Ah, se Bankitalia fosse Alitalia…

di SIMONA BONFANTE – Stanno cimentandosi nella scelta del successore di Mario Draghi come si trattasse di decidere a chi assegnare una municipalizzata: ci mettiamo quello perché è di Milano – dove ci serve recuperare voti – o quell’altro che al ministro presuntuoso non piace, che così si fa vedere in giro chi li porta i pantaloni nella famiglia delle libertà? Boh.
Difficile comandare, quando si ha, per obbligo istituzionale, il dovere di farlo. Quando, cioè, per obbligo istituzionale, si ha il compito di adottare parametri meno disinvoltamente tarati sul gradiente estetico-relazionale.

Dunque: Grilli, Saccomanni, né l’uno né l’altro? Né l’uno né l’altro può voler dire, ad esempio, un potenziale competitor da eliminare dalla rosa dei papabili a sanare l’emergenza che il leader, lui, ha convintamene contribuito a cronicizzare. L’interessato – l’ex Commissario europeo a quella cosa impronunciabile chiamata concorrenza – ecco, lui però declina. Perché allora non optare per uno al suddetto vicino – tipo il Magnifico Rettore della Magnifica Bocconi? Sai mai, servisse a tenere l’accademico competitor impegnato negli accademici offici.

Né l’uno né l’altro, però, può voler dire anche altro: nomi freschi, nomi noti, nomi donne, nomi e basta. Ma chi se ne frega del nome: qui in ballo c’è mica l’indipendenza, l’autorevolezza, la credibilità dell’istituto monetario nazionale? Mica si tratta di mettere – e in fretta –  una pezza alla voragine reputazionale del governing management della ormai unica ‘i’ tra i porcellini europei?

Il potere – il dovere – di indicare il responsabile di Bankitalia spetta al Presidente del Consiglio. Bizzarro: il nostro Premier ha sempre lamentato i limiti costituzionali all’esercizio della propria volontà. Stavolta che il potere di decidere non c’è organo costituzionale che si permetta di disconoscerglielo, ecco, stavolta  è lui a non saperlo usare. Lui, anzi, a lasciarsi addirittura paralizzare dalla responsabilità di decidere.

Ma Berlusconi ha mai governato? Certo, la sua volontà è stata determinante in una infinita serie di circostanze ‘minori’ che tuttavia, messe l’una accanto all’altra, fanno quanto, in termini di denaro pubblico impropriamente sprecato? Dalla italianizzazione coatta di Alitalia – decisa da lui, pagata da noi; alla stipendizzazione delle belle fiche a carico di Stato, Regioni, Comuni, Enti pubblici. Cioè, anche qui, da noi.

Ci fosse un photo book anche per Bankitalia, il governatore, Berlusconi, l’avrebbe scelto da mo. Con quegli incomprensibilmente pallosi criteri meritocratico-istituzionali imposti dal caso, invece, il beauty contest diventa roba impossibile. E poi, che palle, ci abbiamo pure gli occhi del mondo economico-politico intero addosso. Lo capissero, sti guardoni, che qui il problema è un altro, che qui non si muove foglia che Bossi non voglia. E con Bossi mica ci parlano loro, i fighetti dei mercati, quelli di Bruxelles. Che, poi, ‘parlare’: con Bossi si gesticola. O grugnisce, al più. ‘Na fatica.

Una fatica, governare, sì. Una fatica impossibile, poi, se si pretende pure che chi assume la titolarità del compito debba far corripondere alla facoltà di scelta quel criterio astratto che è il bene del paese. E se il bene del paese non corrispondesse al bene della maggioranza parlamentare, ebbene: che si fa?


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

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