– Oggi pomeriggio la commissione giustizia della Camera dei Deputati riprenderà l’esame della proposta di legge sulla nuova disciplina della professione forense, già votata al Senato in prima lettura.

Chiariamolo subito: se la riforma sarà approvata così com’è, avrà effetti devastanti e incontrollabili sull’economia del paese.

Premessa: non affronteremo il tema di come sarà modificata l’organizzazione della classe forense, limitandoci ad osservare che molte associazioni di avvocati hanno evidenziato clamorose storture a svantaggio delle giovani generazioni.

La proposta di legge contiene il seguente formulato che è ben difficile considerare come un tassello di quella “Rivoluzione liberale” che viene da tempo promessa.

Art. 2

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6. Fuori dai casi in cui ricorrono competenze espressamente individuate relative a specifici settori del diritto e che sono previste dalla legge per gli esercenti altre professioni regolamentate, l’attività di consulenza legale e di assistenza legale stragiudiziale è riservata agli avvocati. È comunque consentita l’instaurazione di rapporti di lavoro subordinato ovvero la stipulazione di contratti di prestazione di opera continuativa e coordinata, aventi ad oggetto la consulenza e l’assistenza legale stragiudiziale, nell’esclusivo interesse del datore di lavoro o del soggetto in favore del quale l’opera viene prestata. Se il destinatario delle predette attività è costituito in forma di società, tali attività possono essere altresì svolte in favore dell’eventuale società controllante, controllata o collegata, ai sensi dell’articolo 2359 del codice civile. Se il destinatario è un’associazione o un ente esponenziale nelle diverse articolazioni, purché portatore di un interesse di particolare rilievo sociale e riferibile ad un gruppo non occasionale, tali attività possono essere svolte esclusivamente nell’ambito delle rispettive competenze istituzionali e limitatamente all’interesse dei propri associati ed iscritti. È altresì consentita, nelle medesime forme e con gli stessi limiti, la prestazione di consulenza da parte di professori universitari di ruolo e di ricercatori confermati in materie giuridiche.

Come espresso da Assoprofessioni in una recente audizione in Commissione Giustizia se tale maionese impazzita di parole dovesse diventare legge, l’effetto sarà esplosivo.

Proviamo ad immaginare il desolante scenario:

Le professioni non regolamentate da albi o collegi che esercitano in modo autonomo attività stragiudiziale e consulenza legale saranno spazzate via. Migliaia di studi che svolgono attività ormai affermatesi sul mercato da mezzo secolo e riconosciute da una consolidata giurisprudenza di merito, come quella di esperto di infortunistica stradale, studi di consulenza su rami del diritto innovativi (p.e. privacy, ambiente, informatica, bioetica, commercio internazionale) cesseranno ex abrupto la loro attività. Gli stessi professionisti, secondo la demenziale statuizione, potrebbero invece svolgere la loro attività se dipendenti di una impresa. Liquidatori si, patrocinatori no. Consulenti legali no, giuristi di impresa si. Un’insopportabile discriminazione.

Cesseranno quindi di esistere migliaia di imprese dedite alla composizione stragiudiziale delle controversie scelte da clienti e aziende, soprattutto quelle medio-piccole, non solo per costi concorrenziali ma per l’offerta di una competenza verticale in un ramo del diritto e una gestione “chiavi in mano” del servizio al cliente. Tali attività saranno assorbite dagli avvocati come in Portogallo, surreale argomento usato dal presidente del CNF a giustificazione della la nuova esclusiva.

Se poi si combina l’introduzione della nuova riserva con il ripristino del sistema tariffario imposto da una finanziaria che, invece di liberalizzare le professioni fa diametralmente l’opposto, si può tranquillamente affermare che il risultato sarà quello di gravare cittadini e imprese di una tassa surrettizia a beneficio però non del bene pubblico ma degli interessi privati di una corporazione. Le associazioni di categoria e quelle appartenenti alla mostruosità para-governativa del Consiglio Nazionale dei Consumatori e Utenti, potranno anche loro, senza alcuna giustificazione se non quella di esistere, godere della nuova riserva.

Il Senato e la Camera sono stati e sono a tutt’oggi sordi ai pressanti inviti di BCE, Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale e Antitrust a procedere ad una liberalizzazione delle professioni: una delle poche misure a costo zero per lo sviluppo e la crescita.

Se il formulato fosse definitivamente approvato gli altri ordini sarebbero tentati ad assorbire tutto ciò che prima non era a loro esclusivamente riservato. Niente più tributaristi ma solo commercialisti, via osteopati, chiropratici, naturopati ma solo medici, cancellati i counsellor se non psicologi, e via elencando. Si rischierebbe una regressione senza freni che porterebbe il Paese definitivamente fuori dal mercato europeo delle professioni. Dove vi sarebbe la necessità di riconoscere un sistema delle le professioni non regolamentate “leggero”, senza la creazione di nuove esclusive, ordini o “ordinicchi”, potrebbe quindi accadere l’esatto contrario e, soprattutto, si potrebbe distruggere un mercato professionale florido e in via di sviluppo, competitivo e non lamentoso.

E’ il mercato, per usare uno slogan, delle professioni “liberate”.

Perché tutto ciò potrebbe accadere?

L’assetto del paese è corporativo, come illustrato recentemente dal rapporto sulle liberalizzazioni dell’Istituto Bruno Leoni, e una delle riprove consiste nel registrare il fatto che su 73 membri complessivi delle Commissioni Giustizia del Senato e della Camera ben 37 sono avvocati. Si può dunque affermare che “i principi del foro” la norma se la sono detta e cantata da soli perché, nell’iter di discussione al Senato, è prevalsa, salvo qualche luminosa eccezione, l’appartenenza all’ordine anche se in contrasto con le indicazioni del partito.

Senza quindi reclamare nuove norme o regolamenti parlamentari, una proposta di buon senso da lanciare potrebbe essere la seguente: i partiti inseriscano nei loro codici di etica precise clausole di conflitto di interesse nella formazione delle Commissioni. Dare infatti la riforma forense in mano agli avvocati “seniores” è come mettere la volpe a guardia del pollaio.

Se non ci sarà un chiaro moto contrapposto gli spennati saranno i professionisti non regolamentati, che dovranno chiudere i battenti, i cittadini e gli imprenditori che sborseranno maggiori parcelle senza la garanzia di un miglioramento delle prestazioni.