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Attentato ad Ankara, ipotesi sui mandanti

 – L’altro ieri, una bomba è esplosa ad Ankara. Palesemente mirava a colpire edifici governativi. Altri ordigni sono stati trovati e disinnescati prima che potessero provocare una strage ancora peggiore. Il bilancio dell’attentato è di tre morti e quindici feriti, di cui sei versano in gravi condizioni.

Nessuno ha rivendicato questo atto di terrorismo. Il tempismo è perfetto: il giorno prima dell’arrivo del premier Recep Tayyip Erdogan a New York, per l’apertura della 66ma Assemblea Generale dell’Onu.
In assenza totale di prove, facciamo una provocazione: e se ci mettessimo a fare anche noi il gioco complottista del cui prodest? Constateremmo che i nemici giurati del governo turco sono incredibilmente tanti.

Che sia stato il Mossad?
Di solito i servizi segreti israeliani non colpiscono un Paese Nato. Pur con un lavoro “pulito”, al punto da rendere non rintracciabile il mandante, sarebbe troppo alto il rischio di alienarsi la principale potenza amica, gli Stati Uniti. Il movente per un attentato israeliano in Turchia, però, ci sarebbe. Mai come in questo periodo i rapporti fra i due Paesi sono stati così tesi. Ankara pretende le scuse di Gerusalemme per l’abbordaggio della motonave turca Mavi Marmara (9 morti, tutti turchi) e reagisce al rapporto Palmer (il risultato dell’inchiesta Onu su quell’incidente) definendolo, per bocca del presidente Abdullah Gul, “privo di valore”. Le relazioni fra Turchia e Israele sono sospese, così come è congelata la cooperazione militare.

Erdogan, dopo aver paragonato il comportamento del governo Netanyahu a “un bambino viziato”, tre giorni dopo l’assalto dei fondamentalisti islamici all’ambasciata israeliana in Egitto, si è recato in visita al Cairo, dove ha definito lo Stato ebraico “una barriera alla pace”. Il premier turco aveva già annunciato allora di considerare un “dovere morale” il riconoscimento unilaterale di una Palestina indipendente, entro le frontiere pre-1967 (Gerusalemme Est compresa, Muro del Pianto incluso nella zona palestinese) senza previo accordo sui confini con la controparte israeliana. Erdogan, insomma, sta risvegliando in Israele la paura dell’accerchiamento totale. Un incubo che, dalle parti di Tel Aviv e Gerusalemme, non vivevano dalla fine degli anni ‘70, da quando, almeno con l’Egitto e la Giordania, erano stati firmati trattati di pace. La Turchia, da sempre alleata con lo Stato ebraico, è l’unica potenza militare in grado di sconfiggerlo militarmente.

Israele è anche coinvolta nell’esplorazione di giacimenti petroliferi al largo di Cipro. E il suo interesse coincide, in questo, con quello della Grecia (vecchia nemica della Turchia). La Turchia minaccia sfracelli. Vuol mandare le sue navi da guerra a proteggere le proprie esplorazioni petrolifere, concordarle con la Repubblica di Cipro Nord (frutto dell’invasione turca dell’isola nel 1974, Stato riconosciuto solo da Ankara), definisce una “follia” le esplorazioni cipriote e non esclude del tutto un’azione militare. A domanda dei giornalisti se la guerra sia possibile, a New York Erdogan ha risposto, ieri, “non ancora”. Non “assolutamente no”, ma: “non ancora”. Su Cipro, la Turchia (con Erdogan e i suoi predecessori) non transige: siccome sarà presidente di turno dell’Ue nel secondo semestre del prossimo anno, tre giorni fa il premier turco, lanciando una minaccia inedita, ha posto un ultimatum a Bruxelles. O si chiarisce la questione, o Ankara (che non ha ancora riconosciuto l’indipendenza di Cipro) romperà le relazioni diplomatiche con l’Ue. E’ la prima volta che l’aspirante candidato all’ingresso nel club dei 27 si sente più forte del club stesso, tanto da lanciare un aut-aut.

Se è dunque praticamente da escludere l’ipotesi “bomba del Mossad”, mai come in questo periodo sarebbe stata motivata. E mai come in questo periodo così tante nazioni (Cipro, Grecia e tutta l’Ue) avrebbero avuto l’interesse a voltare lo sguardo, se non proprio a collaborare attivamente, in caso di attacco contro il cuore del potere turco.
Ma è quasi impossibile che delle democrazie occidentali facciano terrorismo contro un loro partner, anche se i rapporti, in questi mesi e anni, sono molto tesi. E’ più probabile che questo groviglio di attriti fra Ankara e i partner occidentali si risolva con nuovi negoziati, anche lunghi e difficili, sotto l’egida degli Stati Uniti. E’ questo, almeno, lo scenario che si è delineato nell’incontro fra Obama ed Erdogan a New York, prima dell’inaugurazione della nuova Assemblea Generale dell’Onu.

La Turchia ha ben altri nuovi nemici da cui guardarsi.
I primi che vengono in mente sono i terroristi di Al Qaeda. Avevano sconvolto la Turchia con i grandi attentati a Istanbul il 15 e il 20 novembre del 2003, provocando 57 morti e 700 feriti. La dinamica dell’attentato alla capitale Ankara (tante auto-bombe da far esplodere simultaneamente contro obiettivi politici) ricorda molto da vicina quella dell’attacco che sconvolse la ex capitale ottomana, otto anni fa. La Turchia, in quanto membro della Nato e attiva nella ricostruzione dell’Afghanistan, è comunque sempre nel mirino della rete del terrore orfana di Bin Laden.

Poi c’è la Siria. Partner privilegiato di Ankara nel Medio Oriente fino a questa estate, dopo lo scoppio della rivoluzione contro il regime di Assad, è diventato praticamente un nemico. Erdogan ha rotto le relazioni con Damasco. “Non avevamo intenzione di arrivare sino a questo punto” – commentava ieri il premier turco a New York – “ma ci hanno costretti”. La Turchia sostiene la causa delle rivoluzioni arabe, in Tunisia, così come in Egitto e Libia. Forte di questo suo ruolo molto popolare nelle piazze arabe, non può tradire i rivoluzionari siriani. E soprattutto si è vista riversare ai confini meridionali un’ondata improvvisa di profughi. Ora, però, Assad si sente tradito dalla Turchia. E si sa che la dittatura siriana non è mai andata per il sottile, considerando che gran parte della guerriglia anti-occidentale in Iraq, dal 2003 al 2008, partiva proprio dai suoi confini, solo per fare l’esempio più recente.

Dire Siria, poi, vuol dire anche Iran. I due regimi di Teheran e Damasco restano strettamente alleati. E la Repubblica Islamica ha un motivo in più per essere in rotta di collisione con la Turchia: la possibilità di installare, in Anatolia, parte di un sistema regionale anti-missile americano, posizionato in quell’area proprio per parare eventuali lanci dall’Iran. La decisione definitiva è stata rinviata, ma la Repubblica Islamica ha già fatto capire a chiare lettere la sua “insofferenza”. E si sa che anche il regime dei mullah non va mai per il sottile quando si tratta di combattere un nemico senza dichiarargli guerra. La struttura internazionale di Hezbollah, che arriva sino all’America Latina, è un modello di “terrorismo da esportazione” secondo a nessuno.

Tuttavia è improbabile che siano la Siria o l’Iran o entrambi ad aver condotto un attacco terroristico contro Ankara. Avrebbero più da perdere (il rapporto con una potenza partner) che non da guadagnare da un’azione del genere.

Arriviamo, dunque, ad altri mandanti: i nemici interni.
I vertici militari appena defenestrati dal governo islamico: l’inchiesta sul presunto piano eversivo “Ergenekon” (letteralmente: martellata) ha portato a una serie di processi che si sono tradotti in una purga di grandi dimensioni negli alti ranghi delle forze armate. Duecento ufficiali sono tuttora agli arresti. I rapporti fra i militari (prevalentemente laici) e il governo civile (islamico) non sono mai stati teneri dal 2002 ad oggi. Ma due mesi fa hanno toccato il fondo: con una decisione senza precedenti nella storia repubblicana turca, tutti i vertici delle forze armate hanno rassegnato le dimissioni, contemporaneamente, il 30 luglio scorso. Nemmeno le forze armate, storicamente, si sono mai fatte scrupolo di usare metodi violenti contro bersagli interni. D’altra parte è l’esercito che ha condotto ben tre colpi di Stato in appena mezzo secolo di storia turca.

Ma il maggiore indiziato, anche se meno conosciuto in Occidente, resta sempre il movimento separatista curdo. Dopo alcuni sanguinosi attentati contro le forze armate, all’inizio di agosto, l’esercito ha risposto con un’offensiva di grandi dimensioni contro le basi del Partito dei Lavoratori Curdi (Pkk), colpendo anche in territorio iracheno. I morti sono nell’ordine delle centinaia. E nell’ultimo mese oltre 300 attivisti curdi sono stati arrestati e 148 sottoposti a custodia cautelare. Il 19 settembre, a Istanbul, un totale di 161 persone che protestavano pacificamente contro l’isolamento dei leader curdo Abdullah Oçalan sono state prese in custodia dopo che la polizia ha attaccato la folla con lanci di gas lacrimogeni. Di queste, appena 20 sono state rilasciate. La bomba ad Ankara potrebbe dunque essere una vendetta.

Nessun colpevole è stato scoperto finora. In attesa del suo arresto e processo, possiamo solo dire che quella bomba avrebbero potuto o voluto metterla tutti: Israele, Cipro, la Grecia, la Siria, l’Iran, Al Qaeda, i militari e i curdi. E’ questo il bel risultato della nuova politica di potenza turca: tanti nemici, tanto onore?


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

2 Responses to “Attentato ad Ankara, ipotesi sui mandanti”

  1. Demata scrive:

    Buona l’analisi, ma evidenzio che i Turchi, dopo il rifiuto europeo, non possono far altro che tentare di ricostruire l’Impero Ototmano, come noi abbiamo fatto con il Sacro Romano Impero (Francia. Germania, Italia) …
    E’ solo l’inzio e, sinceramente, come meridionale faccio il tifo per loro: vuoi vedere che il Mediterraneo ritorna ad essere pacifico e ricco di traffici, come lo fu per secoli?

  2. Andrea B. scrive:

    @ Demata
    A quanto mi è dato sapere i negoziati per l’ingresso della Turchia nella UE non sono morti e sepolti … c’è magari diffidenza in una certa parte dell’ opinione pubblica, ma quando mai Bruxelles ha dato ascolto a quello che pensano i cittadini europei ?
    La politica va avanti (o andrebbe avanti) per la sua strada ed il raffredamento è semmai partito da Ankara, per le sua ritrovata velleità di potenza ( non mi metto a speculare sulla connotazione politico religiosa del governo di Erdogan e del partito al potere da cui è originato tutto ciò)… e comunque cosa pretendevano ?
    Sono state fatte le pulci per anni ed anni a stati del centro Europa ben più progrediti della Turchia (non parliamo dei diritti umani), prima di farli entrare in UE…

    Permettimi di dissentire sulle tue ottimistiche previsioni per il Mediterraneo: minacciare di mandare navi da guerra in giro non trovo che sia il massimo a riguardo delle prospettive di pace, mentre per quanto riguarda il “ricco di traffici” beh … ho lavorato per tanti anni nel settore marittimo e ti posso assicurare che attualmente di navi, di ogni tipo e dimensione, ne circolano parecchie tra le sponde del Mediterraneo … ovvio una galea impiegava più “braccia” a farla andare ed a scaricarla ed i “porti empori” con le mercanzie messe in banchina e contrattate sul posto non esistono più …

    Ti dirò: sono “meridionale” anch’io, rispetto ad un olandese o un bavarese( e settentrionale per un algerino o un tunisino) e sono pure affacciato su una sponda del Mar Mediterraneo, ma questo non mi porta automaticamente a fare il tifo per mori e levantini…

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