Un’economia che funziona, l’idroelettrico. La “partita” sulle dighe

– I Romani, indiscussi maestri di ingegneria idraulica, ebbero a sperimentare e realizzare in gran numero infrastrutture idrauliche finalizzate allo sbarramento di corsi d’acqua.

Anche in questo settore, la casistica offerta dal territorio italiano si presenta di tutto riguardo. Tuttavia gli esempi più imponenti sono noti sia in Spagna che in Portogallo, che in Tripolitania. Dighe strutturalmente e planimetricamente differenti, quasi sempre di tipo gravitario, che si oppongono alla spinta dell’acqua con il proprio peso. Solo in pochi casi ad arco, che scaricano, in tutto o in parte, la spinta dell’acqua sulle spalle, cioè sull’ancoraggio della diga ai versanti della valle intercettata dallo sbarramento, a volte costruite a scopo di bonifica per mettere a coltura i terreni prossimi ad un corso d’acqua.

Così la realizzazione di bacini artificiali nell’ansa antistante la diga consentiva di immagazzinare le acque eccedenti durante il periodo di maggior portata idrica del corso d’acqua, garantendo un rifornimento nella stagione secca. E’ il caso, tra le altre, di quella di Kasserine, in Tunisia, lunga 200 m ed alta fino a 10 m.

Più frequentemente, le dighe venivano impiantate per l’approvvigionamento idrico, come nel caso di quella di Wadi-Sliman o Caam, a Leptis Magna, in Libia, estesa per 900 m in lunghezza e per 7 in altezza.

Cambiano i tempi, mutano le gerarchie. Anche oggi l’Italia, nel settore delle dighe, più specificatamente del loro utilizzo moderno ovvero l’idroelettrico, ha scalato posizioni. E’ divenuta quasi leader nel settore. Insomma un made in Italy che regala visibilità anche internazionale e, naturalmente, risorse.

Nel mondo solo undici Paesi ci sopravanzano nella produzione di energia idroelettrica. Il fabbisogno elettrico dell’intero Paese, fino al 1965, prima di lasciare spazio a petrolio e gas, era coperto per più del 50% da fiumi, bacini e condotte forzate. Attualmente continuano a soddisfare il 18% della domanda nazionale, generando un fatturato che supera i 3 miliardi di euro.

Nonostante fotovoltaico ed eolico, sui quali si é deciso di puntare, l’idroelettrico continua ad assicurare all’incirca i tre quarti di tutta l’energia rinnovabile. Fermo restando, anche in questo settore, una differenza di produzione abissale tra Italia settentrionale e centrale.

Su questa isola felice dell’economia italiana, dalla metà di agosto, é piovuto una notizia che ne mette a repentaglio la virtuosità. Per la seconda volta a distanza di pochi mesi si é ingenerata una pericolosa confusione. Una sentenza della Corte Costituzionale del 13 luglio ha annullato la norma introdotta con la manovra di un anno fa che riguardava la proroga delle concessioni relative alle “grandi derivazioni idroelettriche”. In sintesi ad essere rimessa in gioco é la gestione delle dighe e degli impianti.

A guardare con grande interesse a questa situazione sono Province e Regioni, ma anche la politica, in primis la Lega, oltre agli operatori come Enel, A2A, Cva, Edison e la E.On. Un piatto, quello dell’idroelettrico, che fa gola a molti, dunque.

Parecchie concessioni sono scadute alla fine del 2010, per tutte le altre il termine ultimo é quello del 2015. Anche se in realtà il problema affonda le sue radici tempo addietro. E’ dal gennaio del 2008 che gli operatori si trovano in difficoltà, non sapendo la scadenza delle loro concessioni.

La questione é articolata. Si dipana per ben più di un decennio, tra azioni e reazioni. L’incipit é costituito dal decreto Bersani del 1999, che aveva concesso alle aziende un “diritto di prelazione” sulle dighe, da esercitarsi a fine concessione. In sostanza una “perpetuità” come la definiscono molti addetti ai lavori. Proprio per questo l’Ue, scorgendovi un freno al mercato interno, aveva aperto una procedura d’infrazione comunitaria. Bisogna attendere il 2006 per la risoluzione della querelle. Il risultato è che il diritto viene rimosso e sostituito da una proroga decennale.

Ma non basta. Le Regioni, adducendo di non essere state interpellate nella Conferenza unificata con lo Stato, ricorrono alla Corte Costituzionale che nel gennaio 2008 abroga la norma. Segue il caos. La mancanza di certezze ostacola gli investimenti. Così anche la richiesta di tavoli di concertazione non ha seguito.

Come è naturale, nel vuoto legislativo è più facile addentrarsi, ritagliarsi nuovi spazi. Nella corsa all’accaparramento un ruolo non secondario spetta di diritto al Carroccio. Suo un emendamento “apripista” nella manovra 2010. La proroga delle concessioni idroelettriche viene portata a 5 anni, estendibili fino a 12 nel caso le aziende titolari avessero ceduto tra il 30 e il 40% dei loro diritti di sfruttamento a cinque province. Quali? Quelle di Como, Sondrio, Belluno, Brescia e Verbania. Province nelle quali la Lega ha molta voce in capitolo, come noto.

Ma proprio perché il giro d’affari è sostanzioso (240 milioni di euro all’anno) i contendenti sono tanti. Le Regioni per far saltare il piano leghista si rivolgono nuovamente alla Corte Costituzionale: la norma proposta dalla Lega, infatti, non è passata neppure questa volta dalla Conferenza unificata. Così la Consulta ribadisce la sentenza del 2008.

In attesa del pronunciamento della Corte Costituzionale la Lombardia ha tentato un “allungo”. A dicembre 2010 ha varato una legge che riprendeva la sostanza del provvedimento leghista inserito in manovra e ha dichiarato la sua norma valida anche a livello nazionale.

Insomma, un pasticcio all’italiana. Province, Regioni, Stato, operatori l’un contro l’altro armati. E così anche in questo caso, dinanzi ad un’eccellenza italiana, quella dell’idroelettrico, si decide azzuffarsi, se ne rischia l’affossamento. Ma l’affare lo merita, forse, penserà qualcuno.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

3 Responses to “Un’economia che funziona, l’idroelettrico. La “partita” sulle dighe”

  1. Paolo scrive:

    E’ il federalismo all’italiana, bellezza!

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