– “Perché chiedere a un’impresa il certificato antimafia quando l’amministrazione lo può acquisire d’ufficio attingendo alle informazioni in suo possesso?
Già perché?
Il certificato anti-mafia è, per un’azienda appaltatrice di opere pubbliche, un carico burocratico ridondante, inutile, perché a doverlo produrre, il certificato, è, appunto, la medesima entità che lo richiede, cioè la Pubblica amministrazione. Un nonsense.

Sollevare le aziende dal doverlo produrre a proprie spese non significa affatto diminuire la morsa dello Stato sulle infiltrazioni criminali. Significa solo inverare il miracolo che siano gli uffici della Pa a parlarsi tra di loro, direttamente, invece di pretendere che sia il soggetto terzo – l’azienda, appunto – a doversi incaricare di metterne in corrispondenza i rispettivi database. Dov’è lo scandalo? Non c’è. Lo scandalo semmai è che il Ministro della rivoluzione della Pa non lo abbia fatto prima. Lo scandalo è che, a tre anni dall’insediamento, lo scassatore dei conservatorismi plurimi non abbia avuto ancora modo di somministrare alcuna delle vitamine necessarie per sgonfiare quella pletorica, onerosissima, irrazionale e depressiva mole di oneri burocratici incombente sulle aziende che hanno la ventura di interfacciarsi al committente pubblico. Lo scandalo, cioè, è che Brunetta abbia impiegato gran parte del suo time in office a propalare strali contro lobby e poteri forti. Avesse dedicato anche solo un decimo delle sue incontenibili energie per impedire alle forze regressive della sua stessa maggioranza di approdare al successo – impedire, ad esempio, agli ordini professionali di imporre la più devastante delle contro-riforme compiute dal governo in carica – ebbene, forse oggi la sua personale credibilità se ne avvantaggerebbe.

E invece a Brunetta lo hanno fatto nero, a prescindere. Le opposizioni come i colleghi di maggioranza. Vero è che il record di abomini elargiti dal proponente rende statisticamente assai probabile avere ragione nel dargli torto; però, accidenti, almeno il coinqulino Maroni avrebbe potuto sforzarsi di entrare nel merito delle cose, invece di affrettarsi a diramare un comunicato («La certificazione antimafia non può essere modificata perché è uno strumento indispensabile per combattere la criminalità organizzata e, in particolare per contrastare le infiltrazioni malavitose negli appalti pubblici») che, per retorica insensatezza, rischia seriamente di scalzare dalla top ten delle idiozie il tempestivo commento del responsabile Sicurezza del Pd, Emanuele Fiano («Non potrà essere accettata una misura che rende più fragile il sistema di controllo dello Stato»).
Sopravvoliamo. È solo che anche a Brunetta può capitare di lasciarsi cogliere da un raptus di lucidità, ed allora perché non incoraggiarne lo sforzo?

Sulla questione abolizione certificati Pa-Pa via cittadino, il Ministro della Pubblica Amministrazione merita di essere sostenuto, e visto che il provvedimento in questione pare destinato a rimpolpare l’altrimenti ancora pingue decreto per la crescita al quale il governo millanta improvvisa quanto impellente dedizione, ebbene il discorso va portato nel merito.
E nel merito, c’è poco di che disquisire: il certificato anti-mafia trasmesso da Pa a Pa per tramite del cittadino-azienda, è solo burocrazia farraginosa. Stupisce anzi che lo sparviero-anti buricrazia Maroni non abbia fatto sua la ragionevole constatazione del collega, tenuto conto, oltretutto, che non è certo un foglio di carta bollata a scoraggiare le organizzazioni criminali dall’infiltrarsi nel giro degli appalti pubblici.