alla fine di una guerra. Il dopoguerra è sempre un momento di grandi prospettive, non dimentichiamolo, di solito accompagnato da un fervente dibattito politico e dall’innovazione istituzionale. Quando la lotta per la sopravvivenza di Berlusconi sarà finita, chi governerà il paese dovrà dotarsi di una strategia, di un grande progetto per guidare la nave dello stato.

La strategia consiste in primo luogo nell’identificare le criticità e immaginare come superare o almeno stemperare il loro potenziale distruttivo. Il piano di riassetto dovrà essere adatto al momento, poiché un progetto pensato per mantenere la stabilità durante un periodo di crescita potrebbe non funzionare in un periodo di recessione.

La nostra visione liberale per la ricostruzione dell’Italia è nota, un aspetto andrebbe tuttavia evidenziato: la crisi del debito sovrano sta prendendo d’assalto il mondo, facendo della divisione tra stati con i conti in ordine e stati con i bilanci pubblici intossicati l’ultima linea di frattura globale. L’instabilità del panorama globale contemporaneo dipende essenzialmente dall’eccessivo indebitamento internazionale.

Guardare avanti nel tempo, oggi, alla vigilia di un possibile default italiano, può sembrare un’impresa temeraria, ma le tendenze emergenti sono già visibili.

Il capitalismo digitale sta prendendo il sopravvento sul capitalismo industriale. Il modello sociale basato sul welfare elefantiaco è da tempo insostenibile. Lo Stato-nazione è attaccato da più parti e sembra destinato ad arrendersi all’integrazione transnazionale.

Da queste pietre miliari essenziali si svilupperà un nuovo ciclo della storia italiana che squarcerà le tenebre del berlusconismo come la prima luce del giorno intacca l’orizzonte.

In questo scenario, oltre a svolgere al meglio e con assoluta indipendenza le sue funzioni istituzionali, il successore di Mario Draghi potrebbe dare un contributo significativo a evitare che l’azione di risanamento dei conti pubblici destabilizzi ulteriormente l’economia. Non possiamo fare altro che augurargli buon lavoro.


Autore: Pierpaolo Renella

Nasce a Chieti, 18 anni dopo Sergio Marchionne. In seguito si trasferisce a Milano e, dopo la laurea in Giurisprudenza, entra nell’industria bancaria, senza più uscirne: prima negli Stati Uniti, poi in Italia, con esperienza in varie attività del mercato dei capitali, dal securities lending ai prodotti strutturati derivati dall’azionario. Liberale sui generis (non è attaccato al denaro), Crociano e Boneschiano in gioventù. Formula politica preferita: non unione di forze laiche, ma unione laica di forze. Massima filosofica: la verità ti rende libero, quando avrà finito con te!

7 Responses to “In un clima da fine guerra, guardiamo al dopo, anche a dopo il default”

  1. Alessandro scrive:

    Bellissimo articolo. Peccato che questa linea è minoritaria dentro Fli, posto che Fli esista ancora o sia mai esistita. E con essa una linea di Fli.
    Non avete un partito ragazzi, e non avete voti!

  2. Alessandro, con tutto il rispetto, ma cosa diamine stai dicendo?

    Hai confuso una semplice analisi con una linea politica. Ma dai! Sempre con questa ossessione dei voti, delle linee, dei partiti. Ma per cortesia, sono cose che puzzano terribilmente di morte della politica!
    Tiriamoci su e pensiamo con la nostra testa. Ti ricordo che farlo non è un reato!

  3. Stefano, ma non era “gloom and doom”? :-D insomma quale dei due viene prima? lol

  4. Emme Zeta scrive:

    Bravo Renella, sprecato pero’ in quest’armata brancaleone senza ne’ capo ne’ coda. Per non dire di perdenti

  5. Doom and gloom l’analisi attuale ma verso una catarsi intrisa di pragmatismo liberale. FLI sarà quello che sarà ma in un dato momento storico è stato ed è un punto di incontro di menti pensanti di rara qualità.

  6. Schumpeter docet!

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