Intercettazioni: Libertiamo ieri stava in piazza. Però…

– Libertiamo è andata ieri in piazza. Per scoprire, come spesso avviene, che ad unirci a quanti temono le manovre berlusconiane sul “ddl intercettazioni” è lo scandalo per un uso privato della legislazione, che Berlusconi neppure dissimula e perfino rivendica, ma non l’idea di ciò che in un Paese civile dovrebbe essere il rapporto tra la giustizia, la politica e l’informazione. All’insegna – noi pensiamo – della divisione e non della confusione dei rispettivi ruoli e poteri.

Come abbiamo scritto per oltre due anni, non vorremmo rassegnarci – e comunque non ci riusciamo – alla logica per cui una cosa è giusta o sbagliata a seconda che giovi o nuoccia al Cavaliere. Il che, se ci ha reso riluttanti come berlusconiani, ci rende anomali come “antiberlusconiani”. Ma visto che siamo un giornale, per quanto sui generis, e più ancora un luogo in cui liberamente si discute delle cose della politica, sul dossier intercettazioni vorremmo chiarire come la pensiamo. E non la pensiamo come la “piazza”.

In primo luogo, pensiamo che il testo che è oggi all’esame della Camera, grazie ai numerosi e sostanziali aggiustamenti di fatto imposti, in Commissione Giustizia, dalla relatrice del provvedimento, Giulia Bongiorno, sia di gran lunga migliore di quello originario. Migliore da ogni punto di vista. Non limita in modo abnorme, con il Cav. avrebbe voluto, il ricorso ad un indispensabile mezzo di indagine e non impedisce ai giornali di raccontare i fatti che emergono dalle intercettazioni a disposizione delle parti. Di quelle coperte dal segreto investigativo e che, rubate dai cassetti dei giudici (soprattutto di quelli lasciati aperti), finiscono sui giornali, pensiamo che la notizia sia il loro furto, non il loro contenuto: che quindi sia proibito usarle non ci sembra giusto, ma scontato.

Continua inoltre ad essere proibita – e pensiamo che sia bene che continui ad esserlo – la “riproduzione” dei documenti e degli atti disponibili alle parti – ivi comprese le intercettazioni. Così è da qualche decennio e speriamo che così rimanga per i prossimi secoli. Il dossieraggio dei documenti non integra il diritto a sapere dei lettori, ma quello degli editori e dei loro committenti a “far sapere”, cioè nella sostanza a sputtanare. Una cosa è il giornalismo d’inchiesta, altra è la ricettazione legale e perfino illegale delle carte. Non è Pecorelli – o Lavitola – il modello del giornalista che ci piace. Neppure quando è antiberlusconiano.

Se è vero che il Cav. vuole imporre la mordacchia ai giornalisti perché gli sono scomodi – come ha detto ieri il Presidente dell’Ordine dei giornalisti – è altrettanto vero che sul mercato secondario delle “veline giudiziarie” – quello politico-giornalistico – le carte non valgono per quello che dicono, ma per quello a cui servono e non vengono negoziate nell’interesse del lettore. E questo rende i giornalisti non scomodi, ma comodissimi, non autonomi, ma servibili alle esigenze dei loro padroni. E a dimostrarlo stanno lì – paradosso nel paradosso – proprio le testate berlusconiane.

Detto in altri termini e più spicci, a noi questo modo di fare giustizia, politica e informazione cut & paste ci fa schifo quanto la moradacchia che il Cav., i suoi avvocati e i suoi famigli vorrebbero imporre all’informazione giudiziaria “sensibile”, quella che riguarda il principale. E del nostro disgusto continuiamo a vantarci.

Quello che temiamo non è che il ddl, così come è miracolosamente sortito dal braccio di ferro tra Fini e Berlusconi, passi, ma che non passi e sia sostituito da una legge più utile e propizia alle sorti processuali e agli interessi politici del Cavaliere. Di questo testo il meglio vorremmo difenderlo dagli attacchi dei nemici e degli amici, non rinnegarlo. Anche perché, rispetto al tema della (vera) libertà d’informazione, offre migliori garanzie non solo del ddl Alfano, ma anche del vecchio – e ormai disconosciuto – ddl Mastella.

Di intollerabile – ma più ancora: di irrimediabilmente cretino – nella legge che inizierà a discutersi mercoledì alla Camera c’è solo la norma “ammazza-blog”.

Ma anche su quella, come abbiamo spiegato, ci piacerebbe che si discutesse in modo razionale, non immaginando il web come una sorta di mare dei pirati, in cui sia bandita ogni regola di navigazione. Perché è vero che i politici che vogliono disciplinare la rete in genere non la conoscono, ma è vero anche che molti di quelli che la frequentano si convincono che sia un altro mondo, non un modo per allargare lo spazio del mondo che conosciamo e di quello dell’informazione in particolare.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

One Response to “Intercettazioni: Libertiamo ieri stava in piazza. Però…”

  1. patroc. strag. Riccardo Nicotra (Catania) scrive:

    neanche ai giornali cartacei può succedere ciò! Chi ritiene leso (da quale punto di vista?) manda una lettera particolareggiata al direttore e all’editore, e poi si deciderà. Eventualmente si provvederà penalmente e civilmente, tutti anno potere di replica, e replicare ciò che è stato replicato da altri e prove eventuali alla mano, diffidare chi di dovere, altro che una semplice e-mail.
    Bene o male ancora oggi, fino ad oggi, un po’ di verità e fatti reali in tempo reale, si riescono a conoscere, ma domani?
    Solo (dis)informazione di regime, anche sulla bibbia e su Gesù, e sul fatto che la Terra è stata distrutta da cataclismi tante volte, e tante volte è stata già abitata da esseri terrestri e/o non terrestri, in concorso, probabilmente. L’aria è inquinata dalle multinazionali del petrolio? No! E’ tersa come neve! L’energia atomica non è sicura e costa un everest di denaro? No! Le centrali di ultima generazione sono sicure come la faglia di Sant’Adrea e costano pochissimo e prendono pochissimo spazio, infatti ora è nata la mafia dell’uranio che passa inosservata dentro delle borse per flauto.
    E come dicevano gli antichi greci:
    “la verità come l’assolutamente innegabile, ma innegabile in modo tale che né cambiamento di epoche, né mutazione di cultura, né uomini, né Dei la possono cambiare. Neanche un Dio onnipotente può cambiare il contenuto della verità.”

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