La terra della libertà non è ancora libera dalla pena di morte

– Nella notte di mercoledì in Georgia, Stati Uniti, un’iniezione letale ha posto fine all’agonia di Troy Davis. Il quarantaduenne afroamericano, accusato dell’omicidio del poliziotto Mark MacPhail, ha vissuto nel braccio della morte per venti lunghi anni in cui ha scongiurato ben tre esecuzioni, prima dell’ultimo fatale incontro con il boia mercoledì alle 23.00 circa, ora locale. A nulla è servito il milione di firme contro la sua condanna, accompagnato da numerosi appelli di personalità tra cui l’ex presidente Jimmy Carter, Benedetto XVI, l’arcivescovo Desmond Tutu e l’ex direttore dell’FBI William S. Sessions.

Davis, nero e in difficoltà economiche, non ha potuto mai avvalersi di una difesa valente e secondo molti il colore della sua pelle avrebbe falsato l’imparzialità della corte nell’emettere il verdetto. Ad avallare maggiormente questa tesi vi è l’incongruenza di molte testimonianze contro l’imputato e il cambio di versione di numerosi testimoni, che a distanza di alcuni anni dalla deposizione hanno dichiarato di aver subito pressioni dalla polizia per indicare Davis come il colpevole dell’omicidio MacPhail, agente di polizia bianco. Oltretutto, l’arma con cui si suppone che Davis abbia commesso il delitto non è mai stata ritrovata. Non vi è alcuna prova biologica o di qualsiasi altro genere che possa incastrare Davis al di là di qualsiasi ragionevole dubbio.

Quello di Troy Davis è soltanto uno delle centinaia di casi analoghi registrati negli Stati Uniti negli scorsi decenni. Benché parte consistente dell’opinione pubblica americana continui ad approvare la pena capitale, il dibattito sulla sua legittimità non è più soltanto una questione di giudizi di valore. Se il verdetto di un tribunale non fosse emesso da uomini, esseri fallibili per natura, la pena di morte sarebbe un metodo come tanti per fare giustizia. Il problema sta nell’impossibilità di un giudice, per quanto abile possa essere, di detenere un grado d’informazione e conoscenza dei fatti così elevato da non lasciare alcun margine d’errore alla sua sentenza. Benché quello della fallibilità sia un dilemma comune a tutti i giudizi formulati dagli uomini, nel caso della pena capitale un errore risulta fatalmente irreversibile, senza alcuna possibilità che una riapertura del caso possa ribaltare il verdetto precedentemente emesso.

Recenti statistiche riportate negli scorsi giorni dal New York Times dimostrano come, in più del 75-85% dei casi, le sentenze di morte degli ultimi vent’anni sono state ribaltate grazie a test del DNA che hanno provato l’innocenza del condannato. Un numero incredibilmente alto se si pensa che soltanto da pochi anni è possibile riaprire un processo alla luce delle prove scientifiche raccolte o riesaminate in seguito. Con una percentuale di sentenze ribaltate così alta viene da chiedersi quanti errori fatali siano stati commessi prima dell’avvento del test del DNA e del suo riconoscimento giuridico. O ancora oggi quanti errori laddove la scena del crimine, per vari motivi, non permette la raccolta di campioni biologici.

Secondo Amnesty International, l’American Civil Liberties Union e l’Innocence Project, in America le vittime di clamorosi errori giudiziari sono migliaia. Riaprire troppi fascicoli metterebbe a nudo un sistema giudiziario discriminatorio e arbitrario. A quanto pare, nella terra della libertà Cold Case è soltanto una fiction. Il principio dell’habeas corpus, solo un ricordo lontano.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

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