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Appunti per una riforma delle intercettazioni

– “L’Italia non è Berlusconi, ma un capo di governo che è diventato la personificazione della crisi di fiducia, rimane il più grande problema degli italiani» (Sueddeutsche Zeitung).

Il quotidiano tedesco scopre una verità chiara da tempo ad alcuni di noi; io stesso ho sempre pensato che la rivoluzione liberale berlusconiana fosse la pubblicità ingannevole di maggior successo andata in onda sui nostri schermi.

Ciononostante, sarebbe necessario evitare che l’ansia di disfarsi di questo ingombrante, e imbarazzante, fardello,  finisca per accecarci e farci commettere altri e diversi, ma non meno gravi, orrori.

Il tema della disciplina delle intercettazioni ne è un esempio paradigmatico.

Per carità, è pacifico che non sia possibile accettare gli abiti legislativi che la sartoria leguleia del PDL disegna sempre su misura delle contingenze processuali di B., anche perché più volte la Consulta ne ha evidenziato la cattiva fattura costituzionale. Ma ciò non può nemmeno significare l’acritica adesione a prassi giudiziarie perlomeno discutibili.

Come si ricorderà, contributi in questo senso erano già stati ospitati da Libertiamo. Posizioni che avevano trovato una loro espressione legislativa con il  c.d. Lodo Bongiorno: un provvedimento capace di esprimere un ragionevole punto di equilibrio tra le opposte esigenze di tutela dei diritti individuali e di repressione dei reati più gravi. Il provvedimento era talmente equilibrato, che fu, appunto, accantonato dalla stessa maggioranza perché ormai giudicato inutile, visto che non adottava più la prospettiva di tirare fuori dai guai B. ma la velleitaria finalità di regolamentare il delicato tema in modo equo, generale e astratto.

A distanza di circa un anno ci risiamo e a riprova dell’attuale paludoso immobilismo italiano, le fazioni sono inchiodate nelle loro oramai anchilosate posizioni, rispettivamente: schierarsi a testuggine a difesa del Capo; abbattere il Tiranno.

Per sottrarci al noioso gioco delle parti tra berlusconiani e antiberlusconiani e convinti che il diaframma berlusconiano finisca con l’alterare la percezione dei problemi qualunque sia l’angolo visuale politico dell’osservatore, abbiamo deciso di fare un viaggio nel passato alla  ricerca dei possibili capisaldi logici di una disciplina delle intercettazioni rispettosa del dettato costituzionale. Questo viaggio ci ha portato nel lontano 1973 e ci ha consentito di ricordare alla nostra confusa memoria contemporanea il magistrale insegnamento, di stretta attualità, della Corte costituzionale (sent. n. 34),  ossia che:

–          l’art. 15 Cost. non si limita a proclamare l’inviolabilità della libertà e segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione, ma enuncia anche espressamente che la loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge. Nel precetto costituzionale trovano perciò protezione due distinti interessi; quello inerente alla libertà ed alla segretezza delle comunicazioni, riconosciuto come connaturale ai diritti della personalità definiti inviolabili dall’art. 2 Cost., e quello connesso all’esigenza di prevenire e reprimere i reati, vale a dire ad un bene anch’esso oggetto di protezione costituzionale;

–          nel processo può essere utilizzato solo il materiale rilevante per l’imputazione di cui si discute, in quanto – a prescindere dall’esistenza di una specifica legge che predisponga un compiuto sistema, anche a garanzia di tutte le parti in causa, per l’eliminazione del materiale non pertinente – la legge processuale é già ispirata e dominata dal principio (connaturale alla finalità stessa del processo) secondo il quale non può essere acquisito agli atti se non il materiale probatorio rilevante per il giudizio (e se ciò era valido col previgente codice di procedura penale, lo è a fortiori con quello attuale, tendenzialmente improntato al modello accusatorio);

–          l’applicazione del suddetto principio non solo garantisce la segretezza di tutte quelle comunicazioni telefoniche dell’imputato che non siano rilevanti ai fini del relativo processo, ma garantisce altresì la segretezza delle comunicazioni non pertinenti a quel processo che terzi, allo stesso estranei, abbiano fatto attraverso l’apparecchio telefonico sottoposto a controllo di intercettazione ovvero in collegamento con questo;

–          violerebbe gravemente entrambe le norme costituzionali (artt. 2 e 15) un sistema che, senza soddisfare gli interessi di giustizia, in funzione dei quali é consentita la limitazione della libertà e della segretezza delle comunicazioni, autorizzasse la divulgazione in pubblico dibattimento del contenuto di comunicazioni telefoniche non pertinenti al processo.

Queste affermazioni, soprattutto l’ultima che va adattata ai nostri tempi ove è evidente che la lesione del diritto alla libertà e segretezza delle comunicazioni può più facilmente avvenire in sede di indagine anche grazie a maliziose interpretazioni delle norme penali e processuali, non sono opera di berlusconiani ante litteram, bensì di insigni giuristi che con la loro sapienza hanno scolpito il volto del nostro Stato costituzionale di diritto, che oggi molti, troppi, vorrebbero sfregiare.

Ecco perché con umiltà invito tutti a tornare a riprendere quel cammino parlamentare interrotto un anno fa e che forse proprio perché inidoneo sia alle spiccie esigenze processuali di B. che ai tentativi di disacionarlo, potrebbe rappresentare la giusta via per un equilibrato contemperamento degli opposti interessi costituzionalmente tutelati.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

2 Responses to “Appunti per una riforma delle intercettazioni”

  1. Un’altra possibilità sarebbe quella di stabilire che le intercettazioni sono mezzi d’indagine, ma non di prova. E che in quanto tali non debbano essere messe agli atti, ma tenute in un fascicolo a parte, segretato.

  2. donato scrive:

    E’ il Segreto Istruttorio che non esiste.

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