– Dentro l’infinito psicodramma italiano, dall’apparenza tragica e dal controluce farsesco, ogni voto può essere quello buono, per ricordare quanto mosse siano le acque, quanto poco sicuri gli approdi, quanto indistinguibili siano persecutori e perseguitati, leoni e agnelli, Davide e Golia.

Montecitorio, 28 Settembre 2011: la Camera vota sulla mozione di sfiducia al Ministro dell’Agricoltura Saverio Romano, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Romano, in odore di inchieste già da prima della sua controversa nomina del marzo scorso, riesce a mantenersi a galla per 21 voti. Votano a favore della sfiducia Pd, Idv, Fli, Udc. Contro, Pdl e Lega. La Camera respinge. E la “delegazione radicale del Pd” che fa? Si astiene, agitando cartelli di “amnistia per la Repubblica”, sempiterna battaglia di quel partito, riportata in auge nelle settimane scorse da Pannella.

L’astensione crea fortissimi malumori e polemiche all’interno del Pd, che già mal sopporta e mal digerisce la pattuglia radicale sia dal suo ingresso nel gruppo parlamentare democratico, avvenuta dopo le elezioni del 2008. Volano parole grosse, minacce di espulsione dal gruppo, risentimenti di vario ordine e tipo.

La bordata più pesante arriva però da Antonio Di Pietro il quale, nonostante la recente svolta “moderata” (ben esemplificata da una delle sue ultime dichiarazioni, quella che “se il governo continua così ci scapperà il morto”), non perde mai l’occasione per mostrarsi duro e puro.I Radicali portano avanti battaglie libertarie per cui si può fare tutto e di più: si può fumare spinelli, inveire con il Padreterno, abolire le carceri – ha tuonato Tonino nostro -. Un modo di vivere per me inconcepibile in una democrazia occidentale, ma l’errore è stato quello di dargli una voce e uno scranno per portare avanti queste loro aspirazioni. Un errore che non ho fatto io. Il problema non sono loro, ma chi li ha messi li”.

A parte l’evidente attacco a Pd e Veltroni, che i pannelliani volle nelle liste Pd solo tre anni e mezzo fa, questa dichiarazione, nella sua limpidezza cristallina, spiega molte altre cose, oltre all’idiosincrasia dell’ex pm rispetto ai Radicali.

Vediamole con calma. Siamo convinti che il 28 Settembre i Radicali abbiano sbagliato, nel merito e nel metodo. Per quanto ci riguarda, Romano, su cui pesano gravi ombre, non sarebbe mai dovuto diventare Ministro. Si può essere garantisti, e noi lo siamo. Ma essere garantisti significa anche non confondere responsabilità politiche e responsabilità penali. E un politico deve sempre essere al di sopra di ogni ragionevole sospetto: non solo riguardo al suo profilo penale ma anche e soprattutto riguardo all’opportunità politica della sua figura.

Detto questo, i Radicali non sono una novità: il loro metodo è questo, prendere o lasciare. Quello cioè di creare “casi mediatici” perché si parli di loro e delle loro iniziative, a loro parere colpevolmente ostracizzate dai media “di regime”. E i loro voti erano ininfluenti ai fini della votazione. Si possono accusare i Radicali di molti difetti (un certo settarismo unito a una buona dose di velleitarismo e ambiguità assortite) ma certo non li si può accusare di incoerenza: a differenza di tanti altri sono gli stessi dal 1955, e chi se li mette in casa sa a cosa va incontro, nel bene e nel male.

Purtroppo però, anche Antonio Di Pietro non è una novità. La sua ultima dichiarazione trasuda infatti della sua cultura, che certo è impossibile definire genericamente progressista e di sinistra. A parte il ritratto macchiettistico di una società vagheggiata dai Radicali dove tutti si fanno le canne, bestemmiano liberamente, assaltano le carceri e magari si accoppiano anche con gli animali, Di Pietro usa le parole tipiche di un conservatore vecchio stampo “legge e ordine”. E quando, con aria da censuratore e boicottatore, dice che il peggiore dei mali è stato dare a queste loro aspirazioni uno scranno e una voce va contro secoli di società post-illuministica, contro il precetto di Voltaire alla base di ogni democrazia che possa definirsi tale, quello secondo cui “Non sono d’accordo con nessuna delle tue parole, ma mi batterò fino alla morte perché tu le possa esprimere”.

Parafrasando Tonino nostro, il problema non è solo dei Radicali, che probabilmente non saranno nel prossimo Parlamento, vittime purtroppo più di se stessi che degli altri.

Il problema vero è della sinistra italiana, che ha permesso che le correnti liberali, libertarie, genuinamente progressiste e attente ai diritti individuali più che a difendere uno Stato Moloch Etico, venissero progressivamente marginalizzate, fino a farle diventare ininfluenti, in nome della mera contabilità elettorale.

Di sinistra è, o sarebbe, stare dalla parte degli ultimi, dei non garantiti, degli indifesi. Di sinistra è, o sarebbe, dire che non c’è libertà senza giustizia, e che la giustizia, per essere giusta, dev’essere efficiente, efficace e paritaria. Di sinistra è, o sarebbe, credere nella finalità rieducativa della pena detentiva, e rigettare l’idea che il carcere sia “vendetta di Stato”. Di sinistra è, o sarebbe, secondo il principio della riduzione del danno, credere che liberalizzare le droghe sia il più formidabile colpo che si potrebbe infliggere alla criminalità organizzata e al consumo stesso di droga. Di sinistra è, o sarebbe, dare voce a chi non ha voce, senza censure e senza filtri. Di sinistra è, o sarebbe, battersi per smantellare i privilegi, superare lo status quo, credere in un’idea di società radicalmente differente.

Non sappiamo se i Radicali siano di sinistra. Per loro però, più che le etichette, parlano decenni di storia politica complessa, di rapporti conflittuali con quella sinistra verso cui hanno sempre provato, ricambiati, attrazione e repulsione, amore e odio, ortodossia ed eversione.

Ma di una cosa siamo sicuri: Antonio Di Pietro non è, o non sarebbe, di sinistra, ma probabilmente nemmeno di destra, certamente non quella liberale, a dispetto della collocazione in Parlamento Europe, nell’Alde. Tutto questo, se la sinistra italiana, o una buona parte di essa, fosse davvero di sinistra. Cosa che purtroppo da molti anni, ormai, ha rinunciato a essere.