Tra crisi di sistema e nuove forze, l’anastilosi del Paese può iniziare

– All’inizio del 1994, poco prima che Silvio Berlusconi prendesse la scena politica, Massimo Salvadori, in “Storia d’Italia e crisi di regime”, scrisse di “una terza crisi di regime” nella storia dell’Italia unitaria dopo quelle del fascismo nascente nel 1919-1925 e quella del fascismo morente nel 1943-1945. Fasi traumatiche innescate da “sistemi politici bloccati”.

Specificatamente, la crisi del 1992 presentava “per la terza volta nella storia nazionale un regime … contrassegnato da una rigidità interna che lo ha reso incapace di far fronte alle esigenze del mutamento, che é andato incontro ad un collasso che potrebbe diventare crollo”. Non sembra difficile riconoscere anche nella crisi del 2011 i sintomi di un “sistema politico bloccato” destinato a implodere.
Ma, ancor più di queste forze già in campo, sono quelle che sembrano aver deciso di entrare in gioco a suscitare un certo interesse, e a divenire oggetto di varie aspettative.

E’ il caso di Italia futura, la fondazione guidata da Montezemolo e sostenuta da gran parte del mondo imprenditoriale. In questo contesto, magmatico ed in continua evoluzione, non può tralasciarsi la presenza di personaggi, fin’ora ai margini della politica, ma che soprattutto negli ultimi mesi hanno lanciato la loro candidatura. Talora ricevendo anche quella visibilità dai media che appare la più logica premessa ad un loro coinvolgimento attivo nella vita politica del Paese.

Lo scenario nel quale si agitano singole personalità e forze politiche in questa fase appare assai complesso, tanto più che alle dinamiche dall’alto vanno aggiunte quelle provenienti dal basso, dalla base. Il focus sulla possibile frammentazione degli schieramenti politici non deve far ignorare le istanze dei territori alla ricerca di soggetti politici diversi da quelli esistenti. L’ascolto degli umori, dei rancori e dei desideri di benessere, interpretato per almeno venti anni dalla Lega in maniera sistematica e per questo premiato dall’elettorato del Nord, è sempre stato un elemento essenziale e certamente continuerà ad esserlo. Ma attualmente appare tralasciato, mal considerato. Forse scontando l’incapacità di osservazione (e quindi di indirizzarne strategicamente le dinamiche) dei flussi che impattano nei luoghi.

In estrema sintesi, sembra giunta al termine una visione della politica, un’idea del territorio. Il ciclo ventennale “dell’abitare il territorio più che il pensare” sembra in esaurimento. Non può però sfuggire che ora, rispetto al contesto nel quale riuscì a trovare spazio la Lega, vi è un forte protagonismo della società di mezzo e della rappresentanza.
Dal territorio partono segnali verso tutte le forze politiche. Verso il berlusconismo, che ha perso qualsiasi attrattiva sia per i rampanti del contado che per la “casalinga di Voghera”. Ma anche verso il centro-sinistra che prova a ripartire dal Nord dalle città capoluogo, continuando a mancargli i territori.

La fascia dell’Italia di mezzo, quella tosco-umbro-marchigiana, schiacciata tra Nord e Sud, ha in Renzi il capitano di una compagine in cerca di nuovi spazi. Roma Capitale si presenta come un ginepraio di polemiche e ricatti che Alemanno e la Polverini non sempre riescono a governare. Anche perché la politica comunale e quella regionale sembrano un puzzle di interessi e di uomini in continua scomposizione. La Puglia si identifica nell’eloquio forbito dell’affabulatore Vendola, così come la Campania nelle promesse di De Magistris. La Sicilia, vecchio feudo della Dc, si divide tra la visone autonomista di Lombardo e quella allargata a tutto il Sud di Miccichè.

Si avverte forte la necessità di una discontinuità nella politica italiana. Lo chiede la società civile ma lo auspicano anche settori strategici del Paese. L’importante è che la fase di costruzione, anzi di ricostruzione, l’anastilosi insomma, non sacrifichi in alcuna maniera quella coesione richiesta ripetutamente da Giorgio Napolitano. La politica tutta, da Nord a Sud, è probabile, si appresta a vivere, a breve, una fase di cambiamento

Continuare (o ricominciare) ad essere il legante del Paese piuttosto che una delle cause di divisioni, l’alimentatore di differenze, è davvero necessario. Perché l’Italia sia nuovamente un “Bel Paese”.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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