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Per crescere, Fli faccia come l’Udc, esca dalla CdL-Terzo Polo

– Esser nuovi non è facile; esser nuovi al centro, ancora meno: lo dimostrano chiaramente il comportamento di voto degli elettori, le cui aspettative sono ormai strutturate in modo bipolare. Ne consegue che un partito nuovo e terzo che voglia competere nel gioco elettorale deve, per sopravvivere, essere capace di fidelizzare una fetta di elettorato in modo da sottrarla alla competizione bipolare.

Si trovano pochi esempi di partiti minoritari cui tale strategia di fidelizzazione sia riuscita: due esempi interessanti sono il Movimento 5 Stelle e l’UDC.

Del Movimento 5 Stelle si è scritto molto. Si tratta essenzialmente di un partito corrispondente al modello del cosiddetto partito in franchising (ovvero, in nuce, con larga autonomia delle sezioni locali e “marchio” politico gestito centralmente) e con un forte potenziale di fidelizzazione ideologica. Il modello organizzativo del Movimento, come vedremo, non è privo di un certo interesse, ma la sua forza ideologica è difficilmente replicabile, dovuta com’è a posizioni antisistemiche.

Il caso dell’UDC, d’altro canto, presenta un certo interesse in quanto esso si può meglio confrontare, sotto il profilo contenutistico, con un partito come Futuro e Libertà. Prima di considerare i possibili effetti di un’aggregazione centrista (il cosiddetto “Terzo Polo”) su un partito come FLI, sarà dunque necessario analizzare come l’UDC sia riuscita a sopravvivere alle durezze del sistema elettorale (sia pure di carattere misto), del bipolarismo “psicologico” dell’elettorato e della polarizzazione politica in funzione pro- o anti-berlusconiana.

Tutti questi fattori tendono infatti a disgregare un partito di centro, che per la natura delle sue posizioni si trova giocoforza a far da cuscinetto fra destra e sinistra. L’UDC nasce infatti come agglomerazione di una serie di microscopici partiti centristi preesistenti, ciascuno dei quali apporta una sua propria base di elettori fidelizzati (il “nucleo durissimo”, si potrebbe dire, della vecchia Italia democristiana). Ma il dato interessante è che l’aggregazione riesce, tanto che alle elezioni politiche 2006 l’UDC ottiene il 6,8% dei voti, rispetto al complessivo 6% ca. del 2001 e 5,62% del 2008. Alle elezioni del 2006, insomma, per una volta due più due non solo fa effettivamente quattro, ma perfino qualcosa di più.

La variabile che ci può aiutare a capire questo fatto peculiare per la storia politica italiana è la conformazione del sistema partitico. Il fatto che l’aggregazione centrista abbia avuto luogo sotto l’ombrello della coalizione di centro-destra permetteva agli elettori di esprimere liberamente la loro preferenza per un partito minoritario, come l’UDC, sostenendo al contempo un candidato probabile vincente.

Si tratta, da un lato, della conseguenza naturale della personalizzazione della competizione politica, nella misura in cui il candidato premier è noto prima delle elezioni e non dipende da operazioni di “cucina politica” post-elettorale. Dall’altro lato rileva natura bipolare della competizione. Un voto “utile”, di conseguenza, è un voto che non esprime tanto la preferenza partitica, quanto la preferenza per un dato candidato. Il che erode ulteriormente i partiti non coalizzati con uno dei due poli.

Questa è la situazione in cui si viene a trovare l’UDC nel 2008, quando non si presenta sotto l’ombrello PdL o CdL, sicché quegli elettori che vogliono votare il candidato di destra non si sentono liberi di votare UDC. Che resta, infatti, con la sola base “fedele” e torna infatti ai livelli elettorali del 2001, ovvero alla somma dei “nuclei duri” dei partitini che la compongono.

In sostanza possiamo dunque dire che “il centrismo fa male”, in termini di voti, nella misura in cui: in primo luogo, l’elettorato è abituato a pensare in modo bipolare (pro-contro un dato candidato o una data coalizione). In secondo luogo, al centro è difficile costruire un’identità forte (come possono invece fare il Movimento 5 Stelle e la Lega).

Per la sopravvivenza di un partito moderato che voglia stare al di fuori della competizione bipolare è dunque necessario tenere costantemente a mente due fondamentali componenti strutturali. Esse possono permettere di ovviare, almeno in parte, agli svantaggi di posizionamento, fidelizzando una fetta di elettorato.

La prima componente è la strutturazione sul territorio. In assenza della leva dell’ideologia, ottenere voti è possibile soltanto tramite una struttura sul territorio estremamente valida e attiva. Sotto questo profilo, il modello del partito in franchising può essere un buon punto di partenza, dato che esso permette di combinare massima libertà di azione e di innovazione sul territorio con la riconoscibilità di un “marchio” partitico gestito centralmente in termini di policy, media e quant’altro. Una struttura simile necessita però, di una miscela di tre ingredienti fondamentali: forza lavoro, danaro e organizzazione. Dato lo scarso appeal ideologico posseduto oggi da un progetto come FLI, è naturalmente limitata la quantità di forza lavoro gratuita a disposizione. Di qui l’aumento di importanza della disponibilità del capitale e dell’appeal mediatico, nonché della qualità dell’organizzazione sul territorio.

Il secondo aspetto strutturale, assolutamente cruciale, è la necessità di identificare un preciso bacino elettorale e catturarne le preferenze tramite proposte politiche e stile adeguati. Sotto questo profilo, un problema importante nasce nel momento in cui un partito con un’identità relativamente debole ma definita come FLI entra in una coalizione centrista. Come coniugare le posizioni necessarie ad attingere dal bacino elettorale di riferimento – quali legalità, laicità, liberismo e via dicendo – con le necessità di un’alleanza politica? Domanda tanto più pressante se non si tratta di una mera alleanza elettorale, ma di un processo di aggregazione.

FLI incontra, ovviamente, tutte le difficoltà che un partito piccolo e nuovo può avere nel posizionarsi al centro(-destra), nel creare una struttura di fidelizzazione sul territorio e nell’attingere ad un bacino elettorale nelle fasi iniziali della sua vita.

È mia personale opinione che in questo frangente andare a legarsi indissolubilmente ad un conglomerato centrista possa essere estremamente pericoloso.  Ciò riduce infatti ulteriormente la forza ideologica di un partito e rischia di annacquare eccessivamente le proposte politiche, confondere l’elettorato e scoraggiare la stessa base.

Di conseguenza occorre prestare attenzione a tre fattori fondamentali: non “appiattirsi” sul partito di coalizione, mantenendo un identità molto netta; darsi una struttura estremamente efficiente e presente sul territorio; infine identificare un preciso bacino elettorale e conformarsi, per quanto possibile, alle sue preferenze.

Nell’attesa che i fatti smentiscano clamorosamente questa mia analisi, resto convito che al centro, nell’Italia di oggi ed in mancanza di uno qualsiasi di questi tre aspetti, attenda la débacle elettorale.


Autore: Luca Bolzonello

Classe 1989, si è laureato in Relazioni internazionali all'Università di Bologna. Ha vissuto in Gran Bretagna, Belgio e Olanda, dove studia Diritto internazionale. Collabora con il Maastricht Journal of European Law, con particolare predilezione per tematiche del diritto internazionale ed europeo.

2 Responses to “Per crescere, Fli faccia come l’Udc, esca dalla CdL-Terzo Polo”

  1. Analisi impeccabile, conclusione condivisibile.

  2. Giorgio Gragnaniello scrive:

    “…identificare un preciso bacino elettorale e conformarsi alle sue preferenze…”-

    In carenza di idee e di carisma si può anche invertire in politica il gioco delle parti; ma il rischio di scendere al clientelismo ne risulta potenzialmente più elevato.
    Il politico Grillo prospera solo sull’altrui avarizia: se a pagamento , i suoi spettacoli di piazza si spopolerebbero.

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