Kudrin, il ministro liberale che ha osato disturbare il ‘manovratore’ Putin

– Grandi manovre in corso nelle mura del Cremlino.
Come avevano previsto tutti gli oppositori russi, in patria e in esilio, da Vladimir Bukovskij a Boris Nemtsov, da Oleg Gordievskij a Michail Khodorkovskij, la contrapposizione fra Dmitri Medvedev e Vladimir Putin, rispettivamente presidente e premier, era assolutamente artificiale. I due hanno “litigato” per quattro anni, ma erano già d’accordo sull’avvicendamento di potere.

Sembrava uno dei soliti paradossi tipici del dissidente Vladimir Bukovskij. Invece è andata esattamente così: Putin non avrebbe potuto guidare la Russia per un terzo mandato consecutivo, così ha lasciato il posto a un uomo di sua fiducia, Dmitri Medvedev, riservando per sé la guida del governo, dopodiché ritornerà a presentarsi come candidato pressoché unico alle prossime elezioni nel 2012. Medvedev, come ricompensa per avergli tenuto calda la sedia presidenziale in questi quattro anni, diverrà il nuovo premier. Nel frattempo la durata del mandato presidenziale è stata aumentata a sei anni. Rinnovabile per due mandati consecutivi. Teoricamente Vladimir Putin potrà essere presidente della Russia, ininterrottamente, fino al 2024.

Questo scambio di ruoli, tuttavia, non è avvenuto pacificamente. Ha provocato una vittima politica illustre: il ministro delle Finanze Alexei Kudrin. Da ieri è stato sostituito dal suo vice, Anton Siluanov.
Kudrin non è una vittima da poco. Era un vero e proprio super-ministro, artefice della politica fiscale della Russia dal 2000 ad oggi. Uomo forte, rispettato da Putin (se non altro per debito di riconoscenza: è stato Kudrin a introdurlo nel circolo di potere di Eltsin negli anni ‘90) era rimasto ormai l’unico esponente del liberalismo al governo dopo le dimissioni di Andrei Illarionov nel 2005. Il nome di Kudrin è abbinato alla flat tax del 13% e a imposte sul reddito molto basse: l’aliquota più alta tocca appena il 20%.

La sua politica è stata una piccola isola di libero mercato in una gestione del potere sempre più statalista. Un’anomalia che si può persino visualizzare nell’Indice della Libertà Economica 2011: tutti i punteggi sulla Russia (143mo Paese al mondo per libertà economica, su 179 esaminati) sono sotto la media mondiale… tranne quello sulla libertà fiscale, di ben 6 punti sopra, un ottimo 82,7%, in crescita. Non è un caso che vi sia un certo accordo fra gli analisti economici nel definire Kudrin come il principale artefice del “miracolo” dell’ultimo decennio.

Il motivo della sostituzione di Kudrin è solo apparentemente una lotta di potere. Da tempo, nei media russi, si vociferava che dovesse essere il super-ministro delle Finanze il successore di Putin alla guida del governo, previo allontanamento di Medvedev dalla vita politica attiva. Il ministro liberale, dunque, si è ammutinato per la delusione subita? La reazione è stata sicuramente pubblica e viscerale, così come la risposta di Medvedev. Contrariamente ai silenziosi golpe interni al vertice sovietico nei tempi che furono, quella fra il presidente e il ministro ribelle è stata una sceneggiata in diretta Tv.

Kudrin ha dichiarato di non voler prestare servizio in un governo guidato dall’attuale presidente. Medvedev, evidentemente convinto di essere già lui il premier (convinzione che presuppone anche la certezza sulla prossima vittoria di Putin alla presidenza del Cremlino), lo ha letteralmente licenziato. Nessuno ha revocato la disciplina, né il rispetto della gerarchia”, ha detto il presidente usando un gergo da militare. “Se lei non è d’accordo con la linea del presidente — ha aggiunto — non c’è che una via, le dimissioni”. Nel momento in cui Kudrin ha mostrato di voler temporeggiare, chiedendo di consultarsi prima con il premier Putin (suo diretto superiore), Medvedev ha rincarato la dose: “Può consultarsi con chi vuole, ma finché sono io il presidente, sono io che prendo queste decisioni”. Più che di dimissioni, dunque, si può parlare di licenziamento vero e proprio.

La stessa sorte era toccata, non molto tempo fa, al sindaco di Mosca, Jurij Luzhkov, licenziato in tronco da Medvedev dopo una lunga campagna mediatica di demolizione. Luzhkov, alla guida della capitale dai tempi di Eltsin, stava conquistandosi un suo notevole spazio di potere. Nelle elezioni del 2012 avrebbe potuto costituire un forte ostacolo alla rielezione di Putin. Non è da escludere che l’estromissione di Kudrin dalla possibilità di guidare il prossimo governo sia stata decisa in base alla stessa logica: impedirgli di acquisire troppo potere.

Alexei Kudrin stesso, tuttavia, ha spiegato ieri, con un comunicato, di non aver affatto agito di impulso. La sua decisione di ribellarsi al presidente e rassegnare le dimissioni sarebbe maturata sin dallo scorso febbraio, causata dal totale disaccordo sulla linea di politica economica. Il budget russo, spiega Kudrin, è minacciato dalla crescita delle spese militari e sociali, volute sia da Medvedev che da Putin. Il ministro ha semplicemente scelto di esprimersi apertamente solo questo 24 settembre, data del congresso di Russia Unita, perché con l’annuncio della nuova candidatura di Putin alla presidenza “… le strutture di potere nel nostro Paese sono state definite nel lungo periodo”.

E qui non si può fare a meno di notare l’estraneità di un liberale come Kudrin dal populismo, a volte nazionalista, a volte neo-comunista, di Russia Unita, il partito putiniano di governo. Il ministro delle Finanze era un critico della grandeur militare. Avvertiva di non basar troppo l’economia sulle risorse energetiche d’esportazione: se oggi i prezzi sono alti, un domani potrebbero abbassarsi con conseguenze terribili per il Paese. Si opponeva a programmi sociali molto popolari, ma altrettanto costosi. Solo contenendo la spesa pubblica, pur sfidando l’impopolarità, era riuscito a tenere le tasse basse e ad attirare i capitali stranieri. Andandosene lui, è crollata quella che era forse l’ultima diga al dilagante populismo.

Putin e Medvedev lanciano un segnale molto chiaro per il futuro: più armamenti, più spesa pubblica, più politiche sociali. Il successore di Kudrin, Anton Siluanov (classe 1963, un passato da burocrate prima nell’Urss, poi nella nuova Russia) è avvertito: non deve più disturbare il manovratore.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

One Response to “Kudrin, il ministro liberale che ha osato disturbare il ‘manovratore’ Putin”

  1. Pravda scrive:

    Putin sì che è un vero statista con gli attributi, uno che conosce le leggi del potere.

    20%? Meno male che era la patria del Comunismo. Paragonato col 70% di “certi Paesi”, emigro in Russia… E di corsa! Dasvidania!

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