di CARMELO PALMA –

“Da più parti, nelle ultime settimane, si sono elevate voci che invocavano nostri pronunciamenti. Forse che davvero è mancata in questi anni la voce responsabile del Magistero ecclesiale che chiedeva e chiede orizzonti di vita buona, libera dal pansessualismo e dal relativismo amorale?”

Le parole ieri pronunciate dal Cardinale Bagnasco aprendo il Consiglio Permanente della Cei non sono affatto ferme e inequivocabili come ha detto Rosy Bindi: piuttosto mobili e equivocabilissime, come devono essere state pensate e misurate, per cavare d’impaccio la Cei dall’eccessiva e imbarazzante contiguità col “puttaniere”, ma non per offrire all’opposizione una vera sponda cattolica.

E’ possibile che ai vescovi il sistema politico italiano appaia troppo fragile e il “dopo” troppo incerto. Meglio aspettare. E’ più probabile che del berlusconismo essi apprezzino la modestia teorica e la disponibilità pratica e non sappiano rinunciarvi. Berlusconi è incontinente, ma obbediente. Migliore – dunque –  di quanti alla Chiesa non chiederebbero indulgenza per i propri peccati, ma ragione delle sue pretese. Chi dalla Chiesa si aspettava una censura che non fosse morale o “di stile”, ma più propriamente politica, deve dirsi deluso. Nessuna scomunica. Berlusconi, mai nominato, se l’è cavata con un buffetto moralistico di cui può dirsi soddisfatto e perfino orgoglioso.

La Chiesa berlusconiana rimane fedele a se stessa e, in fondo, a Berlusconi. Il sesso è tutto, il resto è nulla. Nella logica sessuocentrica Berlusconi è un peccatore, una vittima di quel “relativismo amorale” del cui male si dice ossequiosamente persuaso, pur finendone vittima. Nulla di più. Non è l’uso spregiudicato, sgangherato e perfino comico del potere – e non solo di quello pubblico – a venirgli rimproverato, ma i “comportamenti licenziosi”. Come se la radice degli eccessi del Cav. stesse nella sregolatezza privata e non in quella pubblica, nella lussuria e non nella superbia.

Eppure, se esiste uno specifico del “peccato” berlusconiano è che esso ha abolito la distinzione tra il privato e il pubblico, tra il personale e il politico, tra la “residenza” e il “Palazzo”. Delle intemperanze berlusconiane rimane traccia ovunque: nel consiglio regionale lombardo, nelle consulenze di Finmeccanica, nei palinsesti televisivi… Non c’è nulla delle questioni private di Berlusconi che rimanga davvero privato e non c’è nulla della sua maschera pubblica che corrisponda ad una virtù personale, ad una verità della persona che ecceda le necessità del personaggio.

La coerenza tra le parole e le cose, tra quanto si predica e come si razzola, tra l’inquietudine e la sollecitudine, appare regola troppo “protestante” per essergli richiesta. Non serve l’esempio. Alla Chiesa basta e avanza l’oltranzismo “antropologico” e il chiacchiericcio dottrinario, che i faccendieri ideologici della casa gli apparecchiano, mentre gli altri – quelli non ideologici – gli procurano il resto. Quando lui era impegnato a “salvare” Eluana, Giampi gli portava a casa le ragazze. E in fondo alla Chiesa va bene così. Molto meglio, comunque, che se a Palazzo Chigi abitasse un peccatore con un senso meno profano dell’obbedienza.

I parlamentari che apprezzano il suo messaggio, ovunque si trovino collocati, sanno di dover concorrere alla definitiva approvazione della legge sul fine di vita”. Così ha chiosato Sacconi le parole del Presidente della Cei. E, purtroppo, lui il messaggio l’ha capito benissimo.