La comunicazione oltre i comunicati stampa

– Perché la comunicazione di un partito non funziona?
Partiamo da un presupposto. La comunicazione funziona sempre. Sappiamo che è impossibile non comunicare. Sappiamo che ogni elemento della comunicazione, riuscito o non riuscito, funziona sempre, nel senso che comunica, lo si voglia o no, qualcosa che da qualcuno arriva a qualcun altro. Ma spesso ciò che si comunica … non è ciò che si vorrebbe comunicare.

Facciamo un esempio a caso. Parliamo di Futuro e Libertà. Cosa sta comunicando?
Se voi parlate di Futuro e Libertà con chiunque si occupi di comunicazione la prima riflessione sarà (sempre) “peccato”. Peccato per cosa? Per aver fatto fuori un’ampia potenzialità di coinvolgimento sociale. Questa possibilità si è persa per strategie sbagliate o per incapacità di comunicazione? Le due cose sono inestricabilmente associate e distinte allo stesso tempo.

Le scelte sbagliate ci sono state, ma noi sappiamo che la comunicazione non è una rappresentazione del reale, ma una simulazione del proprio punto di vista circa il reale.
Morale della favola: in assenza di idee un buon comunicatore può comunicare uno straordinario mondo di idee, anche se non esiste. Certo … se le idee ci fossero sarebbe meglio. Alla base di ogni prodotto/servizio/partito/idea devono esserci dei buoni contenuti. Non è mai solo una questione di forma o di comunicazione, ci vuole capacità, esperienze e autorevolezza.

Il problema di FLI è che sta compiutamente perdendo la sua pregnanza di comunicazione. Questo difetto, che consiste nell’assenza o bassa intensità di comunicazione trasformativa, riguarda la maggior parte dei partiti italiani.
La questione è come riuscire ad ottenere il maggiore potenziale differenziale.

Il potenziale differenziale è la somma delle qualità dinamiche di comunicazione che i soggetti politici riescono ad accumulare. Consiste in una somma di differenze peculiari rispetto a soggetti di un’altra compagine politica. Sono tutti elementi che lo differenziano e lo posizionano o lo riposizionano rispetto all’avversario.
Queste differenze sono “immaginarie” nel senso che devono diventare immaginario dell’elettore. Se no … anche se reali … non esistono.

Quando parliamo di comunicazione politica dobbiamo tener ben presenti le logiche in atto nelle società tecnocratiche contemporanee. In che senso?

  • Prima di entrare in un’area, o mercato, settoriale della comunicazione bisogna indagare e analizzare l’azione comunicativa dei propri concorrenti e differenziarsi da essi. Smarcarsi sia nei temi che nelle modalità di comunicazione.
  • La comunicazione deve essere fatta gestire non agli uomini “storici” di un apparato pre esistente, ma ogni apparato di comunicazione deve essere ridefinito in base ai nuovi scenari. Spesso nuovi professionisti iper motivati, culturalmente eccentrici, rendono meglio, o sono più funzionali, rispetto ai navigati professionisti della comunicazione trasversale. Sbagliare le attribuzioni di ruolo e di gestione della comunicazione vuol dire sbagliare tutto.
  • Il candidato deve creare identificazione con il suo ipotetico elettorato mediante le sue capacità narrative. Raccontandosi. Raccogliendo consensi prima di tutti attorno al proprio tema interiore. L’identificazione psicologica non scatta sugli “argomenti” della politica, ma sul tema interiore di chi raccontando sé stesso, implicitamente, si pone come metafora viva di quegli argomenti.
  • Saper comunicare idee, valori. E non aspetti tecnici o funzionali. Definire un unico messaggio di grande impatto, coerente con la storia genetica del campo d’azione nel quale si sta agendo, e con i valori contemporanei. Saperlo rappresentare attraverso simboli universali e declinare nelle forme e nei modi della nuova società 2.0. Lasciare che il pubblico s’identifichi, aderisca e lo diffonda in modo virale.
  • Fare leva sulle emozioni profonde delle persone. Superare il concetto di testimonial e lasciare che le comunità influenti si esprimano in modo creativo rispetto ai temi e che diventino soggetti spontanei e autonomi della sua reputazione e della sua comunicazione.
  • – Esplorare tutti i media. Creare un circolo virtuoso tra i diversi media. Non utilizzare i mezzi solo per parlare alle persone ma soprattutto per far parlare tra loro le persone. Mettere gli individui al centro del network dei media.
  • – Il mondo è ancora fatto di tante Tribù. Ognuna ha i suoi guru e i suoi stregoni. I suoi riti e i suoi luoghi di sacrificio. Bisogna saper parlare ciascun linguaggio, adattarsi ai contesti e saper entrare in relazione con ogni singolo gruppo.
  • Conoscere le regole e i modelli partecipativi della Rete. Idee, talento e personalità sono gli ingredienti necessari per diventare un nodo attivo dei social network. Ma gli elementi chiave di una campagna di comunicazione sui Social Media sono: creare valore per gli altri, dare informazioni aggiornate, essere trasparenti, far partecipare, ascoltare, aggregare, remixare, rendere disponibili contenuti e favorire le relazioni.
  • Essere in sintonia con i valori della contemporaneità. Net society, economia del dono, responsabilità, collaborazione, impegno, sensibilità verso l’ambiente e austerità sono tendenze in crescita. Individualismo, narcisismo e cultura dell’apparire e dell’avere sono tendenze in flessione legate soprattutto ai macro scenari dell’insicurezza, della paura e della chiusura.
  • – Saper leggere i numeri e scegliere le metriche giuste. I social media sono un fenomeno globale che riguarda tutte le aree della società, soprattutto cultura ed economia. La creazione di contenuti da parte delle persone ha superato in quantità e qualità qualsiasi media company. Cambiano i rapporti consumatore/produttore lasciando ampi spazi alla creatività delle persone: video, foto, news, relazioni, opinioni. La reputazione di un partito, o di un’idea, è nelle mani dei consumatori-autori, dei loro blog e dei loro social network.

Questi punti – ben identificati da Andrea Genovese docente dello Iulm di Milano – sono ormai compiuti della comunicazione strategica crossmediale. Sono, ad esempio, quelli che in un modo o nell’altro ha seguito Obama nella sua campagna elettorale. Comunicare non significa organizzare logiche d’informazione meta-partitiche.

In poche parole, agli elettori contemporanei frega poco dell’organizzazione delle singoli sedi, e circoli. Frega altrettanto poco di riconoscere nei “capi” della comunicazione, in coloro che danno l’indirizzo, questo o quell’altro barone o figlio o parente o accessorio di questo e quell’altro barone del partito stesso. Agli elettori frega poco del consenso “interno” al partito che detiene chi “presidia” la comunicazione. Un partito oggi è società. E se un partito non si fa società implode. O meglio … se la ride e se la canta.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

2 Responses to “La comunicazione oltre i comunicati stampa”

  1. Marcello scrive:

    Ho l’impressione che i “problemi di comunicazione” di Fli siano solo la punta di un iceberg che affonda nel mare di un partito debole perché nato in Parlamento (e non attraverso un processo di canalizzazione di interessi e di istanze sociali) e prodotto da una scelta di riposizionamento politico piuttosto azzardata, poco credibile e non interiorizzata dagli elettori di area.

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