– Alla prima utile, l’Angelino di Silvio, che è il custode del Pdl, ha puntellato l’onore e l’orgoglio del “padre”, sdilinquendosi in un’invettiva  contro magistrati “ignoti” dal sapore paleoberlusconiano, di quelle che nemmeno Cicchitto ormai osa più, ché pure i socialisti c’hanno pudore e comprensione della temperie in cui si muovono. Il segretario del principale partito di maggioranza ha ritenuto invece di dover saltare in sella a un vecchio cavallo di battaglia, ficcando il naso in una vicenda giudiziaria intricata, pubblica certamente, anzi così pubblica che la pubblica opinione era già abbastanza dicotomizzata. Non era necessario, orsù, che pure la politica ci mettesse il cappello, che tentasse di rieditare la contrapposizione tra innocentisti e colpevolisti  in quella tra scemi (per i quali i magistrati hanno sempre ragione) e più scemi (secondo cui i magistrati hanno sempre torto).

Alfano avrebbe dovuto capire che se al secondo grado di giudizio un giudice si è assunto la responsabilità di ribaltare una precedente pronuncia, sconfessando un teorema accusatorio che sembrava rilucere di Verità Divina ed echeggiare la vox populi vox dei, il sistema giudiziario, probabilmente, ha funzionato. E che non c’è stato alcun errore, anzi. C’è stata la conferma che il metodo dialettico sottostante la ratio accusatoria del nostro rito penale (quantomeno di quello a cognizione piena) garantisce un livello molto elevato di professionalità e terzietà delle decisioni  assunte dalla magistratura giudicante.  Dunque chi ha sbagliato?

Secondo me nessuno. Non hanno sbagliato quegli inquirenti che, in nome dello Stato e della collettività, hanno esercitato l’azione penale contro i due imputati poi scagionati, della cui colpevolezza era stato convinto il giudice di prime cure. Se passa il principio che ad ogni ribaltamento di sentenza il Pubblico Ministero vittorioso in primo grado è personalmente responsabile,  che senso ha avere tre gradi di giudizio e accettare a base del processo un metodo fondato sulla confutabilità della verità formale precendentemente acclarata?

Nelle cose, specie se chiaroscurate, ci vuole misura. Certamente, chi patisce un’ingiusta detenzione va quantomeno “riparato”, come prescrive l’articolo 314 del codice di procedura penale. Ma è giusto che se ne faccia carico lo Stato, nel cui nome viene esercitata la pretesa punitiva poi risultata fallace. Quello giudiziario è un gioco che funziona con molte regole, nessuna delle quali è però assistita dal dono dell’infallibilità e della capacità di produrre verità immutabili. Ecco perchè l’overruling è nell’ordine dei “rischi” da correre per chi (lo Stato) esercita in monopolio un’attività fortemente incerta e impattante sugli individui, qual è quella persecutoria.

O forse Alfano conosce altri elementi per ravvisare gli estremi della responsabilità civile degli inquirenti? Il semplice esercizio delle loro prerogative costituzionali non è abbastanza. E se il segretario del Pdl trova che la normativa che governa la responsabilità dei giudici non sia adeguata, bè, che la riformi. E se del pari crede che il carcere venga distribuito troppo facilmente e a troppa gente non ancora colpevole (Amanda e Raffaele, come la metà dei carcerati in Italia, vi sono entrati in custodia cautelare) bè, che si faccia carico di rivedere i presupposti  di applicazione della custodia cautelare in carcere, come chiedeva una mozione di Futuro e Libertà qualche mese fa. Ma non ne è capace, e lo dimostrano i risultati del suo triennio da Guardasigilli passacarte.  Come non ne è stato capace, in diciassette anni, il suo dante causa, l’uomo che odiava così tanto i giudici da non volergli fare neppure  il favore di riformarli in senso “civile”, dividendone le carriere e restringendone la facoltà di intervento. Anche per la loro mancanza di coraggio riformatore, lo Stato ha pagato circa 40 milioni l’anno in riparazioni giudiziarie tra il 2001 e il 2010.

Torniamo seri, dunque, e occupiamoci di altre più impellenti responsabilità pubbliche. Chi paga, per esempio, per il default incombente?