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Oro alla patria/6. La patrimoniale premia i torti dello Stato e punisce i meriti dei cittadini

– Faccio riferimento al dibattito sulla patrimoniale che l’avvocato Francesco Valsecchi ha il merito di aver stimolato il 15 Settembre: penso che tale dibattito non debba concentrarsi sui dati e sugli effetti quantitativi e contingenti, altrimenti rischia di non cogliere l’effetto complessivo e duraturo che avrebbe un’iniziativa del genere.

Provo, quindi, a spostare l’analisi a livello più generale, ideologico-culturale, livello in cui si situano gli effetti e i condizionamenti di lungo periodo, strutturali, come quelli che frenano da tanto tempo lo sviluppo del nostro Paese.

Un’evidenza sotto gli occhi di tutti è che il sistema Italia ha molti aspetti e fattori suscettibili di significativo miglioramento e la cui attuale inadeguatezza riduce come effetto finale l’attività economica ed il reddito nazionale (oltre che altri importanti fattori di benessere sociale).

Le azioni volte a superare l’inadeguatezza di tali aspetti sono state continuamente rimandate dal potere politico, sia per un orientamento di breve respiro (in termini di tempo, d’ampiezza e di profondità d’interventi) dei politici di turno, sia per i condizionamenti culturali che storicamente condividono la maggior parte degli elettori. Porre finalmente mano a questi interventi (cui accenno di seguito) avrebbe un effetto vasto, profondo e risolutivo a medio e lungo termine, ma anche un effetto a breve termine, più difficile da calcolare in termini numerici ma immediato sulla percezione di affidabilità del Paese.

Poiché parliamo d’interventi ed effetti strutturali, che presuppongono uno specifico sistema economico-sociale, a costo di apparire scontato trovo necessario ripartire dai fondamenti di un tale sistema, espressi in forma iper-sintetica in 3 punti, e su cui credo ci dovrebbe essere accordo dal centrodestra al centrosinistra:

• Dobbiamo prendere atto che il sistema politico-economico operante a livello globale è per ora saldamente basato sul mercato, sulla libera iniziativa, sulla produzione organizzata in forma di imprese private che agiscono in regime di concorrenza e che si sviluppano tramite il profitto generato e reinvestito (ciò riguarda sostanzialmente anche un’economia come la Cina);

• Un tale sistema economico produce inevitabilmente una distribuzione ineguale della ricchezza – ineguale, non necessariamente ingiusta. Se il sistema è efficiente nel distribuire opportunità e nel premiare il merito (fatto non scontato, anzi), tale ineguale distribuzione è perfettamente normale, giusta e indispensabile, costituisce il premio e l’incentivo per l’iniziativa imprenditoriale e la carriera, e il motore della dinamica economica e sociale e del reddito nazionale, di cui tutti indistintamente usufruiscono;

• In tale contesto disincentivare tale dinamica economica e sociale, cioè concretamente la piena possibilità di intraprendere, di emergere dalla media e di arricchire (purché, rigorosamente, nel pieno rispetto delle regole civili e morali) ha inesorabilmente l’effetto di deprimere una sana competizione, cioè di deprimere la crescita delle iniziative imprenditoriali, delle idee professionali, dell’etica del lavoro, e dunque dell’economia e del benessere di tutti i cittadini. A tale disincentivazione ed al conseguente crollo economico è dovuto, come è noto, il disfacimento dell’Unione Sovietica, la fuga dei cittadini da Cuba, il profondo cambiamento del sistema economico della Cina…

Un miglioramento del sistema appare necessario da più punti di vista (sociale, economico, etico) e, alla luce delle vicende storiche del ‘900, è ormai convinzione comune che tale miglioramento sia perseguibile:

• Rendendo pienamente libera di esprimersi la concorrenza delle imprese, delle professioni, dei know-how, delle idee;
• Assicurando pari opportunità a tutti i cittadini e contemporaneamente facendo in modo da rendere certa la premiazione del merito a tutti i livelli;
• Organizzando lo Stato in maniera efficiente, eliminando la corruzione e la criminalità, ridistribuendo il reddito senza creare sacche di parassitismo e di ingiustificata inattività;
• Investendo adeguatamente in istruzione e ricerca;
• E, soprattutto, premiando e diffondendo valori-guida di un comportamento sociale costruttivo e responsabile (qui il discorso sarebbe lungo).

Su questi versanti di miglioramento l’Italia è per dimostrazione oggettiva molto indietro a livello mondiale: per non inoltrarsi in complesse argomentazioni basti guardare le valutazioni stilate dalle Istituzioni Internazionali più serie e specializzate, considerando come termine di paragone che l’Italia è l’ottava economia del mondo (IMF), ed è al primo posto come patrimonio culturale (numero di World Heritage Sites definiti dall’UNESCO); quest’ultimo fatto non dovrebbe solo rappresentare un patrimonio fisico, ma anche e soprattutto un patrimonio di esperienze e di idee unico al mondo…

L’Italia si colloca internazionalmente così:

• Nel Global Competitiveness Report è 48^ (World Economic Forum);
• Sulla lotta alla corruzione è 67^ dopo Botswana, Ghana e Ruanda (Transparency International);
• Sull’ innovazione è al 35° posto (Global Innovation Index, stilato dalla Businness School Insead);
• Nell’ Index of Economic Freedom è 87^ (Heritage, Wall Street Journal);
• è all’ 80° posto per quanto riguarda la semplicità d’avvio di un’attività d’impresa (World Bank);
• sulla semplificazione degli adempimenti fiscali è al 136° posto (WB);
• per quanto riguarda la qualità del rapporto tra la P.A. e le imprese è al 78° posto (WB).
• sulla libertà di stampa è 49^ (Reporters Sans Frontières);
• sullo Human Development è 24^. (United Nations Development Program);
• Nell’ education index è 22^ (UN);
• nella classifica Ocse sui salari netti è al 22° posto;
• È al 5° posto come peso delle tasse sui salari (cuneo fiscale) (Ocse);
• Come Tasso di crescita dell’economia è 146^, (IMF).

Si potrebbe continuare ma è già drammaticamente chiaro che lo spazio di miglioramento è enorme, che è urgentissimo agire e che gli effetti in termini di crescita e benessere socio-economico sarebbero profondi, strutturali, solidi.

Parlare di nuove tasse in una situazione come questa appare un po’ come mettere nuova acqua in un serbatoio bucato: può essere necessario se si rischia di morire di sete nell’immediato, ma se non si ripara la struttura si morirà lo stesso e avendo poi minori mezzi per difendersi dalla siccità.

Inoltre in un Paese in cui la resistenza a mettere mano alle riforme strutturali è elevata – e la successiva resistenza a renderle operative lo è ancora di più – risolvere il problema con nuove tasse indebolisce certamente la pressione a realizzare le riforme e i cambiamenti necessari. Dare il potere di esigere nuove tasse a politici che non sanno decidere e non sanno innescare i cambiamenti di cui il Paese ha bisogno, equivale a rimandare ancora la soluzione. La situazione è arrivata ad una tale gravità da creare forti pressioni al cambiamento, risolvere i problemi con nuove tasse significa vanificare tali pressioni.

I fautori della patrimoniale affrontano il problema da un punto di vista numerico, apparentemente pratico, ma in realtà molto astratto perché non tiene conto dell’effetto complessivo e strutturale. A livello individuale questo errore è indotto da una percezione limitata del danno economico individuale, come potrebbe accadere a chi ha guadagnato molto più di quello che gli occorre e facendo quello che avrebbe comunque fatto con un guadagno minore (grandi manager, dirigenti pubblici, politici, eredi di storiche dinastie).

Chi invece ha perseguito il successo economico in tanto tempo e con enormi difficoltà e percependo lo stretto legame tra energie dedicate e risultato, ha una visione ben diversa e non continuerebbe, con la minaccia di una patrimoniale, ad esprimere la stessa motivazione al lavoro duro (imprenditori, grandi professionisti, artigiani, grandi risparmiatori).

Come già messo in evidenza da altri, in Italia i ricchi sono prevalentemente i cittadini che hanno più lavorato e risparmiato, la patrimoniale li tasserebbe per la seconda, terza volta, alienando così al Paese la sua parte migliore, e questo sarebbe un effetto di lungo termine, mentre i vantaggi – se non si attuano i cambiamenti profondi e strutturali – sarebbero di breve respiro. Una cosa è sicura: se il settore privato non crescerà più di quello pubblico ogni altro intervento sarà inutile.

Se poi l’intenzione d’introdurre una patrimoniale contiene un implicito aspetto ideologico e un intento punitivo, bisogna pensare che certo molti in Italia hanno fatto profitti con il clientelismo, la corruzione, e in alcuni casi con comportamenti illegali, ma come si fa a tassare solo questi individui? Occorre impedire tali comportamenti, non applicare tassazioni punitive che scoraggiano i virtuosi senza, quasi certamente, raggiungere i colpevoli (sarebbe come punire i ladri mettendo in galera per un po’ ogni cittadino).

Nel nostro paese gli orientamenti politici non appaiono guidati dall’analisi oggettiva e serena, ma da un populismo di breve respiro o da posizioni pregiudiziali e ideologiche ispirate al facile consenso. Ciò alimenta le percezioni semplicistiche e mistificanti che identificano i ricchi con qualcosa di molto simile ai delinquenti: la patrimoniale va in questa direzione, si sceglierebbe la via più facile e populisticamente fruttuosa rispetto agli interventi seri sempre rimandati; i consumi e il reddito diminuirebbero, come sta già accadendo, e ci saranno meno risorse per tutti, anche e soprattutto per quanti contano sulla redistribuzione del reddito.

Significativa la conclusione a cui pervenne il premio Nobel Milton Friedman:

“The only effective way I think to hold down government spending, is to hold down the amount of income the government has. The way to do that is to cut taxes. You can’t help the poor by destroying the rich”.

Per quanto riguarda i numeri sembrano a prima vista pochi gli interventi strutturali che produrrebbero effetti immediati paragonabili alla patrimoniale, ma sono molte le possibilità da approfondire.

L’Università Bocconi, per esempio, ha studiato l’impatto di un intervento di minore entità come la liberalizzazione dell’orario di apertura dei negozi, stimando un effetto sul Pil, pressoché immediato, di 0,25 punti; immaginiamo quale sarebbe l’effetto delle liberalizzazioni di più ampia portata la cui mancanza perpetua ampie sacche di parassitismo e di oligopolio.

Il Dipartimento del Tesoro ha iniziato un censimento del patrimonio della P.A.: a marzo di quest’anno era stato censito il 53% del Patrimonio, individuando 530.000 unità immobiliari per un valore tra 239 e 319 miliardi di euro (Dip.Tesoro), 760.000 terreni per un valore tra 11 e 49 miliardi di euro e – secondo anticipazioni del Sole 24 ore (28-9-2011) – partecipazioni in 5512 società!
Le privatizzazioni consentirebbero un’ immediata riduzione del debito, stimabile (calcolo fatto con un’argomentata analisi da Perotti e Zingales sul Sole 24 ore due mesi fa) in 220 miliardi di Euro, il cui incasso avverrebbe subito per circa l’80%, tramite accordo con fondi privati che anticiperebbero le somme in attesa dei ricavi effettivi del collocamento.

Come si vede sarebbero molto significativi, ma per ora difficilmente calcolabili, i ricavi dalla potenziale cessione del restante patrimonio alienabile.
Tagli alla spesa appaiono possibili per somme molto inferiori ma pur sempre significative (20-40 miliardi): secondo uno studio di Confindustria da un accorpamento delle Province si risparmierebbero 4-5 miliardi l’anno, da una razionalizzazione degli acquisti della Pubblica Amministrazione 11 miliardi l’anno (30-40 miliardi nel periodo considerato dalla manovra)…

Quest’analisi quantitativa è necessariamente frettolosa e imprecisa, ma per la conclusione a cui voglio arrivare mi posso fermare qui.
Una serie d’interventi strutturali potrebbe ottenere risultati numerici immediati forse non equivalenti ad una patrimoniale (da verificare), ma risultati molto maggiori in tempi ragionevoli; non deprimerebbe la crescita ma la stimolerebbe e soprattutto darebbe la concreta percezione di voler fare sul serio, e questo avrebbe sui mercati effetti certamente maggiori di una soluzione contingente come una nuova imposta.

Sono anzi sicuro che l’effetto della patrimoniale potrebbe clamorosamente deludere le previsioni dei suoi fautori, posto che il debito pubblico rimarrebbe il più alto d’Europa e tra i più alti del mondo, con un’affidabilità del Paese immutata.

P.S.
Al momento d’inviare questo articolo, il Corriere della Sera pubblica la lettera della BCE al Governo Italiano, dove si legge come misure ritenute essenziali:
“È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali … privatizzazioni su larga scala … anticipare al 2013 il pareggio di bilancio, principalmente attraverso tagli di spesa… abolire o fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province).”

NDR: Quest’articolo si inserisce nel nutrito dibattito che, a partire dal 15 settembre, si è sviluppato su Libertiamo a proposito dell’opportunità o meno di applicare, in questa situazione di crisi, una tassa patrimoniale in Italia. I precedenti interventi sul tema sono raccolti sotto il tag “oro alla patria” e consultabili in questa pagina.


Autore: Mario Bucciarelli

Nato a Roma nel 1950, economista, psicologo, è stato dirigente in aziende industriali e di servizi, vicedirettore generale di una società di consulenza leader in Italia; ha svolto analisi, ricerche ed interventi per organizzazioni come Fiat, Banca d'Italia, Unione Italiana Camere di Commercio, Ministero dell'Economia. La formazione interdisciplinare lo porta a svolgere sia attività di consulente di organizzazione, sia di psicoterapeuta iscritto all'albo; scrive su temi economici e psico-sociali, ed è co-autore di un libro, Tendenze del management bancario, ed. Sarin.

3 Responses to “Oro alla patria/6. La patrimoniale premia i torti dello Stato e punisce i meriti dei cittadini”

  1. Aldo Signori scrive:

    Una equilibrata tassa di successione sarebbe a mio parere più adeguata e più opportuna della patrimoniale perchè peserebbe su i più fortunati e non su i più virtuosi

  2. Rorschach scrive:

    La tassa di successione finirebbe comunque a punire quelli che meno hanno, per il semplice motivo che se ad un tizio ricco fai pagare piú tasse quello alza i prezzi di ció che vende. Quindi se uno eredita dieci case e ci paga una successione enorme sopra, secondo me alla fine gliela pagano comunque i futuri inquilini. No?

  3. Filippo Rosolia scrive:

    Classificherei l’articolo sopra come il migliore scritto recentemente pubblicato sul tema della patrimoniale (mi piacerebbe anzi sapere il nome dell’autore se poteste comunicarmelo).
    Aggiungo che l’oppressione fiscale, eventualmente aumentata da una ulteriore tassa sul patrimonio, porterebbe molti ricchi ad abbandonare l’idea di vivere in una Italia sempre piu’ povera e fiscalmente tartassata per andare a vivere in uno dei tanti paesi in cui non vi sia prelievo fiscale sui proventi generati dagli investimenti finanziari. Basterebbe loro cambiare residenza fiscale o addirittura cittadinanza (e’ possibile farlo facilmente quando si possiedono grandi patrimoni) ed il gioco e’ fatto. Ovviamente una tale situazione aggiungerebbe ulteriore poverta’ ad un paese gia’ in difficolta’, ma come sappiamo questo e’ il prezzo del socialismo.

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