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Banche, serve una riforma radicale

– Riscrivere le regole. E’ l’imperativo più diffuso quando si parla di finanza, banche e mercato. Tutti vogliono cambiare le regole finanziarie.

Nel Regno Unito il primo ministro David Cameron punta a una profonda revisione del sistema bancario, nel tentativo di risolvere i nodi principali della crisi finanziaria del 2008. E per far questo ha istituito una commissione indipendente, presieduta dal professor Sir John Vickers, già capo economista della Banca d’Inghilterra, che il 12 settembre scorso ha pubblicato il documento finale contenente le proposte di riforma.
Ma facciamo un passo indietro, fino ai primi di ottobre del 2008, ai tempi della grave turbolenza dei mercati finanziari. Il 7 di ottobre, le azioni di HBOS Plc, la più grande banca britannica di risparmio, perdevano il 42% del valore, mentre Royal Bank of Scotland Group Plc cedeva il 39%.

L’indomani, l’allora premier Gordon Brown e il Cancelliere dello Scacchiere Alistair Darling annunciarono che il governo britannico avrebbe speso fino a 50 miliardi di sterline per salvare le banche nazionali. L’intervento venne presto imitato nel mondo e pochi giorni dopo, il 14 ottobre del 2008, il Segretario del Tesoro Usa Henry Paulson dichiarò che il governo americano avrebbe iniettato fino a 250 miliardi di dollari nel collassato sistema bancario.

La nazionalizzazione aiutò Brown a risalire la china nei sondaggi.
Le Figaro scrisse che la sua reazione calma, ragionata, era degna del miglior Churchill. Il Nobel Paul Krugman sulle colonne del New York Times pose la seguente questione: “Gordon Brown ha salvato il sistema finanziario mondiale?”. L’economista americano sostenne che una conclusione siffatta sarebbe stata un’esagerazione, ma lodò il primo ministro britannico per la rapida ed efficace opera di ricapitalizzazione.

Con la nazionalizzazione lo stato preleva le imposte dei contribuenti per distribuirle nel capitale degli istituti di credito, pretendendo di giustificare questo atto con il fatto che le risorse prelevate servono a scongiurare il collasso del sistema e, in definitiva, a tutelare i cittadini-contribuenti. Il governo salva le banche, restandone a sua volta prigioniero. Tre anni dopo il più grosso collasso finanziario degli ultimi ottant’anni, il governo del paese con l’economia meno pianificata d’Europa ha ancora sul groppone la totalità del capitale di Northern Rock, oltre i due terzi di quello di Royal Bank of Scotland e poco meno della metà di quello di Lloyds Banking Group.

Rebus sic stantibus, si pone la necessità di riformare il sistema bancario per rendere più sicuri i depositi della clientela, senza distruggere il valore delle partecipazioni statali finanziate dai contribuenti. Per la Commissione Vickers, che ha studiato a lungo la materia, l’obiettivo si persegue separando le tradizionali attività retail (mutui e depositi bancari riservati alle famiglie e ai piccoli operatori economici) da quelle più rischiose di corporate e investment banking (CIB) – quindi, creando una sorta di anello di recinzione intorno alla “vitale” attività retail – e aumentando la capacità di assorbimento delle perdite (non solo tramite un rafforzamento del capitale) per rendere le banche più resistenti agli shock e ridurre le probabilità di un eventuale fallimento.

Si tratta di un cambiamento radicale che spazza via le big banks, quelle ritenute troppo grandi per fallire. E ai sostenitori dell’indispensabilità dei colossi bancari – sul presupposto che il gigantismo bancario crea sinergie, efficienza ed economie di scala – il rapporto Vickers cita l’esempio di Citigroup, un mastodonte finanziario demolito dalle esposizioni sui mutui sub-prime, vulnerabile e al tempo stesso troppo grande e troppo costoso per essere salvato.

La tesi della Commissione è brutalmente chiara: gli ipermercati finanziari sono troppo rischiosi a causa della loro complessità intrinseca che rende impossibile anche al miglior management comprendere realmente il funzionamento di ogni divisione e di ogni desk di negoziazione finanziaria. Non si ritiene più accettabile che un intero sistema sia “tenuto in ostaggio” da istituzioni finanziarie super sized che utilizzano i depositi delle famiglie come fonti di finanziamento a basso costo da impiegare in attività speculative o a più alto rischio, forti del fatto che le giacenze dei piccoli risparmiatori sono protette dalla garanzia governativa.

Se il mercato è quel luogo astratto dove si svolgono le transazioni tra gli individui, perché vietare in siffatto spazio il fallimento delle aziende mal gestite?
Con le conclusioni proposte da Vickers e co., nel caso in cui una banca scompaia dal mercato si eviterebbe l’effetto contagio e verrebbero salvaguardati i risparmi dei correntisti. Con due limiti piuttosto evidenti: le banche inglesi sarebbero meno competitive (e potenzialmente meno profittevoli) dei concorrenti esteri; in un’economia di mercato, dove l’impresa rappresenta il luogo ideale di cooperazione spontanea e decentralizzata tra gli individui, diventa difficile giustificare un tale atto di coercizione da parte del legislatore, soprattutto se esso ha un impatto non irrilevante sul modello organizzativo e sui costi e sui profitti aziendali.

Ma stiamo ai fatti: le proposte della Commissione sono suggerimenti che il governo britannico dovrà formalmente recepire e richiedono un periodo di implementazione estendibile fino al 2019. E con la pubblicazione del report è venuta meno definitivamente quell’aura di incertezza che avvolgeva la materia: “le nuvole si sono alzate”, ha detto Bob Diamond (CEO di Barlclays), e l’industria bancaria avrà tempo e modo per esprimere la sua valutazione sul rapporto e contribuire al miglioramento del framework in esso contenuto.


Autore: Pierpaolo Renella

Nasce a Chieti, 18 anni dopo Sergio Marchionne. In seguito si trasferisce a Milano e, dopo la laurea in Giurisprudenza, entra nell’industria bancaria, senza più uscirne: prima negli Stati Uniti, poi in Italia, con esperienza in varie attività del mercato dei capitali, dal securities lending ai prodotti strutturati derivati dall’azionario. Liberale sui generis (non è attaccato al denaro), Crociano e Boneschiano in gioventù. Formula politica preferita: non unione di forze laiche, ma unione laica di forze. Massima filosofica: la verità ti rende libero, quando avrà finito con te!

4 Responses to “Banche, serve una riforma radicale”

  1. L’idea della separazione gestionale tra le due attività mi pare di buon senso. D’altronde l’attività retail (reale) ormai sussidia quella finanziaria (dove i sottostanti si dimostrano incerti e virtuali). Sarebbe interessante sapere su quali indicatori costruire il tasso di sussidio netto tra reale e finanziario. Esiste una attività reale da analizzare tecnicamente poco finanziarizzata (in Italia in primis) e una attività finanziaria poco reale. Un passaggio verso il corto circuito?

  2. Vedremo Stefano, vedremo. Il mio dubbio è un modello organizzativo e di business siffatto – oltre a massacrare HSBC che sarebbe costretta a trasferire a Honk Kong anche la sede legale, a quel punto – migliora o commpromette l’erogazione del credito.

    Il punto è tutto qui.

  3. Pietro M. scrive:

    Tutte le analisi che vedo sull’instabilità finanziaria si focalizzano sui sintomi, senza analizzare le cause.

    Non esiste – per nessuna forma di rischio che un intermediario finanziario può assumere – alcun meccanismo di mercato in grado di controllare la quantità di rischio, fornirne un prezzo adeguato, e rivelare e rimuovere gli errori nella sua allocazione.

    Il motivo è che il rischio è un costo socializzato: le garanzie pubbliche, le politiche anticicliche, i bailout a spese del contribuente, e dunque praticamente tutte le forme di policy che negli ultimi due o tre decenni sono state adottate impediscono al mercato di funzionare, rendendo le perdite private e i fallimenti troppo poco probabili, e consentendo che le distorsioni si accumulino fino a che anche a socializzarne i costi non si riesce ad evitare un tracollo.

    Se non si elimina questa politica, le regolamentazioni serviranno a poco: è possibile impedire ad agenti resi artificialmente irresponsabili di comportarsi in maniera irresponsabile, a patto di impedir loro anche di comportarsi in maniera perfettamente adeguata, ad esempio innovando e allocando le risorse più efficientemente. In assenza di informazioni di mercato sui costi del rischio, essendo il processo di mercato interrotto o perlomeno manipolato, non è possibile distinguere le scelte allocative efficienti da quelle che non lo sono.

    Di conseguenza, una regolamentazione così stretta da assicurare la stabilità deve necessariamente ridurre anche l’efficienza, anche se questo trade-off potrebbe non esistere, o perlomeno essere trascurabile, in assenza di garanzie pubbliche. Tutto sommato, nessuno regolamenta i mercati non-finanziari per impedire che si suicidino: è strano che solo quelli finanziari soffrano di crisi depressive autodistruttive. Ma se si capisce che i costi sono in buona parte socializzati, si capisce anche il perché di questa apparente stranezza.

  4. Simone scrive:

    Bravo che hai saputo dare un taglio giornalistico e leggero ad un tema molto complesso, senza banalizzarne di una virgola il contenuto

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