– Il celebre “Prima conoscere, poi discutere, poi deliberare”, declinato da Luigi Einaudi in un articolo che nel 1959 divenne parte del volume ”Prediche inutili”, continua a mostrare la sua vitalità. Di più. La sua essenzialità. Allora l’Italia si illudeva di vivere in pieno miracolo economico. Ma Einaudi, consapevole del fatto che il fenomeno non sembrava fondarsi su solide prerogative, cercava di individuare le cause di questa instabilità e soprattutto si sforzava di indicare i necessari rimedi. Prima di tutto occorre conoscere la realtà, servendosi di report non viziati da tendenziosità o schemi preconcetti. Solo con questi presupposti si può passare alla deliberazione. Evitando che non ci sia consequenzialità logica tra il dato e la decisione che in base ad esso viene assunta. L’insistenza con la quale ribadiva l’imprescindibilità di norme ispirate ad un buon governo – dall’economia alla scuola, alla legislazione sociale e al finanziamento dei partiti – era molto più che non la teoria di un economista rigoroso. Qualcosa che solo in parte atteneva anche al politico. Era uno specimen, illuminante, dell’approccio di un grande liberale ai problemi del proprio Paese.

Da quell’Italia a quella attuale, da quelle criticità scovate indagando in profondità, a quelle così evidenti da sembrare impossibile che non vi si sia opposto un qualche rimedio per tempo, c’é la storia dell’ascesa e del declino. Ci sono idee e progetti. C’é la politica italiana, nel bene e nel male. Le debolezze delle manovre presentate, così come l’inadeguatezza di quella definitiva, approvata, hanno in sé molte cause. Cause differenti nelle quali non sempre sembra possibile rintracciare il limite tra ragioni di Stato e ragioni di alcuni attori in gioco. Un mix di debolezza strumentale e reale, di veti incrociati, di rivendicazioni delle lobby. Forza un po’ subita e un po’ imposta. Così il balletto dei provvedimenti annunciati ma non ratificati, dei cambiamenti in corso d’opera appaiono anche un segno di impotenza delle forze liberali. Dell’intera famiglia liberale, dai liberali propriamente detti ai repubblicani, ai radicali, agli ex radicali nelle file del Pdl, ai liberal democratici.

Probabilmente sono mancate davvero misure nel campo delle liberalizzazioni dei servizi pubblici e delle professioni, oltre che nel campo delle privatizzazioni, cioé su quelle che possono reputarsi a pieno titolo cavalli di battaglia dei liberali, anche per un motivo. Per la cauta spinta dei liberali.

D’altra parte la storia politica recente permette di capire come la non coesione tra le componenti liberali abbia favorito o, almeno, non abbia sufficientemente contrastato, questo status quo.

Nel 1991 soltanto la determinazione del ministro Battaglia permise la nascita della commissione Antitrust. Nel 1992 il presidente del consiglio, Giuliano Amato, di ritorno da una riunione con colleghi europei, abolì con un decreto legge gli enti a partecipazione statale e li trasformò in Spa.

Nel 2001 il governo Berlusconi poteva ancora contare su alcuni ministri liberali, da Martino a Marzano. Entrambi lasciarono il governo senza incidere come auspicato. Senza essere riusciti a realizzare una politica liberale. Non diversamente andò con Bersani, tra il 2006 e il 2008. Il suo tentativo di promuovere alcune liberalizzazioni da ministro dello sviluppo economico si scontrò con la frangia più estrema della sinistra. Senza peraltro che i radicali, presenti in quella maggioranza, riuscissero a supportarlo in maniera adeguata.

Nell’agosto del 2007 Padoa Schioppa, allora ministro dell’economia, abolì il comitato per le privatizzazioni creato da Ciampi e Draghi nel 1995. La ragione ufficiale? Un contributo al taglio della spesa pubblica! Un autentico non senso per il pensiero liberale, secondo il quale il taglio alla spesa pubblica deve avvenire attraverso il taglio della presenza pubblica.

Negli ultimi 15/20 anni sono mancate molte cose. Forse é mancata davvero una coesione tra i liberali. Anche loro sono rimasti intrappolati nelle logiche care al presidente del consiglio. Se non attratti, forse ipnotizzati, certamente non sufficientemente propositivi. Hanno finito per non esercitare alcun contrappeso alla visione offerta da altre forze dello schieramento di governo.

E se fossero proprio loro, i liberali, ad operare quella sterzata della quale il Paese continua ad avere un grande bisogno, nonostante la manovra? Non serve richiamare Einaudi, occorre molto di più.  Ritrovare, forse ritrovarsi, nelle idee fondanti.