Uno studio americano spiega che Ict significa ‘Investici (e) cresci tanto’

– Vecchio continente e nuove tecnologie sembrano non andare d’accordo. Secondo uno studio della Oxford Economics, se i paesi europei investissero in ICT quanto gli Stati Uniti, il loro PIL crescerebbe di 870 miliardi di euro. L’arretratezza tecnologica è la chiave quindi per spiegare il distacco tra Europa e Stati Uniti in termini di prodotto interno lordo pro capite, più alto oltreoceano del 50% , e in termini di crescita (+3% negli USA, +1,8% nell’Europa a 27 nel 2010). Investire nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione darebbe un impulso all’economia pari al 5% di crescita di pil da qui al 2020.

Un’Europa appesantita dalla pressione fiscale (un terzo più alta rispetto agli USA ), dall’eurocrazia e che non crede più nell’innovazione, con buona pace per la retorica e i buoni intenti della strategia i2010, un programma comunitario avviato sotto la spinta della Commissione europea nel giugno 2005, che avrebbe dovuto conferire all’Unione europea la leadership nel campo dell’innovazione e delle tecnologie dell’informazione.

Nel 1991 il rapporto tra capitali impiegati nel settore ICT e PIL in Europa e in America era più o meno pari. Col tempo, questo rapporto è sceso di due terzi nel vecchio continente e nel 2000 l’Europa investiva circa la metà rispetto agli USA.

Se l’Europa arranca, l’Italia è fanalino di coda. Complessivamente, il rapporto tra capitali investiti in ICT e prodotto interno lordo (riferito al 2007) si attesta al 17% circa nel nostro paese, mentre Austria e Germania superano il 20% e il Regno Unito sfiora il 30%, soglia raggiunta, invece, dagli Stati Uniti. Tuttavia, il quadro nazionale è a tinte chiaroscure. Quando i privati compiono sforzi per dotarsi di tecnologie dell’informazione, i risultati si vedono: le PMI attive on line hanno registrato una crescita media dei ricavi dell’1,2%, mentre quelle “off line” hanno sofferto maggiormente la crisi, con un calo del 4,5%. Nel 2010, Internet ha contribuito al PIL italiano con 31,5 miliardi di euro, pari al 2%. L’Italia sconta poi un ritardo sul fronte dell’e-commerce. Una nota positiva deriva, invece, dal settore della telefonia mobile, non a caso tra i comparti più liberalizzati e aperti alla concorrenza. Già il 3% degli Italiani fa acquisti attraverso il proprio cellulare. Per il prossimo futuro, non sono quindi trascurabili le potenzialità del mobile commerce.

Le note più dolenti, invece, vengono dalla politica di settore. Secondo un’indagine del World Economic Forum, le politiche pubbliche in materia di ICT attuate in Italia sono percepite come le meno efficaci tra i paesi industrializzati. Anche la Grecia, in questa speciale classifica, fa meglio di noi. Politiche economiche sbagliate hanno comportato un costo per il sistema paese. La conseguenza più evidente delle politiche pubbliche sbagliate è che dal 1995, la produttività, chiave di volta della crescita, è salita in Italia e in Spagna rispettivamente di appena lo 0,3% e dello 0,8% all’anno, contro l’1,7% e il 2% registrati in Scandinavia e nel Regno Unito.

Se il nostro paese invertisse il trend e investisse nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione come fanno gli USA, avremmo una crescita del 7,8% da qui al 2020, per un ammontare pari a 138 miliardi di euro.

Ma non sembra proprio una prospettiva su cui scommettere. Gli investimenti latitano, frenati anche da una pressione fiscale che nel prossimo triennio dovrebbe aumentare al 54% nel 2014. Sugli investimenti pubblici non si può certo contare. Basti ricordare il piano per la costruzione di una rete nazionale della banda larga, previsto sin dal giugno 2009, con la legge 69/09 che prometteva stanziamenti per 800 milioni di euro. Il programma è stato congelato e più volte nuovamente annunciato, per passare alla fase attuativa solo lo scorso giugno, due anni dopo l’approvazione della legge.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

3 Responses to “Uno studio americano spiega che Ict significa ‘Investici (e) cresci tanto’”

  1. non penso sia la pressione fiscale a limitare gli investimenti quanto piuttosto una storica diffidenza delle imprese italiane a scommettere sulla tecnologia.

  2. per controprova, si dovrebbero prendere i dati di Stati con tassazione paragonabile a quella italiana: Francia, Belgio, Svezia e verificare.
    inoltre bisognerebbe pesar anche l’investimento in altro tipo di tecnologie(se spendo tanto per tecnologie ecologiche, poi avrò meno soldi per spendere per tecnologie dell’informazione ad esempio).

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