– Quel che si vede, e che si è visto e risaputo in questi anni, sembra essere piuttosto semplice: degli allevatori hanno prodotto e venduto più latte di quanto non fosse loro consentito, e devono pagare una salata sanzione per questo. Hanno protestato, come fanno un po’ tutti in Italia, ma alla fine molti di loro hanno pagato o stanno pagando. Alcuni no, si ostinano a non voler pagare, e a forza di rinviare l’esecuzione coatta dei prelievi, il governo ha esposto l’Italia a una serie di procedure d’infrazione da parte dell’UE, che in vent’anni sono costate ai contribuenti italiani circa 4 miliardi di euro, più o meno il gettito annuo previsto dall’innalzamento di un punto percentuale dell’Iva nell’ultima finanziaria.

Semplice, in apparenza. Almeno nella misura in cui non consideriamo quel che non si vede, ovvero ciò che è meglio non vedere o che è tecnicamente troppo complesso per essere divulgato in un articolo di giornale. Come per esempio il sistema attraverso il quale sono state attribuite le quote ai singoli produttori, sulla base della quota nazionale attribuita all’Italia, e il funzionamento dei meccanismi attraverso i quali vengono (o non vengono) rilevati i cosiddetti “splafonamenti” e comminate le relative sanzioni. Sistemi e meccanismi che dovrebbero funzionare come orologi svizzeri, data la quantità di denaro in entrata (i sussidi assegnati dall’UE agli agricoltori), e in uscita (il prelievo supplementare per le superproduzioni) che dipendono da essi, e le distorsioni alla concorrenza e al mercato, con le conseguenze reali sulla sopravvivenza stessa delle aziende, che deriverebbero dal loro funzionamento scorretto.

E allora potrebbe essere interessante andare a dare un occhiata alla relazione di approfondimento sui dati utilizzati per il calcolo del prelievo supplementare, effettuata dai Carabinieri nel 2010. Ciò che emerge lascia a bocca aperta, a cominciare dal fatto che in questo disgraziato paese, incrociando i dati di Agea (l’agenzia per le erogazioni in agricoltura che gestisce tutto il sistema), l’Associazione Italiana Allevatori (alla quale la legge attribuisce un attività istituzionale di controllo degli allevamenti e finita recentemente nel mirino dell’antitrust), e del ministero della Salute, non si riesce neanche a capire quante siano le stalle in attività, i capi di bestiame e la quantità di latte effettivamente prodotto. Che per il calcolo dei quantitativi di latte vengono utilizzati anche i valori della materia grassa del medesimo, raffrontando il dato del periodo e quello di riferimento (un sistema da far girare la testa) e che i nuovi calcoli effettuati dai carabinieri evidenzierebbero, testuale, che “gli scostamenti tra i dati verificati nel corso degli approfondimenti, e di cui sopra, portano inoltre a ritenere che esistano rilevanti anomalie anche sui conteggi delle compensazioni nazionali e quindi sulle imputazioni del prelievo supplementare”.

Vale la pena citare per intero le conclusioni dell’indagine:

·         non vi è piena coerenza tra le banche dati ufficiali acquisite né possibilità di completo raffronto dei dati di ciascuna di esse;
·         la mancanza di un dato identificativo coerente ed univoco per tutte le aziende in produzione, da adottarsi per tutte le banche dati ufficiali del settore, comportando una ulteriore difficoltà nell’incrocio dei dati, favorisce fenomeni fraudolenti o elusivi ed ostacola la possibilità di investigazioni per prevenire e reprimere eventuali comportamenti illeciti;
·         sono emerse situazioni di anomalia ed incongruenza tra le diverse banche dati, tali che avrebbero meritato, e meritano ancora, adeguati approfondimenti;
·         pur con le difficoltà segnalate, ne discende un quadro di significativa incoerenza dei dati, in particolare con riferimento alla produzione nazionale, sia consegnata che rettificata (TMGP);
·         raffrontando il numero capi nelle diverse banche dati con la media produttiva provinciale AIA pur aumentata del 10% in via prudenziale, risulta una differenza produttiva media, rispetto alla produzione totale italiana dichiarata in L1, talmente significativa da mettere in discussione lo stesso splafonamento dello stato italiano e quindi il prelievo supplementare imputato ai produttori a partire dal 1995/96 fino al 2008/09.

Il che significa, in poche parole, che da questa verifica gli splafonamenti potrebbero non esserci mai stati, e quindi la pretesa delle multe sarebbe completamente ingiustificata. Può bastare? Sarebbe il caso di fare chiarezza, e anche alla svelta, dato che oltre a chi si rifiuta, forse con buona ragione, di pagare le multe c’è anche chi si è rassegnato a farlo. Eppure non basta, dato che da ulteriori indagini emergerebbe addirittura che per truccare intenzionalmente i dati sulla produzione italiana di latte qualcuno in Agea avrebbe usato uno stratagemma tanto semplice quanto sconcertante: modificare il database dell’anagrafe bovina in modo da portare il limite dei mesi delle vacche in produzione da 120 a 999, il massimo consentito dal form dello stesso database. Uno stratagemma che avrebbe consentito di censire come produttive vacche di ben 83 anni di età!

Se quanto emerso corrispondesse alla realtà, dovremmo riscrivere articoli di giornali e libri di storia su questa vicenda che si protrae da almeno tre lustri. Non sarebbe mai stato prodotto più latte di quanto dichiarato: al contrario, sarebbe stata dichiarata una produzione superiore a quella reale al fine, e qui siamo nel campo delle ipotesi (ipotesi più che plausibili), di poter permettere a qualcuno di dichiarare e vendere come italiano latte prodotto altrove (l’origine locale della materia prima è indispensabile per la produzione dei formaggi DOP e IGP), magari latte in polvere rigenerato, la cui presenza è stata effettivamente riscontrata in molti campioni di latte prelevati dagli scaffali dei supermercati. Confrontare il prezzo del latte alla stalla in Italia con quello di altri paesi (per non parlare del latte in polvere) può dare la misura di quanto un business del genere potrebbe essere remunerativo. Per il 2008/2009 “ad Agea risultano 2.905.228 capi presenti, mentre il complessivo è pari a 1.668.156”. Secondo i carabinieri “una differenza talmente significativa che si tradurrebbe in una minore produttività di latte pari a 12 milioni di quintali”.

Da ragazzino, se non sei troppo bravo a calcio, ma non ti possono cacciare dal campetto, ti mandano in porta. Se al tuo partito o alla tua corrente non possono fare a meno di dare un ministero, in Italia per tradizione ti danno l’agricoltura. E’ quello che deve essere successo a Filippo Maria Pandolfi, che nel 1984 si trovò, forse a sua insaputa, a Bruxelles a negoziare la quota da assegnare all’Italia, e sparò un dato a vanvera sulla produzione nazionale di latte, di soli 9 milioni di tonnellate, ampiamente al di sotto del nostro fabbisogno. E fu sempre lui che, resosi conto dell’errore, e non trovando forse di meglio da dire, assicurò che le quote latte erano state assegnate pro-forma, e che c’era un tacito accordo per escludere l’Italia dal pagamento delle sanzioni. La storia delle quote è cominciata così, nel modo peggiore possibile, con un ministro della Repubblica che assicurava gli operatori del settore, dagli allevatori agli acquirenti ai trasformatori, che avrebbero potuto liberamente ignorare la normativa europea.

Una storia cominciata male e proseguita, evidentemente, sempre peggio. Un pozzo nero, quello della gestione italiana delle erogazioni in agricoltura, al quale è assolutamente necessario togliere il coperchio e nel quale è indispensabile fare pulizia, perché quel che non si vede, nella storia delle quote latte, emana comunque un pessimo odore.