– Il sonno della giustizia italiana genera mostri. È un sonno violento e confuso, come quello degli ubriachi; agitato e febbrile, come quello degli insonni; profondo e cupo, come quello di chi prende psicofarmaci e ansiolitici. E i mostri siamo noi, che ci dividiamo tra innocentisti e colpevolisti senza sapere esattamente perché; i mostri sono i media, non solo quelli del nostro Paese, che distorcono le nostre percezioni per difendere i loro interessi; sono gli assassini ancora in libertà di spezzare altre vite, resi impuniti da una giustizia in coma profondo, ingiusta, violenta e arbitraria.


Il processo di Perugia ha fatto capire, una volta di più, quanto il nostro sistema giudiziario sia specchio di un Paese che non riesce a comprendere più, ormai, il confine tra spettacolo e realtà, tra la curva di uno stadio e l’aula di un tribunale, tra lo sbraco delle domeniche in spiaggia e il contegno dignitoso dei momenti solenni.

Un processo mediatico, ancora una volta, che ha seguito il triste canovaccio secondo cui sembrano andare, ormai da anni, le indagini sui fatti di sangue in Italia. Un delitto efferato, una povera donna, meglio se giovane o adolescente, viene barbaramente uccisa. Inizialmente, è buio pesto. Poi, qualcosa si schiarisce. Non si sa se soli, o indotti, i media individuano un possibile colpevole. Ne ricostruiscono le vicende biografiche, soprattutto i vizi, scavano nel loro passato, intervistano amici e parenti alla ricerca di aneddoti morbosi, creano un clima di opinione ostile.

Poi arriva l’arresto: ma l’indagine sembra avere molti buchi, sembra avvitarsi su se stessa, senza capo né coda. Con al centro della scena solo l’imputato, o l’imputata, o gli imputati, e le loro vite, prima che i loro presunti delitti: come se , contravvenendo a secoli di civiltà giuridica, prima venisse l’individuazione di chi ha commesso l’omicidio e poi si cercassero le prove. All’interno di un paiolo pieno di tutto, dove cercare le responsabilità penali diventa tutto sommato irrilevante e si preferisce puntare solo sul fatto che Salvatore Parolisi fosse un pessimo marito fedifrago; che Amanda Knox fosse sessualmente promiscua; che Raffaele Sollecito si facesse fotografare su Facebook con lame e coltelli; e che Sabrina Misseri fosse invidiosa di sua cugina e che Alberto Stasi collezionasse filmati pedopornografici nel suo pc.

Riprovazione morale uguale condanna penale, peccato uguale reato, nella percezione di tutti. Ma, posto che alcuni di questi procedimenti sono ancora alle indagini preliminari, di prove, di prove vere, inconfutabili e costruite dentro il processo, niente. Niente che possa aiutare a risarcire i parenti delle vittime nella loro sacrosanta sete di giustizia. Niente di tutto ciò: solo clamore putrescente, inutile e morboso.

Nel processo di Perugia c’è stato troppo e c’è stato tutto: secondo la verità processuale, a volte diversa dalla verità fattuale ma l’unica sulla quale ci si deve basare, se hanno senso le conquiste fatte dall’Habeas Corpus in poi, due innocenti sono stati in galera ingiustamente per 4 anni. Amanda Knox in realtà per uno, ma questo non cambia le cose, perché anche un solo giorno in prigione da innocente è un sopruso insopportabile e irrisarcibile. E gli assassini di una povera ragazza, dopo 4 anni, sono ancora in libertà.

Tutti ci hanno messo del loro: perché il rumore di fondo rimanga indistinguibile i colpevolisti che gridavano “Vergogna” fuori dal Palazzo di Giustizia ci hanno messo del loro, speculari ai media americani che da anni battevano sul “Free Amanda” per screditare la nostra giustizia – che fa tanto per screditarsi da sola – “a prescindere”, disinteressandosi totalmente del processo. Innocentisti e colpevolisti che esercitavano pressioni indebite su una Corte che aveva bisogno di massima serenità per decidere, proprio perché solo sulla morte di una ragazza doveva giudicare. E non sulla vita degli altri due, sulla loro nazionalità, sulla loro bellezza e sulla loro avvenenza, e sui loro gusti sessuali, e sulla loro condotta morale.

Noi non siamo, né vogliamo essere, innocentisti o colpevolisti: e vogliamo credere nella giustizia anche, e soprattutto, quando questa ci sembri ingiusta. In altre parole, vogliamo rispettare le sentenze, e non servirci di esse: non per ingenuità, ma perché non abbiamo abbastanza elementi per valutare, e dobbiamo sospendere giocoforza il giudizio. Chi condanna e assolve sono i giudici e le giurie popolari, che da soli conoscono i fascicoli processuali, e devono avere estrema attenzione nel valutare ogni elemento. Perché condannare a 30 anni di galera un ragazzo di 25 anni significa infliggergli un supplizio secondo solo alla morte. E questo supplizio va inflitto solo ed esclusivamente quando ce ne sia ragione, al di là di ogni ragionevole dubbio.

Noi non abbiamo abbastanza elementi per avere un’opinione certa sull’innocenza e la colpevolezza degli imputati, se non quelli che ci offrono, spesso interessatamente con notizie fatte filtrare dalle Procure, i media: e in tutto questo l’opinione pubblica viene tirata da una parte e dall’altra, esagitata come sempre e come mai, manodopera a basso costo di chi non ha reale interesse ad accertare la verità dei fatti ma solo a piegarli in base alla sua ideologia e ai suoi interessi. Opinione pubblica come carne da macello di una giustizia indegna del nome che porta, dove non si possono più distinguere colpevoli e innocenti, ma solo vittime.

Siamo vittime noi, che vorremmo vivere in un Paese dove la certezza del diritto fosse tutelata, protetta, curata. Sono vittime un ragazzo e una ragazza che hanno perso l’innocenza per sempre a causa di anni di detenzione preventiva ingiustificata e spaventosa. E’ una vittima, lei più di tutte, una ragazza inglese di 21 anni, alla quale un coltello in gola ha reciso la vita in una gelida notte di Novembre, nell’anno che avrebbe dovuto ricordare per sempre, come chiunque abbia fatto l’Erasmus sa.

Tutto si tiene, in questa catastrofe inevitabile, in questo dramma italiano senza soluzione, senza salvezza, senza possibilità di redenzione. Senza giustizia.