Quando il gioco si fa duro, i duri si travestono da “società civile”

– Una cosa è certa. Nell’anno nel quale festeggiamo il 150° anno dell’unità, rischiamo lo sfascio.
Siamo messi male. Il governo sta implodendo, il suo leader è il frutto di una deriva culturale e politica grottesca, l’economia non tira o tira male, il rischio di sbandamento è palese.

Ci vogliono risposte. Risposte politiche e risposte sociali. A chi dare fiducia?
I sondaggi danno risposte contraddittorie. Un giorno il premier, e la coalizione tiene, il giorno dopo perde punti, poi non si sa.

I sondaggi, e diciamolo una buona volta, sono di due tipi.
Il primo tipo è quello del sondaggio scientifico, fatto per analizzare il polso sociale. Il secondo tipo è il sondaggio mediatico, impostato, in modo surrettizio, per rendere apparentemente scientifica una tesi precostituita, quella che si vuol comunicare a livello di narrazione mediatica.

Le risposte difficilmente le possono dare i sondaggi.
E allora veniamo alla società, interpretandola così … a naso … sfogliandola sui giornali e leggendola sul web.
La fiducia sociale nell’azione politica appare ai minimi termini. Ma le cose stanno così già da molti anni. Sia Berlusconi, sia la Lega, sia Grillo, e tutti i grillismi, hanno già, di per se stessi, raccontato un chiaro sentimento sociale, ossia, la totale sfiducia nella politica, nelle sue prassi e formule collaudate ed istituzionali.

L’antipolitica (cavalcata da Berlusconi, Bossi, Grillo e compagnia cantando) racconta il malessere delle masse nei confronti della sclerotizzazione e necrosi delle espressioni politiche e partitiche della modernità italiana. Vero.
A questo punto la soluzione dei nostri mali è complessa.
Da un lato abbiamo le grandi forze dell’antipolitica e del populismo, da un altro abbiamo vecchi, e nuovi, partiti che si pongono come alternativa, che cercano di riattivare energie politiche senza avere, però, né il mordente né la lucidità per creare una fiducia certa e concreta nella loro credibilità, e poi, da un altro lato, abbiamo la società civile.

Il termine “società civile” è non più di uno slogan, che significa poco (tutte le società sono civili in quanto espressioni di una civiltà) ma spesso è usato con questo sottotesto: “stiamo parlando di brave persone, fuori dai giochi di potere, quelli che lavorano”. E allora le cose ci son chiare. La società civile è quella costituita dai non criminali, invece i criminali costituiscono la società incivile.
E visto che criminale vuol dire “colui che commette un crimine” è facile dedurre che in questa contingenza la società incivile è al potere, mentre quella civile no.

La società civile spesso non si esprime, spesso più che agire nella politica è agita dalla politica e si limita a dare il proprio voto o a levarlo. Ma di questi tempi, vista l’assoluta implausibilità o impotenza della classe politica (facendo, però, chiari e numerosi distinguo), la società civile ha iniziato a parlare.

Abbiamo visto aggregazioni spontanee di cittadini assai ben motivati. Abbiamo visto nascere movimenti d’opinione, fondazioni, associazioni che si pongono come fine quello di darsi voce, di dar voce a chi immagina un paese diverso, certo migliore.
Però s’impone un distinguo. In alcuni di questi movimenti ritroviamo: grandi amministratori d’azienda, grandi avvocati, banchieri, forti potentati accademici, editori, noti giornalisti ecc.
Cosa voglio dire? Che tutte queste categorie non possono raccontarsi come estranei al potere politico, perché questi signori, per essere arrivati dove sono, l’han fatto, proprio e appunto, grazie alla politica. Grazie a quella classe dirigente alla quale oggi si oppongono in quanto controparte. E’ società civile, certo, tutte brave persone, nessuno lo mette in dubbio, ma è espressione di lobby. E ogni lobby è (sempre) un elemento di interazione politica con il potere. E’ inammissibile, se non ridicolo, vedere signori che hanno campato per anni grazie alle loro relazioni di potere, che ci han fatto una fortuna, adesso mettersi lì a dire: “bisogna salvare l’Italia da questa classe dirigente inadeguata”. Ma amico mio, fino a quando questa classe dirigente ti è servita, andava bene.

Diciamo così: non ci piacciono le finte vergini.
Non ci piacciono quelli che sputano nel piatto dove hanno mangiato.
Non ci piacciono quelli che vogliono uccidere il padre non per trasformarsi (interiormente), ma prenderne il posto.
Non ci piacciono quelli che grazie alle logiche politiche hanno fatto carriere brucianti e adesso vorrebbero “rottamare” quelle logiche per prendersi ulteriore potere.
Non ci piacciono alcuni movimenti d’opinione che, con la scusa di “pensare” un paese migliore, in realtà costruiscono una nuova compattissima lobby che possa prendere il posso di quelle passate o di quelle mancanti.

Poi ci sono quelli che fino a ieri “la politica che schifo” ed oggi scendono in piazza a far politica, ma per difendere cosa? In taluni casi i propri diritti, in altri casi propri interessi parassitari, interessi di chi aveva messo il culo al caldo sfruttando le discrasie di una politica che proprio grazie alla propria miopia gli ha permesso di metterlo al caldo.

Perché non sono scesi in piazza anni fa, a manifestare contro la sconsideratezza di quella che oggi chiamano casta, ma che all’epoca aveva deciso di farli assumere, tutti insieme, decretando il futuro disastro economico del paese? Il loro, il nostro, il vostro disastro.
Ecco, questo tipo di società civile ci puzza, non sono criminali … ma opportunisti, opportunisti civili.

Qualche tempo un fa un mio amico, famoso giornalista televisivo, mi ha detto che andava ad una cena con altri neo quarantenni, per costituire una associazione di quarantenni, per far si che i quarantenni (in Italia considerati giovani) potessero esprimersi. A quella cena il più sfigato era lui, il meno sfigato era il figlio del presidente della più importante azienda editoriale italiana.

La questione è quella dei giovani. Delle generazioni.
E qui prendo spunto da un articolo che l’amica Simona Bonfante ha pubblicato su Europa il 17 settembre.

“I temi che i leader non hanno avuto la visione necessaria per affrontare, la breccia tra i fronti retorici contrapposti che non hanno avuto la lungimiranza di aprire, la proposta ricostituente che non hanno avuto la capacità di avanzare, ebbene tutto questo, i militanti under 30, hanno la consapevolezza di poterlo fare loro.
E in realtà lo stanno già facendo, sui blog e i social network, intanto, ché è lì che la “seconda linea” della politica diventa virale. Ma oltre ai social ci sono le reti, quelle reali: piccole lobby inter-partito e trans-partito che hanno cominciato a ragionare su come tutelare i propri interessi da sé.”

L’analisi di Simona è come sempre lucida, e ci dà modo di riflettere.
Essere giovani non significa avere buone idee, ma avere la forza di lottare per le idee.
Idee che possono essere straordinarie, buone, discrete, mediocri, insulse, dannose.

Il concetto per il quale, cosa che molti pensano, una generazione “per statuto” sia migliore di quella precedente è una oziosità psicologica, una bestemmia filosofica, un cascame ideologico. Vi sono giovani straordinari e giovani pippe, così come vi sono vecchi culturalmente fertili e vecchi morti. Ben vengano le idee dei giovani, ma quelle valide. I giovani sì, tutti i giovani no. Ben vengano le suggestioni delle comunità 2.0 purché si vaglino le singole suggestioni, e non si corra il rischio di magnificare tutti i pensieri 2.0 e tutte le istanze degli under 30 solo in virtù del fatto che web è bello e giovane è bello. Pure i fascisti che marciavano su Roma avevano un’età media di 23 anni.

E, in ultimo, la questione di queste lobby di giovani inter-partito e trans-partito un po’ ci inquieta.
Cari ragazzi. Mò che il carrozzone va a fondo, mò che i partiti si sfasciano, voi, espressione partitica, volete fondare nuovi agglomerati politici e lobbistici? Trasversali!?
Vabbé … mica ve l’ha ordinato il medico di non schiodarvi dal Transatlantico.
Detto questo, speriamo ce la facciate, speriamo salviate il paese, e, se avete bisogno di un portaborse “mature”, a disposizione.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

One Response to “Quando il gioco si fa duro, i duri si travestono da “società civile””

  1. Ero già pronta per il ricovero…..
    Bell’articolo che mi consola!

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