Classiche reazioni di un governo senza classe a un declassamento scontato

di PIERPAOLO RENELLA – Il governo come Cervantes nel Don Chisciotte va all’attacco contro i pericoli della finzione, bollando come opera di fantasia il giudizio dell’agenzia di rating Standard & Poors che ha declassato il debito italiano portandolo da A+ ad A, appena cinque gradini al di sopra del livello di titolo spazzatura.

Abbiamo sempre sospettato che il Governo e la maggioranza che lo sostiene in Parlamento annoverassero molti divoratori di quei vecchi romanzi cavallereschi. Non si può detestare così profondamente qualcosa se non la si ama almeno in parte. Don Chisciotte è solo un alias del Cav. Quale miglior ritratto di un “artista” che rappresentare un individuo o una compagine (governativa) ossessionata dalla fantasia delle agenzie di rating?

Il governo non rinuncia alla propria ossessione e, per salvare l’Italia, vorrebbe metaforicamente (fino a un certo punto) bruciare i report di S&P come Sancho Panza brucia i libri cavallereschi di Don Chisciotte, per curare la sua follia. Entrambi bruciano qualcosa, ma senza risultato.

Tra l’altro, lo ha ricordato Piercamillo Falasca ieri, in un giudizio fondato sulle deboli prospettive di crescita, sull’elevato indebitamento e sull’impegno limitato a tagliare la spesa pubblica, ben poco è affidato alle capacità divinatorie. E in S&P sono stati fin troppo “signori” nel replicare alle accuse dichiarando che i loro giudizi sono “apolitici” e mostrano “come iniziative politiche diverse possono avere effetti diversi sulla finanza pubblica.  Del resto, se l’agenzia di rating in questione fosse così provetta nell’arte del travisamento della realtà, perché stimare (nello scenario base) una crescita del Pil italiano dello 0,5% nel 2012 e dello 0,7% nel 2013 e non una crescita negativa?

Ma non è tutto. Perché ad accusare “queste società” di fare politica e agevolare la speculazione non sono solo il presidente del Veneto Luca Zaia, il vicepresidente della Camera Antonio Leone e il ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla; ieri mattina anche Adusbef e Federconsumatori hanno affermato che le agenzie di rating addirittura operano nell’illegalità perché sono prive della licenza Esma, l’Authority europea degli strumenti finanziari e dei mercati; sempre nella stessa giornata di ieri il presidente dell’Abi Giuseppe Mussari dichiarato di diffidare “dei giudizi qualitativi, che sono eminentemente soggettivi”.

La realtà è che le agenzie di rating sono società private indipendenti che valutano con modelli e metodologie non astrusi  il rischio associato a un titolo o al suo emittente, che sia una società o un governo. Le loro valutazioni sono sintetizzate nel rating, un punteggio che rappresenta la capacità del debitore di far fronte alle sue obbligazioni. Il mercato non può fare a meno del rating, come una partita di tennis non può prescindere dal punteggio. Bill Clinton direbbe: “it’s the financial market, stupid”. Non resta che rassegnarsi e, nel caso del governo italiano, ogni giorno sempre più simile a un autobus senza conducente, prendere atto del grave problema di credibilità politica. Detto questo, si può riconoscere che in passato le agenzie sono state troppo generose con alcune società emittenti; si può intervenire per aumentare la concorrenza nel settore del rating (oggi condizionato da un oligopolio, peraltro dovuto alle barriere all’ingresso della legislazione Usa) o per ridurre al minimo i conflitti di interesse delle agenzie. Ma negare l’evidenza è un po’ come – tornando al Don Chisciotte – se il Cav-Cervantes dicesse che la manovra è stata scritta in arabo dal tal Cid Hamete Benengeli e il manoscritto è stato scoperto fortuitamente, un giorno a Palazzo Grazioli. Il passo successivo potrebbe essere quello di sostenere che la manovra da 54 miliardi è stata semplicemente tradotta in italiano, e pertanto il governo non ha colpe, essendo nulla più che il revisore della traduzione, con la convinzione che gli elettori avrebbero tollerato la caccia al colpevole se la caccia al colpevole fosse stata divertente. Come Don Chisciotte, quando dichiara che i mulini a vento sono cavalieri, che la bacinella del barbiere è un elmo, che le marionette sono persone in carne ed ossa.


Autore: Pierpaolo Renella

Nasce a Chieti, 18 anni dopo Sergio Marchionne. In seguito si trasferisce a Milano e, dopo la laurea in Giurisprudenza, entra nell’industria bancaria, senza più uscirne: prima negli Stati Uniti, poi in Italia, con esperienza in varie attività del mercato dei capitali, dal securities lending ai prodotti strutturati derivati dall’azionario. Liberale sui generis (non è attaccato al denaro), Crociano e Boneschiano in gioventù. Formula politica preferita: non unione di forze laiche, ma unione laica di forze. Massima filosofica: la verità ti rende libero, quando avrà finito con te!

4 Responses to “Classiche reazioni di un governo senza classe a un declassamento scontato”

  1. Alessandro scrive:

    Caro Pierpaolo, quest’articolo avrà successo se in molti nel Pdl ne condivideranno il contenuto. Con la garanzia dell’anonimato. Chi va in televisione poi, è ovvio che attacchi le agenzie di rating

  2. Stefano F. scrive:

    Renellizzatore che non sei altro!

  3. Samuele scrive:

    Al di là del giudizio del momento sull’Italia, è indubbio che serva “concorrenza nel settore del rating (oggi condizionato da un oligopolio, peraltro dovuto alle barriere all’ingresso della legislazione Usa)” e “ridurre al minimo i conflitti di interesse delle agenzie.” Solo così facendo gli utilizzatori finali di quei giudizi (mercati, governi, imprese, ecc…) potranno avere un feedback (giudizio) adeguatamente giusto dal maestro che sta giudicando l’andamento dell’allievo. C’è n’è da fare, ma penso che l’Europa da questo punto di vista possa essere giudicata (soggettivamente?) qualche passo più avanti dell’America (vedi differenze BCE, FeD).

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