Dalla comunicazione 2.0 al controllo 2.0

– Si conclude oggi la sesta edizione dell’Internet Governance Forum. L’incontro, che ha raccolto circa 2 mila partecipanti da oltre 100 paesi, si è tenuto a partire da martedì 27 a Nairobi, in Kenya, nella sede locale delle Nazioni Unite, che ne sono i promotori. Scopo, come ogni anno, è stato radunare e mettere a confronto i governi di tutto il mondo con attivisti, esperti, associazioni di volontari e semplici cittadini sul tema del governo della Rete. Un tema più che mai spinoso nell’era delle rivoluzioni compiute anche grazie ai social media, di WikiLeaks, di Anonymous. E, come riportano organizzazioni del calibro di Reporters Without Borders e Freedom House, in un periodo storico in cui globalmente il web si sposta – a causa della repressione esercitata non solo in regimi non democratici – verso il «controllo2.0», più che verso un ampliamento e una maggiore tutela della libera espressione.

L’idea di un consesso internazionale per mettere in dialogo i portatori di interesse, o stakeholder,della Rete è nata al World Summit della Information Society del 2005 a Tunisi. E, allora come oggi, la parola chiave è “compromesso”. La questione è la stessa: da un lato alcuni governi e le loro agenzie, desiderose di ottenere un maggiore potere nella gestione delle regole fondamentali del web; dall’altro i restanti attori, per nulla desiderosi di mettere nelle mani della politica le basi di uno strumento che negli ultimi 15 anni, secondo un recente rapporto di McKinsey, ha contribuito per il 10% del Pil dei Paesi ricchi (in Italia, il dato è fermo al 2%).

Ora che gli esseri umani connessi al web hanno raggiunto quota 2 miliardi, e che il potenziale rivoluzionario di Internet è stato portato prepotentemente agli occhi del mondo con la “primavera araba”, l’approccio paritario,multistakeholder della governance del web scricchiola più che mai.

Governi come quello brasiliano, russo e indiano premono infatti per la predisposizione di un codice internazionale di condotta per la sicurezza dell’informazione o per la creazione di un «nuovo organismo globale» che sposti l’ago della bilancia dalla parte della politica. Ancora, altri Stati chiedono che un’agenzia delle Nazioni Unite, la International Communication Union (Itu), assuma un ruolo di supervisione sul controllo del web. I paesi dell’Ocse, invece, sono schierati in difesa dell’idea figlia delle origini della Rete: mantenere la governance distribuita, così da non dare abbastanza potere a un unico soggetto per imporre indebite restrizioni della libera espressione. Insomma, la questione – come ha scritto Arturo Di Corinto su Repubblica – è se sarà possibile o meno mantenere la Rete separata dalla geopolitica,evitando che l’Igf finisca assoggettato a «un processo decisionale di tipo governativo, cioè vincolante e normativo, basato sulla logica degli “interessi nazionali” invece che sulle buone pratiche e l’dea di Internet come bene comune».

Per ora l’incontro, il cui titolo è stato «Internet come catalizzatore del cambiamento: accesso, sviluppo, libertà e innovazione», ha mantenuto l’usuale assetto caotico ma paritario. Così che, come riporta l’Economist,anche quest’anno tutti i partecipanti hanno avuto lo stesso diritto di parola, i governi si sono dovuti sorbire le lamentele degli attivisti e perfino gli organizzatori hanno dedicato un workshop dove chiunque ha potuto indicare cosa non abbia funzionato all’interno del forum. Che ha visto la presenza, tra gli altri, del creatore del world wide web Time Berners-Lee, del commissario per l’agenda digitale Neelie Kroes e del segretario generale di Reporters Without Borders, Jean-Francois Jillard.      Sull’Huffington Post, Jillard haillustrato alcune sfide fondamentali che, a suo dire, dovrebbero riguardare prepotentemente l’Igf. Prima di tutto, aiutare chi combatte la censura, per esempio promuovendo i comportamenti virtuosi da parte delle aziende che subiscano pressioni per contribuire ai progetti repressivi dei governi autoritari. Ancora, decidere modi concreti per proteggere la net neutrality. E sanzionare attraverso le Nazioni Unite quei governi che, travolti dalla ribellione di piazza,hanno reagito spegnendo la Rete. Imponendo loro, in seguito, delle regole di comportamento compatibili con la libera espressione, così che ciò non si ripeta.

Secondo l’Economist,ciò è favorito dal modello multistakeholder,che incentiva l’innovazione e mette al riparo da concentrazioni di potere che facilitino strette repressive.

A Nairobi si è parlato di regole e rapporti tra istituzioni, ma non solo. Tra i temi trattati, infatti, ci sono stati anche la proposta di «una grande iniziativa mondiale per la diffusione della banda larga»,come ha spiegato il senatore Pd Vincenzo Vita, presente all’evento. E la cybersicurezza. Cioè la prevenzione di crimini, frodi e traffici illeciti online. Questioni che, come scrive African Science News,hanno assunto grande rilevanza all’Igf e che secondo Diane Schroeder,della Internet Corporation for Assigned Names and Numbers (Icann, un organo peraltro al centro del conflitto di cui si è detto),colpiscono con particolare forza i paesi a basso reddito. E non è mancato chi ha chiesto la possibilità di disporre di misure più severe per contrastare i cybercrimini, tra tutti gli attacchi all’integrità delle infrastrutture di rete e la pedopornografia online. Temi che, tuttavia, sono troppo spesso stati pretesto, anche in Italia, per progetti di legge in aperto contrasto con il mantenimento di una libera conversazione online.


Autore: Fabio Chiusi

MSC alla London School of Economics in Storia e Filosofia della Scienza, è un giornalista e blogger. È redattore per Lettera43.it e scrive di politica, social networking e critica della disinformazione sul blog ilNichilista. Collabora con l'Espresso, Farefuturo webmagazine, Agoravox Italia e il Termometro Politico. Per Mimesis ha pubblicato Ti odio su Facebook. Come sconfiggere il mito dei brigatisti da social network prima che imbavagli la rete (luglio 2010).

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