di CARMELO PALMA – Se nel centro-destra berlusconiano a definirsi garantista è, come ha scritto Adriano Sofri, l’attitudine a “combattere l’esercizio squilibrato della giustizia per ragioni ingiuste”, nello schieramento anti-berlusconiano prevale l’inclinazione a difendere l’esercizio scientifico dell’ingiustizia per ragioni giuste. A dividere l’uno dall’altro campo e a renderli nemici non è dunque un’idea diversa della giustizia, ma un diverso interesse all’ingiustizia.

Oggi il Cav. è travolto da intercettazioni che sono finite illegalmente sui giornali e da una massa abnorme di “materiali” che sono stati conservati per essere trafugati a suo danno, ma non per questo diventa innocente. E non parliamo dei reati che gli sono contestati o di quelli di cui i magistrati lo ritengono vittima e lo sospettano partecipe o “utilizzatore finale”, bensì della colpa, per noi ben più grave, di avere inteso la giustizia e l’ingiustizia – de iure condito e de iure condendo – come l’utile del più forte, presumendo, con grande imprudenza, di essere il più forte.

Un Berlusconi un po’ più in spolvero e compos sui avrebbe compreso, perché gli era stato spiegato, di dovere sfidare, ma non provare a “fottere” il  cosiddetto partito dei giudici. Incalzandoli sul disastro pubblico di una giustizia à la carte e al riparo di garanzie corporative o feudali, ma non offrendo loro l’occasione e il mezzo per dilagare nel suo disastroso “privato” e di contestare, in modo invero ragionevole, la sua politica sulla giustizia, troppo cedevole nei punti sensibili e troppo impietosa in quelli insensibili – cioè buona per gli amici e cattivissima per tutti gli altri.

Berlusconi, invece, si sentiva così furbo (e così politicamente “vuoto”) da fare della stronzaggine altrui il canone della propria. Non è un caso che finisca sul banco degli imputati per avere politicamente ricettato il file rubato della telefonata di Fassino – che non pensiamo sia finito sul Giornale a sua insaputa –  mentre la Repubblica e il Corriere lo scorticano vivo diffondendo i brandelli delle sue conversazioni e della sua vita “segreta”.

Berlusconi non è affatto distinguibile dai suoi nemici. E’ sotto schiaffo, ma non è migliore. L’unica distinzione onesta che varrebbe fare, a proposito della giustizia e del suo uso politico, è tra chi certe cose le fa e chi non le fa, non tra chi le fa e chi le subisce, nel senso che le prende solo perché, pur volendo, non riesce a darle o a contraccambiarle. Berlusconi è certo vittima di un accanimento speciale, da cui ormai non si può difendere se non con le “cattive”, proprio perché da un punto di vista liberal-garantista è “cattivo” quanto chi gli vuole fare la pelle.

A quanti però pensano che il “pericolo Berlusconi” giustifichi tutto – anche che il diritto possa farsi storto – consiglieremmo prudenza. All’abitudine e al gusto dell’ingiustizia vendicatrice non si rinuncia, neppure dopo che si è consumata la vendetta. Dall’idea della guerra giudiziaria come igiene della politica l’Italia non dovrebbe affezionarsi, ma iniziare a disgustarsi.

Il meno che si possa fare, oggi, è disamorarsi del Cav. Il peggio è innamorarsi dei nuovi “liberatori”. Il troppo stroppia sempre. Non solo quando a stroppiare è Berlusconi. Basta leggere i giornali di oggi. Sulle intercettazioni e sulla loro trasformazione da mezzo in fine si è passato il segno della civiltà e pure dell’opportunità. E questo non è solo un problema dell’oggi, ma soprattutto del dopo, perché la macchina non si fermerà da sola.