Il referendum della civilizzazione elettorale

di SIMONA BONFANTE – Se pure la Lega dice che cambiare legge elettorale si deve, vuol dire che la giostra è partita, e che la corsa sarà lunga. Ci vuole tempo ad escogitare il meccanismo più adatto a soddisfare le esigenze particolari di tutti, e quindi quelle generali di nessuno. Ci vuole tempo perché gli architetti delle frequentemente rottamate, ma sempre inopinatamente creative, normative elettorali nostrane trovino la formuletta che permetta di istituzionalizzare il bug della democrazia italiana, cioè lo status di viziosa anomalia nella quale da sempre ci si crogiola. Ci vuole tempo, ma il tempo non c’è. Perché, a questo punto, o è referendum o è elezioni, anticipate, al 2012.

Il Porcellum, più che una pessima legge elettorale, è un  prontuario di cose da non fare quando si abbia in animo di disegnare la legge fondamentale di un ordinamento democratico. Non lo si fa con in mano la mappa dei voti ottenuti l’ultima volta; non con la calcolatrice pronta a contabilizzare il vantaggio ottenibile, a parità di numeri, con questa o quella soluzione tecnicamente estranea a qualsivoglia latro ordinamento democratico efficiente.

Le preferenze, ad esempio. In Germania non le hanno, in Francia nemmeno, in Gran Bretagna e Stati Uniti, per carità. Noi, che le abbiamo testate a lungo, capendo perfettamente quali conseguenze malsane possano produrre e anche come i presunti benefici ad esse legate, ovvero il rapporto tra eletto ed elettore, possano invece essere, e con assai più efficacia, perseguiti attraverso meccanismi meno clientela-friendly. Attraverso i collegi uninominali, ad esempio.

Dovremmo puntare alla normalizzazione del sistema, mutuando non tanto le soluzioni quanto i metodi che le democrazie mature, quelle con i sistemi istituzionali più solidi, applicano con costrutto ai propri momenti riformatori.
Dovremmo ad esempio constatare con quale cautela si sia recentemente consumato, nel Regno Unito, il dibattito referendario per l’abolizione del maggioritario puro, e prendere atto del fatto che i Libdem, che in campagna elettorale sembravano aver intercettato il bisogno profondo dell’elettorato di sanzionare i due partiti storici dell’alternanza bipolare, hanno invece incassato una sonora sconfitta al momento del voto. Non era il meccanismo che i cittadini intendevano rivedere, evidentemente.

Il milione di firme poste in calce al referendum per l’abrogazione del Calderolum non sono un invito alla maggioranza ad escogitare in fretta e furia una formuletta paracula che possa lusingare la speranza casiniana di un ritorno al passato multipolare, e scongiurare così la nuova – e stavolta definitiva – débâcle politica di Berlusconi. Anche perché Casini è stato sorprendentemente pronto nel respingere l’ipotesi di una soluzione parlamentare, una soluzione, cioè, concordata con l’attuale, ormai completamente non-credibile maggioranza.

Quel milione di firme non indicano a quale regola elettorale gli italiani vogliano affidare il gioco democratico; sono però un’imperativa, e se vogliamo persino generosa, indicazione sulla indisponibilità dei sovrani a lasciarsi piegare agli opportunismi delle parti che se ne intestano la rappresentanza.
Non un ennesimo, sistemicamente insostenibile stratagemma attraverso cui cristallizzare la specificità della democrazia italiana: quello che ci serve è ricondurre la viziosa specificità in virtuosa normalità. Un set di regole elettorali informato ai criteri in uso nei sistemi istituzionalmente efficienti, ad esempio; perché, se non superiamo l’idea che quello che funziona, talvolta da secoli, nei paesi a caratura democratica pregiata non possa funzionare da noi, beh, la qualità della nostra democrazia non la miglioreremo mai.


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

One Response to “Il referendum della civilizzazione elettorale”

  1. alex PSI scrive:

    Mi fa riflettere questo argomentare sulla legge elettorale, penso che la deriva attualmente in corso nelle classi dirigenti che oggi occupano i ruoli chiave dei principali partiti, difficilmente venga scardinata da una nuova legge elettorale. E’ necessario che tra le persone ci sia maggiore attenzione nel controllo del pubblico operato degli eletti, e questo è proprio una questione di etica delle persone. Ma il problema è che pochi si interessano dei problemi politici e quando tentano di farlo vengono sviati nel teatrino della politica che porta la dialettica in dei binari morti da bar dello sport.

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