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Trasparenza fiscale: le tasse sono bellissime solo quando non le vedi

– La recente decisione del governo di aumentare l’aliquota ordinaria dell’IVA al 21% ripropone ancora una volta l’importante questione della trasparenza della pressione fiscale.

In effetti, di fronte all’esigenza di fare cassa alla svelta, la scelta di innalzare l’imposta sul valore aggiunto è stata tutto sommato facile e naturale per l’esecutivo, più di quanto lo sarebbe stato probabilmente agire su fattori diversi. Questo perché l’IVA rappresenta una delle tasse meno palesi per il cittadino contribuente, dato che quasi ovunque i prezzi esposti già la comprendono.

Alla fine, per molti consumatori un aumento di questo balzello può persino essere indistinguibile dai periodici aumenti dovuti all’inflazione ed alle normali dinamiche del mercato.
Paradossalmente alcune prese di posizione di associazioni di consumatori come Adusbef e Federconsumatori che denunciano come illegale il rincaro direttamente applicato alla cassa finiscono per essere persino “tafazziane”. Adusbef e Federconsumatori, ricordando che “il cittadino non deve necessariamente sapere a quanto ammonta la tassazione del prodotto che acquista” e schierandosi a difesa del prezzo “tutto compreso”, fanno un bel regalo a Tremonti ed un danno invece alla categoria che rappresentano nascondendo ai consumatori quello che il governo fa pagare loro in più.

Allo stato attuale delle cose è abbastanza difficile per la gente realizzare “in concreto” come ogni acquisto di un bene o di un servizio non si traduce solamente in uno scambio di denaro tra due soggetti, l’acquirente ed il venditore o fornitore, ma che entra in campo un terzo soggetto, lo Stato, che si prende una parte significativa di quanto sborsato dall’acquirente – non solamente in termini di tasse sul reddito del venditore o fornitore, ma anche appunto per il tramite dell’imposta sul valore aggiunto.

Per come l’IVA è congegnata, il suo peso è formalmente sopportato esclusivamente dal consumatore finale, l’unico soggetto della catena che non ha possibilità di detrarla, mentre il negoziante (o il fornitore del servizio) funge da esattore.

Nella pratica, però, l’IVA colpisce anche l’offerente.
Infatti è chiaro che, a parità di ricavo sulla singola vendita, poiché la presenza dell’IVA comporta un aggravio del prezzo per il cliente, essa va a tradursi in una diminuzione del volume di vendita, tanto maggiore quanto maggiore è l’elasticità della domanda rispetto al prezzo.

Essa è insomma una tassa sulla transazione ed in quanto tale danneggia entrambe le parti interessate.

Rendere “visibili” le tasse rappresenta, oggi, un’urgenza assoluta per chiunque si riconosca nel principio del “conoscere per deliberare”.
Se i politici ritengono davvero che gli attuali livelli di prelievo siano giustificati, in termini di equità sociale e di complessiva efficienza, allora che scelgano di difenderli apertamente anziché di occultarli – che abbiano il coraggio di spiegare che “le tasse sono bellissime” a cittadini davvero consapevoli di quanto pagano di tasse.

Ci sono buone ragioni per ritenere che la sostenibilità politica degli attuali livelli di prelievo in Italia si fondi in larga parte sull’attuale opacità di un sistema fiscale che maschera il più possibile la tassazione, alimentando così l’illusione generalizzata della gratuità dei servizi pubblici.

Non è un caso che le imposte più detestate siano proprio quelle più visibili, come il canone RAI, mentre la gente appare molto più tollerante per tutte le voci di spesa di cui è meno evidente la modalità di finanziamento.
In definitiva, per i liberali, la battaglia per la trasparenza fiscale è persino più importante di quanto lo potrebbe essere l’ottenere una limatura accidentale di questa o quella tassa. Solo quando la gente avrà davvero idea di quanto paga ogni anno allo Stato, potrà valutare effettivamente costi e benefici dello statalismo.

Non sarebbe complicato se l’operazione trasparenza cominciasse proprio con l’imposta sul valore aggiunto, ad esempio prevedendo per legge l’esposizione del prezzo netto, come già avviene in alcuni paesi.
L’ideale, in questo senso, sarebbe la presenza costante di una doppia indicazione del prezzo al netto dell’IVA e dell’ammontare dell’IVA.

Per il cliente potrà persino essere un pochino più scomodo – ma indubbiamente anche parecchio istruttivo.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

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