– Di recente si è parlato molto di patrimoniale, perché le casse dello Stato sono disastrate e dunque si sta cercando di trovare un modo per giustificare ulteriori trasferimenti di ricchezza nelle mani della classe politica.

La teoria dei fautori della patrimoniale è già stata criticata da Giordano Masini in questo articolo. Oggi cerco di affrontare un altro problema, messo in luce anche nell’articolo di Valsecchi: cosa fare effettivamente per uscire dalla crisi senza aumentare ulteriormente le tasse con una patrimoniale?

Supponiamo di avere un’economia con un debito di 1900 miliardi di euro, un PIL di 1600 miliardi di euro, una spesa primaria (cioè senza interessi sul debito) di 720 miliardi, entrate (fiscali e non) pari 750 miliardi, il 47% del PIL. Supponiamo che cresca in termini reali di uno striminzito 1% l’anno, che l’inflazione sia pari al 2%, e che il tasso di interesse sul debito sia pari al 5%. La spesa pubblica dunque è superiore al 50% del PIL. Questa economia non è esattamente l’Italia, ma ci somiglia molto. La userò per simulare cosa occorre fare per ridurre il rapporto debito/PIL.

Supponiamo anche che tassi di interesse, inflazione, tasso di crescita, e rapporto tra entrate e PIL e spesa primaria e PIL rimangano costanti. In una tale economia, il rapporto debito PIL continuerebbe ad aumentare per sempre, anche se lentamente. Considerando che la spesa pubblica in realtà cresce più del PIL, di norma, la situazione è sicuramente drammatica.

Supponiamo ora che la spesa pubblica venga stabilizzata in modo da crescere ad un tasso pari all’inflazione. In questo caso, attorno al 2028 si avrebbe un rapporto debito PIL pari al 60%, come vuole Maastricht: in “soli” 17 anni avremmo dunque il rientro del debito. C’è un problema, però: nessuno crederebbe ad una tale promessa da parte di un governo italiano, e i tassi di interesse continuerebbero ad essere alti per anni.

Se politiche di liberalizzazione provocassero un aumento della crescita di un punto, i parametri di Maastricht sarebbero raggiunti nel 2021, in soli dieci anni. Ciò è più credibile, perché le riforme e le liberalizzazioni necessarie andrebbero fatte subito e segnalerebbero la buona volontà del governo. I tassi scenderebbero subito e ciò aiuterebbe ulteriormente i conti. Per capire quali riforme servono, basta seguire l’Istituto Bruno Leoni, Libertiamo, o Noise from Amerika, ad esempio. Il problema sarebbe però il cambio di governo: le elezioni sono sempre grandi occasioni per aumentare la spesa pubblica.

Se a parità di tasso di crescita riducessimo la spesa pubblica di 50 miliardi e la facessimo crescere al tasso di inflazione, avremmo un debito inferiore al 60% del PIL in undici anni. Se in più privatizzassimo società pubbliche e vendessimo immobili pubblici per 200 miliardi, basterebbero nove anni.
Insomma: l’Italia potrebbe benissimo arrivare al 2020 con un debito entro i parametri di Maastricht, a patto di tenere la spesa costante in termini reali (e dunque farla diminuire rispetto al PIL), tagliare la spesa subito, ridurre il debito con privatizzazioni, e fare le riforme necessarie per ricominciare a crescere.

Per tagliare la spesa, proposte di piccola entità sono state fatte di recente su Libertiamo, mentre misure più rilevanti sono state proposte da Perotti e Zingales sul Sole24Ore, e sono comparse su Noise from Amerika. Perotti e Zingales propongono tagli per 38 miliardi e privatizzazioni per 220 miliardi, mentre l’articolo di NfA propone risparmi per 6.5 miliardi. Sono solo esempi: ve ne sono altri.

Il debito sarebbe un falso problema, se avessimo una classe dirigente all’altezza, e la patrimoniale non è necessaria, neanche come misura di emergenza. La patrimoniale serve a non fare le riforme, politicamente coraggiose, necessarie a questo Paese, e a perpetuare politiche irresponsabili, miopi e suicide.