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Oro alla patria/4. Patrimoniale più privatizzazioni uguale meno tasse?

– La manovra garantisce maggiori entrate e una leggera riduzione della spesa pubblica, ma i sacrifici, in termini di aumento delle imposte, possono costare cari al tessuto produttivo e alle famiglie italiane, tanto da deprimere l’economia.

Si è discusso nei giorni scorsi di un nuovo decreto per la crescita. Stimolare lo sviluppo è un altro modo per contenere il rapporto deficit/pil; in questo caso si farebbe leva sul denominatore, anziché sul pareggio di bilancio al numeratore. Le tasse introdotte con le due manovre estive rischiano di non garantire il gettito atteso, dato che l’elevata pressione fiscale disincentiva gli investimenti e potrebbe portare alla chiusura delle imprese sopravvissute alla crisi; la strada degli aiuti di stato, poi, è una strategia perdente in partenza. Ricordiamo tutti gli inefficaci incentivi ed ecoincentivi di vario tipo previsti durante la crisi.
Una spinta all’economia passa necessariamente attraverso una drastica riduzione delle imposte sulle imprese e sul lavoro, che può trovare copertura parziale dall’applicazione di una patrimoniale, che colpisca però, oltre e più che il ceto più agiato del paese, anche lo stesso apparato pubblico.
Se impiegata singolarmente per far cassa, la patrimoniale assume l’aspetto di una misura punitiva, una negazione del diritto di proprietà e della tutela del risparmio che serve solo a far fuggire i capitali per i prossimi anni a venire.
In un’ottica di riassetto del sistema di tassazione, può essere una delle leve capaci di aggredire l’improduttivo e incentivare la crescita con la detassazione del lavoro e delle imprese.

Finora, infatti, si è preferito inasprire le imposte sul reddito (IRAP, IRES, contributo di solidarietà), ossia colpire la creazione di valore, i flussi che fanno “macinare” il sistema paese. I settori colpiti hanno accusato il colpo, perdendo valore in borsa e vedendosi riviste al ribasso le valutazioni delle agenzie di rating sulla propria capacità di fare utili nei prossimi anni. Ad un aumento dell’IRES del 10% hanno corrisposto una perdita di valore e una correzione al ribasso degli utili attesi più o meno della stessa misura. Meno capitalizzazione, meno utili, meno investimenti. Un provvedimento controproducente, che ha come effetto soprattutto quello di soffocare l’economia, dato che il suo effetto depressivo erode la base imponibile, ossia, per l’appunto, gli utili che le imprese riescono a registrare.

Già oggi le prospettive non sono rosee. Nei prossimi anni si prevede un gettito IRES tra i 30 e i 40 miliardi l’anno, poca roba, a confronto con le entrate assicurate da IVA e IRPEF. D’altra parte, un’aliquota IRES al 27,5% (38% per il settore energetico), unita a una tassazione dei dividendi al 20% non aiuta le imprese a superare la crisi, crescere ed attrarre capitali. Gli utili si assottigliano sotto il peso del fisco e il contributo che le imprese riescono a dare all’erario non supera il 10% delle entrate tributarie.

Una patrimoniale sulle ricchezze detenute dal 10% delle famiglie italiane più ricche potrebbe servire a ridurre le imposte dalle imprese e sul lavoro, incentivando così la crescita e l’occupazione.
Il primo a pagare la patrimoniale dovrebbe però essere il sistema pubblico.
Il patrimonio pubblico è stimato attorno a 1800 miliardi. Le partecipazioni statali in società pubbliche (come la Rai e Bancoposta) o miste (Enel, Eni…) ammontano a 500 miliardi.

Si obietta: il rischio è quello di svendere. Tuttavia, una drastica riduzione del tax rate, ossia una riduzione delle imposte su lavoro e reddito di impresa, salvaguarderebbe il valore delle imprese e le renderebbe appetibili al mercato. Si tratta di non cercare una cordata di imprenditori “amici”, pronti a “salvare” le imprese privatizzate, ma di fidarsi del mercato, puntare su un modello di public company aperto e rendere appetibili con un fisco competitivo le partecipate. Anche le imprese oggi non redditizie (Trenitalia, Rai) potrebbero rivelarsi public company capaci di attrarre capitali e investimenti in un sistema fiscale compatibile con l’obiettivo della crescita.

Facciamo un po’ di conti, una bozza che traduca in numeri questa proposta: la graduale privatizzazione del 10% del patrimonio immobiliare pubblico (130 miliardi), e delle partecipazioni societarie (500 miliardi) porterebbe alle casse dello stato 630 miliardi. Ad essi possiamo sommare l’incasso da una patrimoniale dello 0,5% sulle ricchezze detenute dal 10% delle famiglie italiane più ricche. Arriviamo ad una cifra attorno ai 670 miliardi di euro. Anche se destiniamo un terzo degli incassi alla riduzione dello stock di debito pubblico (circa 220 miliardi, pari al 12% del debito pubblico, il 14% del pil), l’ammontare restante sarebbe sufficiente a dimezzare le aliquote Irap e Ires per 10 anni.

Una tassazione delle imprese al 25-30%, contro l’attuale 60% si tramuterebbe in un volano per la crescita che potrebbe con tutta probabilità compensare, con un incremento dei redditi delle imprese, la riduzione delle aliquote fiscali.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

15 Responses to “Oro alla patria/4. Patrimoniale più privatizzazioni uguale meno tasse?”

  1. luciano pontiroli scrive:

    Si è consigliato con don Gallo?

  2. Massimo74 scrive:

    E se invece adottassimo un’unica aliquota di imposta (flat) intorno al 18/20% che andasse a sostituire le attuali IRAP,IRE e IRES?

  3. Diego Menegon scrive:

    Massimo, sarebbe un’ottima cosa. per farlo servono un po’ di miliardi in più. si decidessero a tagliare vigorosamente la spesa pubblica…
    Luciano, non credo che Don Gallo sarebbe d’accordo nel voler privatizzare un terzo del patrimonio pubblico e dimezzare le imposte dirette.

  4. Massimo74 scrive:

    La spesa pubblica andrebbe certamente tagliata in modo vigoroso ( a cominciare dalle pensioni),tuttavia la flat-tax si potrebbe adottare ugualmente eliminando il sistema delle detrazioni e deduzioni (che provoca un erosione fiscale di circa 150 miliardi all’anno) e azzerando il sistema dei finanziamenti a fondo perduto alle imprese (circa 30 miliardi all’anno).
    Se permetti posto un link di un articolo dell’istituto Bruno Leoni(che probabilmente conoscerai già)che spiega in dettaglio i molteplici vantaggi che si otterrebbero adottando un unica aliquota di imposta in sostituzione dell’attuale sistema fiscale basato sulle aliquote progressive.

    http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/OP/11_Rabushka.pdf

  5. creonte scrive:

    non è anticostituzionale la flat tax?

    in ogni caso la questione è che le aziende sono state finora sottotassate (e senza grandi vantaggi, vedi la Svezia)

  6. Massimo74 scrive:

    “non è anticostituzionale la flat tax?”

    Solitamente la flat tax è accompagnata da un area di esenzione fiscale(no-tax area)che garantisce la progressività della tassazione,pertanto il problema di costituzionalità non si pone.Comunque dove sarebbe il problema nell’emendare l’art.23 della costituzione?

    “in ogni caso la questione è che le aziende sono state finora sottotassate”

    Stai scherzando,vero?

  7. daniele burzichelli scrive:

    Finalmente!!!
    Finalmente una persona ragionevole che (a parte le condivisibilissime osservazioni sulle privatizzazioni) pone l’accento su una questione di una semplicità inaudita, ma su cui quei somari degli italiani si rifiutano di riflettere.
    Il sistema fiscale deve premiare il lavoro e l’intrapresa e deve penalizzare la proprietà immobiliare improduttiva.
    L’Europa è uscita dal medioevo (e la riforma protestante ha potuto attecchire) perchè il ceto produttivo (i futuri borghesi) si sono rifiutati di continuare a pagare dazio alla propeità parassitaria, all’epoca costituita dalla nobiltà feudale e dal clero (cattolico).
    Le rivoluzioni liberali del ‘700 e dell’800, che hanno determinato una crescita economica mai registrata in precedenza nella storia umana, si fondavano sul primato (protestante) del lavoro e del risparmio e condannavano gli atteggiamenti parassitari dell’aristocrazia possidente e improduttiva.
    La Cina e i paesi emergenti dell’Asia stanno oggi “facendo il culo” all’Europa e agli USA, perchè quelle società – a differenza delle nostre, che sono decadute, e oggi privilegiano il consumo rispetto al risparmio e la rendita rispetto al lavoro – si fondano sul primato assoluto del lavoro e della produttività (al punto che in Cina, se nasci femmina, corri il rischio di essere buttata nella spazzatura, in quanto le femmine sono in agricoltura – che costituisce una porzione molto importante di quel sistema economico – molto meno produttive degli uomini).
    Dietro la questione della patrimoniale (che OVVIAMENTE deve essere accompagnata da una detassazione sul lavoro e l’impresa) si cela, quindi, una grande questione ideologica ed etica.
    Dobbiamo decidere se privilegiare ancora la rendita parassitaria a discapito del lavoro e degli impieghi produttivi (incluso quelli dell’imprenditore e di chi fornisce capitale all’impresa), oppure l’inverso.
    Dobbiamo decidere se restare nel medioevo (ove attualmente siamo, visto che l’Italia è un paese fondato a chiacchiere sul lavoro, ma di fatto su un infinito numero di posizioni speculative), oppure no.
    Sono sicuro, considerato il QI dell’italiano medio, che prevarrà a mani basse la prima opzione.

  8. luciano pontiroli scrive:

    Non è chiaro su cosa sarebbe d’accordo don Gallo. Sta di fatto che, come Lei, si attacca all’idea che il 10% degli italiani sia troppo ricco: ha letto l’intervento di Giordano Masini?

  9. Lo scoglio maggiore è la riduzione della spesa pubblica. Nessuno vuol tagliare le spese o liberalizzare per non perdere voti. C’era l’occasione di dire “lo chiedono i mercati e l’europa” dando la colpa ad entità terze, macché, non è stata usata nemmeno questa. E’ il dominio delle minoranze organizzate sulle maggioranze disorganizzate. Di idee e ricette in dieci anni ne ho lette a bizzeffe, ma non riesco più ad interessarmi, sembrano le discussioni del lunedì sul rigore vedendo la moviola. Ormai tutto è accaduto, a chi importa avere ragione o torto quando ormai le tasse sono aumentate?

  10. creonte scrive:

    burzichelli va al nocciolo del problema; premiare il lavoro e non chi affitta 10 case in nero o chi mette le spese al regime fiscale agevolato delle aziende

  11. Gianni Elia scrive:

    Nessuna menzione al taglio della spesa pubblica: con una pressione fiscale così bassa la nostra banda bassotti riporterebbe il debito pubblico dove è ora in poco tempo. Forse parzialmente compensato dalla crescita indotta dall’abbattimento delle aliquote che pero’ resta da verificare e probabilmente si dispiegherà nel medio-lungo termine

  12. Massimo74 scrive:

    @Creonte

    Secondo i dati forniti dalla banca mondiale,l’italia ha una tassazione sulle imprese pari al 68,5%,una delle più alte al mondo,mentre la germania ha una tassazione di circa 20 punti più bassa.Mi sapresti per cortesia spiegare da dove hai tirato fuori il dato in cui si attesta che le imprese godrebbero di un regime fiscale agevolato?

  13. creonte scrive:

    ho trovato questo

    Pubblicato il Report sull’imposizione indiretta e delle società in 106 Paesi del mondo. L’Italia migliora la sua posizione slittando dal quarto al sesto posto tra i Paesi Ocse, con un’aliquota nominale, per combinazione di Ires e Irap, che nel 2007 era del 37,25 per cento e grazie alla Finanziaria 2008, è scesa al 31,4 per cento. L’Italia non è più il “brutto anatroccolo” dell’Europa per la tassazione d’impresa. Slitta infatti nella classifica internazionale dal quarto al sesto posto tra i paesi Ocse, con un’aliquota nominale – data dalla combinazione di Ires e Irap – che nel 2007 era del 37,25 per cento e che quest’anno, grazie alla Finanziaria 2008, è scesa al 31,4 per cento. Dal 1° gennaio di quest’anno, infatti, l’aliquota Ires è scesa nel nostro Paese dal 33 al 27,5 per cento, mentre quella Irap dal 4,25 al 3,9 per cento. L’Italia, quindi, migliora sensibilmente la sua posizione nel ‘ranking’ internazionale, lasciando nell’Ue la maglia nera al Belgio.

  14. Massimo74 scrive:

    @Creonte

    Non bisogna considerare solo le aliquote ma anche il peso dei contributi sociali(cioè il costo del lavoro) per avere un quadro complessivo della situazione.Lo studio effettuato dalla banca mondiale va proprio in questa direzione e dimostra inequivocabilmente come in italia la tassazione sulle imprese sia una delle più alte al mondo.Qui c’è il link:

    http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2010-11-18/italia-primo-posto-europa-140803.shtml?uuid=AYl0dfkC

  15. marcello scrive:

    La flat tax come proposta da Massimo 74 rischia di essere incostituzionale se:
    Il minimo imponibile si ferma troppo in basso. Come sempre il ceto impiegatizio (stipendio di 1300 euro mensili)non ha i benefici riservati solo a chi è poverissimo.
    Chi ha di più è considerato allo stesso livello di chi ha 1000-1300 mensili, e in proporzione, paga le stesse imposte.
    Quindi, per dare un’elemosina populista a chi è messo alquanto male, si va a sanzionare di più quel ceto che già ha dato in questi ultimi 10 anni, che non può aumentarsi lo stipendio per contrastare l’erosione del potere d’acquisto e che ora probabilmente deve subire anche l’abrogazione dell’art. 18. Non capisco le ragioni di questo accanimento.

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