A ognuno il suo mestiere. Quello di Marchionne è pensare al futuro

di PIERCAMILLO FALASCA – La lettera di Sergio Marchionne a Emma Marcegaglia è molto semplice, non usa toni immaginifici o astruse formule dorotee. Arriva diretta al punto.

Cara Emma, negli ultimi mesi, dopo anni di immobilismo, nel nostro Paese sono state prese due importanti decisioni con l’obiettivo di creare le condizioni per il rilancio del sistema economico. Mi riferisco all’accordo interconfederale del 28 giugno, di cui Confindustria è stata promotrice, ma soprattutto all’approvazione da parte del Parlamento dell’articolo 8 che prevede importanti strumenti di flessibilità oltre all’estensione della validità dell’accordo interconfederale ad intese raggiunte prima del 28 giugno.
(…) Questo nuovo quadro di riferimento, in un momento di particolare difficoltà dell’economia mondiale, avrebbe permesso a tutte le imprese italiane di affrontare la competizione internazionale in condizioni meno sfavorevoli rispetto a quelle dei concorrenti. Ma con la firma dell’accordo interconfederale del 21 settembre è iniziato un acceso dibattito che, con prese di posizione contraddittorie e addirittura con dichiarazioni di volontà di evitare l’applicazione degli accordi nella prassi quotidiana, ha fortemente ridimensionato le aspettative sull’efficacia dell’Articolo 8. Si rischia quindi di snaturare l’impianto previsto dalla nuova legge e di limitare fortemente la flessibilità gestionale. Fiat, che è impegnata nella costruzione di un grande gruppo internazionale con 181 stabilimenti in 30 paesi, non può permettersi di operare in Italia in un quadro di incertezze che la allontanano dalle condizioni esistenti in tutto il mondo industrializzato.

Insomma, Marchionne non ha gradito la scelta di Viale dell’Astronomia di “annacquare” gli effetti potenzialmente dirompenti del cosiddetto Articolo 8 con un accordo con i sindacati in cui

“Confindustria, Cgil, Cisl e Uil concordano che le materie delle relazioni industriali e della contrattazione sono affidate all’autonoma determinazione delle parti. Conseguentemente si impegnano ad attenersi all’accordo interconfederale del 28 giugno, applicandone compiutamente le norme e facendo sì che le rispettive strutture a tutti i livelli si attengano a quanto concordato”.

Il che significa che si vincolano a non usare come parti contrattuali le libertà che l’articolo 8 consente. Conseguenza paradossale, visto che propria Confindustria aveva chiesto al governo di costruire un quadro normativo che salvaguardasse l’autonomia negoziale delle parti e impedisse che sugli accordi liberamente stipulati finissero puntualmente in tribunale e ad un giudice “politicamente sensibile” fosse chiesto di interpretare il giusto e l’ingiusto secondo un diritto contradditorio ed incerto.

Non siamo stati tra i fan dell’Articolo 8, che ha il limite, come abbiamo scritto, di volere “porre rimedio l’inefficienza di un mercato del lavoro con la strategia inefficiente del caso per caso”.  Preferiamo di gran lunga una soluzione legislativa chiara e servibile, che riconosca alle parti di fare liberamente i contratti, non di impedirli. A maggior ragione però non ci entusiasmiamo se le grandi centrali sindacali del lavoro e dell’impresa decidono che la (poca) libertà che la legge consente non fa per loro.

Da libero associato alla confederazione datoriale Marchionne ha deciso di dissociarsi, non sentendosi più adeguatamente rappresentato. L’ad della Fiat ha ragione: un paese che scivola pesantemente verso il declino non può permettersi di tenere in piedi un mercato del lavoro irrigidito da schemi e regole vetusti e non adeguati alle pressioni competitive globali. E da Confindustria il manager abruzzese-americano si sarebbe aspettato un approccio meno accondiscendente nei confronti delle rivendicazioni sindacali.

C’è da dire che il clima era pesante e senza l’accordo del 21 settembre i sindacati avrebbero probabilmente appiccato il fuoco della protesta. Ciò ha indotto la Marcegaglia ad un atteggiamento conciliante. In assenza di un governo forte, capace di assumersi la responsabilità delle proprie scelte di politica economica e di difenderle fino in fondo, e abituato a scaricare “in basso” il costo di scelte impopolari (perché questa era, in fondo, la logica furba dell’Articolo 8), Confindustria ha pensato che occorresse mediare e non “strappare” la rete delle relazioni industriali appesa al chiodo arrugginito dell’intransigenza Fiom. Ma è giusto che ciò avvenga? Oggi è inevitabile, ma nel medio-lungo periodo è inservibile.

Confindustria pensa responsabilmente al presente, Marchionne giustamente al futuro. E’ la differenza tra la tattica e la strategia. Marcegaglia vuol tenere buone relazioni con i sindacati, Marchionne vuol tutelare investimenti miliardari, evitando magari di dover ridiscuterli in tribunale con Landini sulla base di un accordo firmato anche da Confindustria.

In fondo, il manager dei due mondi sancisce ciò che pochi hanno il coraggio di dire: è ormai finito il tempo della grande e magnifica rappresentanza collettiva e nazionale (cioè corporativa) degli interessi imprenditoriali e sindacali.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

3 Responses to “A ognuno il suo mestiere. Quello di Marchionne è pensare al futuro”

  1. lodovico scrive:

    confinustria per sua natura è sempre stata consociativa.Al suo interno convivono le ferrovie statali e quelle che dovrebbero esser private. E’al tempo stesso giudice e imputato. Ecco un altro conflitto di interesse che in Italia si è negato attraverso un organismo che costa alla collettività senza produrre convinzioni economiche. E che dire di quelli che considerano la nostra costituzione una costituzione di stampo liberale! Svegliatevi.

  2. alex PSI scrive:

    Non entro nel merito sulla giustezza o meno della decisione di Marchionne di “strappare”.
    Tuttavia una cosa è lampante: il manager italo-canadese ha percepito un indebolimento della politica, sia dal punto di vista delle idee e delle ricette che essa ha per il futuro del paese, che dal punto di vista della popolarità a livello mediatico.
    La politica deve ritornare ad essere autorevole e non bistrattata da un manager in questo modo, Sacconi ha cercato in ogni modo di venire incontro alle esigenze di flessibilità delle imprese e questo per lui è uno schiaffone clamoroso.
    Il ministro ha cercato di attuare una politica di orientamento riformista ma spostandosi talvolta ai confini col liberismo, mi sa che è arrivato il momento di pensare anche alla coesione sociale.
    I sindacati Fiom di Landini cercano lo strappo a sinistra, Marchionne strappa a destra, siamo sicuri che rappresentano gli interessi generali? e al popolo italiano interesserà qualcosa anche su competitività economica e Welfare? o dobbiamo appiattirci al “marchionnismo”. La politica ritorni con la P mauiscola!

  3. lodovico scrive:

    lo stato si occupi di welfare e favorisca con leggi la competività economica e pur essendo la repubblica fondata sul lavoro questo non vuol dire che si debba legiferare, come fu fatto ai suoi tempi,negando il diritto di licenziamento. Cambiare il personale non è andare incontro alla competività?

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