– L’assegnazione delle frequenze televisive ricavate grazie alla transizione al digitale terrestre – il cosiddetto “dividendo digitale “- poteva rappresentare una buona occasione tanto per “fare cassa”, quanto per contribuire alla liberalizzazione del settore dell’emittenza.

Mettere all’asta la banda televisiva liberata avrebbe significato conferirle un valore di mercato, istituire un vero sistema di diritti di proprietà sull’etere
, portare soldi quanto mai necessari nelle casse dello Stato e consentire a nuovi operatori di lanciare una sfida imprenditoriale ai canali più consolidati.
Invece si è preferito attribuire le frequenze attraverso il cosiddetto meccanismo del “beauty contest”, che da un lato è destinato a produrre introiti inferiori, dall’altro conferisce alla commissione aggiudicatrice un largo potere discrezionale – al punto che qualsiasi esito potrà alimentare sospetti di favoritismi e di influenze politiche.
Per “qualcuno”, del resto, il contest si preannuncia già un percorso ad ostacoli.

Eppure lo switch-over verso il digitale potrebbe offrire un’ulteriore opportunità, se si fosse interessati a coglierla.
Si tratta dell’assegnazione della numerazione dei canali televisivi, cioè del Logical Channel Number (LCN).
Al contrario di quanto avveniva con l’analogico, infatti, in digitale ogni tv ha associato un identificativo numerico che viene utilizzato “di default” da televisori e decoder per il posizionamento nella lista canali.
A fronte della possibilità di sintonizzare centinaia di diversi programmi, è chiaro che un LCN più o meno favorevole può influire in modo decisivo sulle fortune di un canale. In altre parole non è la stessa cosa avere un numero ad una cifra – corrispondente ad un tasto del telecomando – o ritrovarsi al numero 457.

Anche in questo caso, purtroppo, si è scelta una soluzione “pianificata” che attribuisce la numerazione secondo alcuni criteri cosiddetti “oggettivi”, ma in buona sostanza miranti a preservare la posizione degli incumbent, in particolare di RAI e Mediaset.
Ci si è infatti basati su fattori come l’abitudine dei telespettatori, l’audience, la data di avvio del canale in digitale terrestre e poi con criteri da manuale Cencelli si sono spartite le posizioni tra tv nazionali e tv locali. Dietro ai soliti noti, infatti, i numeri dall’11 al 20 sono stati riservati alle emittenti locali, un modo anche questo per spingere ancora più indietro nella lista i canali di nuovi operatori di rilevanza nazionale.

Ma piuttosto che assegnare gratis la numerazione in digitale, non sarebbe più conveniente indire una gara pubblica per l’attribuzione degli LCN?
Non ci sono buone ragioni, infatti, per cui i primi sei identificativi debbano essere appannaggio dell’attuale duopolio. Sarebbe utile, invece, che i vari slot fossero soggetti ad un’asta, dove i vari players rilanciassero fino al prezzo che essi stessi attribuiscono ad una certa posizione.

In questo contesto sarebbe più che realistico che un operatore come Sky strappasse almeno uno tra i primissimi numeri di canale, magari spodestando RAI 2 o Italia Uno.
Le televisioni locali potrebbero partecipare all’asta per certi slot “in cordata”, spartendoseli poi su base territoriale, a seconda delle rispettive aree geografiche di competenza.
Si dovrebbe trattare, naturalmente, di una vera e propria “privatizzazione” dell’LCN, nel senso che chi si aggiudicasse un certo numero di canale, dovrebbe essere poi in grado eventualmente di rivenderlo senza interferenze ulteriori da parte dello Stato.

E’ evidente che una procedura di asta assicurerebbe condizioni di trasparenza e di competizione corretta, quanto invece l’attuale meccanismo di attribuzione della numerazione sposta la competizione sul piano politico e legale, accrescendo inevitabilmente la conflittualità.
Tra recriminazioni, colpi bassi, ricorsi e controricorsi si sta consumando l’ennesima brutta pagina della gestione statalista del settore dell’emittenza.
Eppure saremmo ancora in tempo per cambiare strada…