di PIERCAMILLO FALASCA – Basterebbe un po’ di ragionevolezza. Assoggettare blog e siti internet all’obbligo di rettifica – come prevede il comma 29 del ddl intercettazioni in discussione alla Camera – non è uno scandalo: è giusto che chi scrive fandonie sia tenuto a correggerle, siano esse scritte su carta o sul web. Il buon senso, però, suggerirebbe di fissare tempi e modi per la rettifica adeguati allo strumento su cui il contenuto “incriminato” è stato pubblicato. Per un webmagazine professionale come Libertiamo.it provvedere alla rettifica entro 48 ore (tanto chiede il testo della norma proposta) non pone particolari problemi, mentre lo stesso lasso di tempo può essere troppo breve per un amatore. Se sul mio blog personale riporto una notizia falsa sul sindaco della mia città, e costui mi intima di rettificare mentre sto trascorrendo un fine settimana di relax lontano dal computer, rischio di dover pagare fino a 12mila euro. E’ una sanzione sproporzionata, eventuale conseguenza di una regola miope, voluta da un legislatore che ha ormai frapposto tra sé e la realtà una barriera invalicabile.

Berlusconi, come Bossi d’altronde, non ha mai probabilmente acceso un computer. Non è una colpa, si tratta di due settantenni che hanno assistito in età già matura al salto tecnologico degli ultimi venti anni, hanno supplito al divario digitale grazie a segretarie e collaboratori vari. Ma l’anagrafe di un leader, se può spiegare la scarsa conoscenza di un certo fenomeno da parte del singolo, non può giustificare le opinioni e le proposte di un’intera area politica. C’è qualcosa di profondo e inconfessato nella diffidenza nei confronti della Rete che la maggioranza e il governo costantemente mostrano. La capacità del web di disintermediare l’informazione, di produrre fenomeni di comunicazione di massa incontrollabili, irrita il PdL e i suoi maggiori esponenti. Come interpretare altrimenti le invettive di Schifani contro Facebook o il recente anatema di Gasparri che ha definito Internet uno “strumento micidiale”?

L’atteggiamento di chiusura dell’attuale centrodestra rispetto al web non è tanto diverso, mutatis mutandis, da quello che la stessa parte politica mostra nei confronti delle istanze degli immigrati, dei diritti civili rivendicati dagli omosessuali o delle grandi sfide bioetiche: il tentativo goffo di rendere illegale ciò che non si comprende, di rifiutare la realtà definendola aprioristicamente sbagliata. Nella migliore tradizione reazionaria, si cerca un dialogo diretto tra la classe arroccata al potere e i peggiori istinti umani, la paura per l’ignoto e l’intolleranza per il nuovo.

Come già accaduto poche settimane or sono, quando gli attivisti della Rete si sono mobilitati contro i provvedimenti dell’Agcom in materia di diritto d’autore, anche le nuove regole proposte stanno suscitando un polverone. I toni apocalittici che circolano – c’è chi parla di norma ammazza-blog o di censura – non aiutano la comprensione da parte dell’opinione pubblica.  Nel grande mondo del web Libertiamo sta “a destra”: interpretiamo la Rete non come un’utopia libertaria (in cui le regole non valgono e persino il diritto di proprietà e la responsabilità individuale sono sospesi), ma più banalmente come una nuova modalità tecnologica di espressione delle relazioni sociali ed economiche dell’umanità. Da questo punto di vista, imporre l’obbligo di rettifica anche per i siti internet non è solo accettabile, ma addirittura auspicabile. Con cognizione di causa delle peculiarità, anche tecniche, della Rete, si può discutere delle modalità che la rettifica deve avere e della tempistica, distinguendo tra testate giornalistiche online, siti commerciali, piattaforme di contenuti generati dagli utenti, blog amatoriali, profili di social network e così via. Insomma, ci vorrebbe solo ragionevolezza.