– La manovra garantisce maggiori entrate e una leggera riduzione della spesa pubblica, ma i sacrifici, in termini di aumento delle imposte, possono costare cari al tessuto produttivo e alle famiglie italiane, tanto da deprimere l’economia.

Si è discusso nei giorni scorsi di un nuovo decreto per la crescita. Stimolare lo sviluppo è un altro modo per contenere il rapporto deficit/pil; in questo caso si farebbe leva sul denominatore, anziché sul pareggio di bilancio al numeratore. Le tasse introdotte con le due manovre estive rischiano di non garantire il gettito atteso, dato che l’elevata pressione fiscale disincentiva gli investimenti e potrebbe portare alla chiusura delle imprese sopravvissute alla crisi; la strada degli aiuti di stato, poi, è una strategia perdente in partenza. Ricordiamo tutti gli inefficaci incentivi ed ecoincentivi di vario tipo previsti durante la crisi.
Una spinta all’economia passa necessariamente attraverso una drastica riduzione delle imposte sulle imprese e sul lavoro, che può trovare copertura parziale dall’applicazione di una patrimoniale, che colpisca però, oltre e più che il ceto più agiato del paese, anche lo stesso apparato pubblico.
Se impiegata singolarmente per far cassa, la patrimoniale assume l’aspetto di una misura punitiva, una negazione del diritto di proprietà e della tutela del risparmio che serve solo a far fuggire i capitali per i prossimi anni a venire.
In un’ottica di riassetto del sistema di tassazione, può essere una delle leve capaci di aggredire l’improduttivo e incentivare la crescita con la detassazione del lavoro e delle imprese.

Finora, infatti, si è preferito inasprire le imposte sul reddito (IRAP, IRES, contributo di solidarietà), ossia colpire la creazione di valore, i flussi che fanno “macinare” il sistema paese. I settori colpiti hanno accusato il colpo, perdendo valore in borsa e vedendosi riviste al ribasso le valutazioni delle agenzie di rating sulla propria capacità di fare utili nei prossimi anni. Ad un aumento dell’IRES del 10% hanno corrisposto una perdita di valore e una correzione al ribasso degli utili attesi più o meno della stessa misura. Meno capitalizzazione, meno utili, meno investimenti. Un provvedimento controproducente, che ha come effetto soprattutto quello di soffocare l’economia, dato che il suo effetto depressivo erode la base imponibile, ossia, per l’appunto, gli utili che le imprese riescono a registrare.

Già oggi le prospettive non sono rosee. Nei prossimi anni si prevede un gettito IRES tra i 30 e i 40 miliardi l’anno, poca roba, a confronto con le entrate assicurate da IVA e IRPEF. D’altra parte, un’aliquota IRES al 27,5% (38% per il settore energetico), unita a una tassazione dei dividendi al 20% non aiuta le imprese a superare la crisi, crescere ed attrarre capitali. Gli utili si assottigliano sotto il peso del fisco e il contributo che le imprese riescono a dare all’erario non supera il 10% delle entrate tributarie.

Una patrimoniale sulle ricchezze detenute dal 10% delle famiglie italiane più ricche potrebbe servire a ridurre le imposte dalle imprese e sul lavoro, incentivando così la crescita e l’occupazione.
Il primo a pagare la patrimoniale dovrebbe però essere il sistema pubblico.
Il patrimonio pubblico è stimato attorno a 1800 miliardi. Le partecipazioni statali in società pubbliche (come la Rai e Bancoposta) o miste (Enel, Eni…) ammontano a 500 miliardi.

Si obietta: il rischio è quello di svendere. Tuttavia, una drastica riduzione del tax rate, ossia una riduzione delle imposte su lavoro e reddito di impresa, salvaguarderebbe il valore delle imprese e le renderebbe appetibili al mercato. Si tratta di non cercare una cordata di imprenditori “amici”, pronti a “salvare” le imprese privatizzate, ma di fidarsi del mercato, puntare su un modello di public company aperto e rendere appetibili con un fisco competitivo le partecipate. Anche le imprese oggi non redditizie (Trenitalia, Rai) potrebbero rivelarsi public company capaci di attrarre capitali e investimenti in un sistema fiscale compatibile con l’obiettivo della crescita.

Facciamo un po’ di conti, una bozza che traduca in numeri questa proposta: la graduale privatizzazione del 10% del patrimonio immobiliare pubblico (130 miliardi), e delle partecipazioni societarie (500 miliardi) porterebbe alle casse dello stato 630 miliardi. Ad essi possiamo sommare l’incasso da una patrimoniale dello 0,5% sulle ricchezze detenute dal 10% delle famiglie italiane più ricche. Arriviamo ad una cifra attorno ai 670 miliardi di euro. Anche se destiniamo un terzo degli incassi alla riduzione dello stock di debito pubblico (circa 220 miliardi, pari al 12% del debito pubblico, il 14% del pil), l’ammontare restante sarebbe sufficiente a dimezzare le aliquote Irap e Ires per 10 anni.

Una tassazione delle imprese al 25-30%, contro l’attuale 60% si tramuterebbe in un volano per la crescita che potrebbe con tutta probabilità compensare, con un incremento dei redditi delle imprese, la riduzione delle aliquote fiscali.