– “Spirale di violenza” è un’espressione ricorrente nel conflitto mediorientale.
Implica simmetria di azione: ad offesa segue vendetta, a vendetta segue vendetta, in un crescendo di violenza.La stessa espressione, “spirale di violenza”, è usata adesso, in questi giorni, per gli scontri scoppiati in Galilea, nel Nord di Israele. Questi disordini, molto inferiori per entità e numero di feriti a quel che siamo abituati a leggere sul Medio Oriente, fanno particolarmente impressione perché la Galilea è una regione tranquilla. I confini della Galilea, a dire il vero, sono sempre stati in fiamme. Arrivavano razzi e cannonate dalla Siria, fino al 1967, fin quando, cioè, fu conquistato il Golan e posto fine definitivamente allo stillicidio di bombardamenti. Poi il pericolo peggiore si trasferì al confine settentrionale: dal 1975 (anno di scoppio della Guerra Civile Libanese) dal Paese dei Cedri arrivavano razzi e attentatori palestinesi. Fino al 1982, quando il generale Ariel Sharon invase il Libano e pose fine agli attacchi continui.

Lo stesso problema si ripresentò nel 2000, quando gli israeliani si ritirarono dalle ultime aree occupate del Libano. Subito dopo sulla Galilea ricominciarono a piovere i razzi di Hezbollah.
Fino al 2006, quando gli israeliani dovettero di nuovo entrare in Libano per porre fine agli attacchi continui. Poi subentrò la forza di pace Onu Unifil-2 e da allora non vi furono più scontri. La Galilea sta vivendo appena 5 anni di pace. Tantissimi per la tormentata regione mediorientale. Abbastanza per ricostruire tutte le case distrutte e riprendere le attività commerciali e turistiche, rassicurare i pellegrini (sul Lago di Tiberiade, lo stesso della camminata di Gesù sulle acque) e ricominciare una parvenza di vita normale.

La pace è stata interrotta tre giorni fa dall’incendio della moschea del villaggio beduino di Tuba-Zangariyye, non lontano dal Lago di Tiberiade. L’area, al suo interno, sin dai tempi della guerra arabo-israeliana del 1948-49 non aveva più conosciuto fenomeni di conflitti inter-etnici. Anzi, da decenni era un esempio di convivenza fra arabi, beduini ed ebrei, i tre popoli che abitano la regione. L’incendio della moschea di Tuba-Zangariyye fa temere lo scoppio di una “spirale di violenza”. I vandali non hanno lasciato la loro firma, ma hanno scritto, sui muri dell’edificio religioso colpito, il movente del loro crimine: una vendetta per l’assassinio di Asher Palmer e del figlio Yonatan (un bambino di appena 1 anno) avvenuto due settimane fa in Cisgiordania. Prova ne è l’immediato scoppio di scontri fra manifestanti di Tuba-Zangariyye e la polizia. I primi hanno appiccato il fuoco a edifici pubblici ed eretto barricate per impedire l’intervento delle forze dell’ordine. Ci sono volute ore prima di poter riportare la calma al villaggio.

Il rogo della moschea, che non ha provocato né morti né feriti, è dunque un gesto simbolico di vendetta. Ma può provocare vendette islamiche tutt’altro che simboliche.

E’ il momento storico, in cui questi piccoli incidenti avvengono, che fa temere il peggio. All’Onu sono in corso le trattative per il voto sull’indipendenza della Palestina. Sei paesi sono favorevoli, sei contrari e tre indecisi. La bilancia potrebbe pendere contro Israele. Il governo Netanyahu ha appena dato il via libera all’espansione del sobborgo di Gilo (Gerusalemme) in un territorio che i palestinesi rivendicano come proprio. E quindi c’è il timore che la combinazione fra gli scontri in Galilea, un’eventuale bocciatura Onu dell’indipendenza palestinese e lo scontro sui nuovi cantieri di Gerusalemme possano far scoppiare qualcosa di più grande, magari anche una Terza Intifadah (dopo la Prima del 1987 e la Seconda del 2000).

Tuttavia, tornando al principio, si può parlare di “spirale di violenza”? Asher Palmer e suo figlio (di 1 anno) sono stati assassinati. La risposta di anonimi vandali ebrei non ha provocato vittime. Il premier Netanyahu e la leader dell’opposizione Tzipi Livni sono stati i primi a condannare l’atto vandalico. E’ Israele il primo a reprimere la propria violenza illegale. Mentre è raro sentire una condanna palestinese dei propri violenti: tuttora campi sportivi, scuole, strade sono dedicati ai nomi di terroristi che hanno assassinato civili israeliani a sangue freddo.

La storia della regione Galilea, che abbiamo visto all’inizio, è esemplare: non sono mai stati gli ebrei ad attaccare per primi. Gli interventi delle forze armate israeliane, anzi, sono serviti a porre fine a tutte le guerre.
C’è però molta fretta nel mettere le due parti sullo stesso piano. Si cerca sempre di vedere simmetrie che non ci sono nel conflitto mediorientale.
E’, questo, davvero un atteggiamento che aiuta la pace?