– C’era una volta un’Italia benestante, in cui lo Stato governato dal centrosinistra spendeva e spandeva senza soppesare più di tanto le ricadute future dei suoi investimenti, portando a quel buco nero che è l’attuale debito pubblico.

In quel periodo idilliaco dominato dallo statalismo, in cui chiunque poteva trovare un posto di lavoro nel settore pubblico se aveva la tessera di partito giusta, salì al potere il governo Rumor, in una larga coalizione di centrosinistra formata da DC, PSI, PSDI e Repubblicani.

Basterebbero i nomi dei partiti per comprendere la mentalità burocratica e assistenzialista imperante dell’esecutivo, ma non può essere tralasciata una delle sue riforme caratterizzanti. Il governo era giunto al sesto rimpasto nel giro di quattro anni, ed era il 1973 quando il ministro al Lavoro e alla Previdenza Sociale, Luigi Bertoldi, ebbe l’idea delle cosiddette “baby pensioni”: sarebbero bastati 14 anni 6 mesi e 1 giorno di contributi per le donne sposata con figli; 20 anni per gli statali; 25 per i dipendenti degli enti locali per accedere alla pensione.

Questa situazione si è trascinata fino al 1992, ma i suoi effetti ricadono sulla popolazione ancora oggi, e avranno effetti devastanti in futuro, data la situazione precaria del lavoro e del sistema previdenziale nostrano, con giovani che non sanno se e quando avranno mai una pensione.

Una situazione che ha creato vere e proprie mostruosità, normalissime all’epoca ma pura utopia per chi lavora nell’anno 2011, come i casi raccontati a metà degli anni ’90 da Gian Antonio Stella sul Corriere delle signore Ermanna Cossio e Francesca Zarcone, pensionate rispettivamente alla veneranda età di 29 anni la prima, 32 la seconda.

Ad usufruire del beneficio offerto dalle “baby pensioni” sono attualmente, secondo il Casellario centrale dei pensionati, quasi 550.000 persone. Tra i fortunati rientrano anche i parlamentari, che possono incassare un lauto assegno dopo i 56 anni. C’è chi già lo fa, come Antonio Di Pietro, leader dell’IDV che a 44 anni ha abbandonato la carriera di magistrato per dedicarsi alla politica, o come la moglie di Umberto Bossi, l’insegnante siciliana Manuela Marrone, che è andata in pensione a 39 anni, e guadagna quasi 800 euro al mese.

Tra questi dati, tuttavia, ce n’è uno in controtendenza con la mappa nazionale dell’assistenzialismo: ad essere state maggiormente privilegiate da questa misura sono infatti più le regioni del Nord Italia, Lombardia in testa, di quelle del Sud.

Resta il fatto che nel nostro paese ci sono persone che hanno lavorato poco, ma da 25 anni incassano pensioni tali e quali a quelle di chi ha sudato tutta una vita. Una spesa, per lo Stato, di quasi 10 miliardi l’anno, che sarebbero una manna dal cielo per le casse piangenti del nostro sistema pensionistico.

A tal proposito il Corriere, grazie alla proposta del suo lettore Franco Tomassini, ha lanciato in agosto la proposta di istituire un contributo di solidarietà, con aliquote in base al reddito, che i baby pensionati dovranno versare per le pensioni delle generazioni più giovani. Una proposta onesta, visto e considerato che la pensione lorda media di chi usufruisce di questo privilegio è pari a 1500 euro, e che generalmente incassa nel tempo il triplo di quanto abbia versato.

Il sogno vero, però, e la cosa giusta da fare, sarebbe annullare completamente questi contributi che sono uno schiaffo a chi lavora e vede continuamente allontanarsi l’età della pensione e abbassarsi i fondi a disposizione per la sua vecchiaia. Uno Stato moderno in un periodo di crisi non può permettersi di continuare a pagare un regalo a chi da 30 anni e più vive sulle spalle di una collettività a cui ha dato soltanto pochi anni di lavoro.

Nella prossima riforma del sistema pensionistico, oltre alle solite misure propagandistiche, sarà il caso di farci un pensiero.