Una nuova geometria politica. Tagli verticali, sussidiarietà orizzontale

– L’approvazione della manovra, “salutata” da una vibrante protesta fuori Montecitorio, consegna un testo finalmente operativo ma che mostra per intero le sue debolezze. Al punto da far prospettare un più che probabile “rafforzamento”.

Una manovra bis sulla quale all’interno dei deputati del Pdl già ci si esercita, pensando a temi particolarmente scabrosi come condono, pensioni e patrimoniale, in fondo con modalità non molto dissimili da quelle innescate dalle misure della prima stesura agostana.

In quel dibattito, animato più dai correttivi proposti dalle anime critiche all’interno del Pdl, che dall’impalpabile “piano ombra” stilato dal Pd, e ancor meno dalle proposte demagogiche provenienti da Italia Futura, si coglieva la mancanza di una feroce determinazione nel cambiare. Di certo l’economia di un Paese costretto ad arrancare da scelte scriteriate e megalomani. Ma, forse, anche la sua Storia futura. Mancava e continua a mancare una filosofia di fondo. Manca il coraggio di indicare chiaramente chi sono “i topi nel formaggio”, come diceva Paolo Sylos Labini. Quelli a cui va applicata una cura dimagrante.

Anche in questa circostanza si è persa l’ennesima occasione. Quella di costruire una nuova geometria politica, fondata su tagli verticali e rinsaldata, forse ancora di più, assicurata, da una sussidiarietà orizzontale.
La cronica politica dei piccoli passi, togliendo a tutti un po’ nell’intento di non scontentare nessuno, ha dimostrato la sua totale incapacità a mostrarsi realmente affidabile, alimentando diseguaglianze già esistenti, provocando la comparsa di nuove. Impedendo che le potenzialità di gruppi umani, di diversi settori del Paese, si esprimessero compiutamente. Favorendo quella debolezza sulla quale, come noto, il potere meglio esercita la sua autorità.

Infine, costringendo ora, in extremis, ad un tentativo di repentina sterzata. Che tuttavia appare forse sufficiente a garantire un futuro immediato ma non quello prossimo. Continua ad non esserci traccia di quella “rivoluzione copernicana per la finanza pubblica” che consentirebbe di progettare (e realizzare) solide fondazioni per la costruzione dell’alzato di un edificio che mostri le necessarie garanzie di sicurezza.

Qualcosa è stato fatto, ma non sempre nella direzione giusta. Ad esempio, si è introdotta una maggiore flessibilità sul mercato del lavoro, si è anticipato al 2014 l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne nel settore privato, ma si è anche portata l’IVA al 21%. Comunque, molto poco rispetto a quanto annunciato. Non c’é più traccia di “scelte epocali” e risparmi per centinaia di milioni di euro.

Cancellati i tagli alle indennità dei parlamentari, così come quello al numero dei deputati e senatori, non diversamente dall’abolizione delle province con meno di 300 mila abitanti, tramutato in un ddl. Scomparso l’accorpamento dei Comuni sotto i mille abitanti, ma anche il riferimento a pensioni e vitalizi per il titolare di incarichi pubblici dopo la scadenza dell’incarico e il taglio al Quirinale e alla Corte Costituzionale. Ridimensionati i tagli per i compensi pubblici e per gli stanziamenti degli organi costituzionali. Salve le feste laiche. Ammorbidita l’incompatibilità, originariamente assoluta, tra incarico parlamentare e altre cariche elettive “monocratiche”, ma anche il calcolo del prelievo di solidarietà dal quale sono escluse poste come la diaria e senatori. Mitigate le misure anti-evasione fiscale. Senza contare che emendamenti e paletti non hanno permesso alcun cambio reale sulla liberalizzazione di professioni come medici e notai. Ma, niente di nuovo che avanza. Per creare discontinuità rispetto al passato sarebbe stato necessario spingersi oltre.

Provare ad intervenire sulla spesa pubblica avrebbe dovuto essere una priorità tra le priorità. Facendo ricorso ad una gradualità ma non distogliendo l’attenzione da questo tema. Analizzando con attenzione e rigore le voci che formano questa spesa. Gli stipendi dei dipendenti pubblici, bloccati questi fino al 2013, gli interessi sul debito, gli acquisti di beni e servizi, i finanziamenti a fondo perduto e, infine, le pensioni. Concentrando gli sforzi sulle voci che incidono maggiormente sul saldo negativo. Naturalmente gli acquisti che valgono 140 miliardi e nascondono sprechi grandissimi come la Corte dei Conti ha potuto verificare nel corso degli anni. Ma poi, soprattutto, le pensioni, vera crux italiana. Motivo di contesa politica. In realtà, contemporaneamente causa ed effetto di quel che é e di quel che sarà il Paese. Spot demagogico utilizzato dall’utilitarismo politico. In cifre, tra il 2010 e il 2014, ben 30 miliardi in più, per la sola anagrafe. Alzare l’asticella dell’età pensionabile ai 70 anni, con una progressiva convergenza anche per le donne, avrebbe permesso di liberare nuove risorse, cancellando i provvedimenti precedenti sull’argomento, da quelli Dini a quelli Prodi. Letali captatio benevolentiae sul sistema Paese. Ma soprattutto avrebbe restituito un certo equilibrio, una reale equità, tra i pensionati di oggi e quelli di domani.

Uno dei capitoli sui quali si erano promessi interventi decisi, ma sui quali si è fatta marcia indietro, è quello della spesa sociale, dell’assistenza. Un capitolo che continua ad essere una summa senza alcuna ragione di sprechi grandi e piccoli e di diseguaglianze di non minor conto. La riforma avrebbe dovuto puntare a superare sovrapposizioni e duplicazioni di servizi e prestazioni, articolandosi, come originariamente indicato, in diverse linee di azione, a partire dalla revisione degli Isee, passando alla modifica dei requisiti di reddito per l’accesso all’invalidità e alla reversibilità.

Un’azione che avrebbe dovuto attuarsi pienamente attraverso la delega assistenziale della quale dovranno occuparsi l’Inps, le Regioni e i Comuni. Armonizzando i diversi strumenti previdenziali, assistenziali e fiscali di sostegno alle condizioni del bisogno. Responsabilizzando il controllo delle risorse da parte dei diversi livelli di governo coinvolti.

Un’attenzione particolare avrebbe dovuto essere dedicata per esempio alla prestazione di natura assistenziale del Gias dell’Inps. Per l’indennità di accompagnamento si sarebbe dovuto prevedere invece la creazione di un “fondo per l’indennità sussidiaria alla non auto-sufficienza” da ripartire tra le Regioni in base a standard relativi alla popolazione residente, tra i quali il tasso di invecchiamento. Perché su ciascuna di queste misure occorrono più controlli. Ad esempio l’indennità di accompagnamento risulta ancora tra le peggiori in Europa per equità e qualità. Senza contare che la norma mostra una dannosa rigidità. A tutti viene fornito il medesimo importo invece di modularlo secondo bisogni assistenziali e condizioni economiche.

Di quanto detto ad Agosto rimane il proposito di una riforma, entro il prossimo anno, per l’assistenza, ovvero i sussidi di invalidità e le pensioni di reversibilità. Previsto un taglio di 4 miliardi nel 2012, 12 nel 2013 e 20 nel 2014. Qualora non si arrivi a questi risultati scatterà un taglio lineare su tutte le agevolazioni e detrazioni fiscali. Poi, ad incrementare i tagli alla spesa, l’accorpamento degli enti della previdenza pubblica e la creazione di una Super Inps.

A rimanere fuori dalla manovra sono, invece, le famiglie. In questo campo nessun passo indietro ma neppure in avanti, nonostante anche sul fronte governativo, da Rotondi, a Giovanardi, a Lupi, non solo su quello cattolico, si siano alzate dichiarazioni preoccupate. Nessun sostegno a favore di quella che il Presidente della Cei, il Cardinal Bagnasco, ha felicemente definito come “valvola di sicurezza enorme”, “la prima risorsa della società”, nel proliferare di questa grande crisi.

D’altra parte, alle perplessità dei vescovi sulla manovra aveva già dato voce, all’indomani della sua presentazione, l’editoriale di Marco Tarquinio, su Avvenire. Niente. L’unico intervento riguardante la famiglia concerne il rimborso bebé. Quanti hanno usufruito del ‘bonus bebè’ (finanziaria 2006) senza averne i requisiti potranno rimborsare lo Stato entro 90 giorni dal varo del decreto. Con la possibilità, in questo modo, di evitare sanzioni penali e amministrative.

Addirittura la manovra non contempla alcun, necessario, intervento contro la povertà. L’Italia continua così a rimanere l’unico paese europeo, insieme alla Grecia, privo di una misura nazionale a favore delle persone in povertà assoluta. Circa 3,1 milioni di persone, il 5,2% della popolazione, forse sorprendentemente per la metà residenti al Centro-Nord. A parte precedenti sperimentazioni, peraltro una tantum, l’unica misura esistente, attivata dall’attuale Governo nel 2008, é la Social Card. La cui responsabilità, secondo la delega assistenziale, spetta ai Comuni.

Le ultime decisioni del Governo mettono in discussione la fattibilità di un simile impianto a causa dei pesanti tagli definiti per i Comuni. Bisognerebbe estendere il beneficio a tutte le famiglie in povertà assoluta, elevare gli importi e legare la prestazione monetaria ai necessari servizi (ad esempio formazione e inserimento sociale). La spesa di una simile operazione, secondo le stime del Piano Acli contro la povertà, ammonterebbe a 770 milioni annui, per un totale di 2,3 miliardi a regime. Una cifra non trascendentale se rapportata ad altre che provengono dai bilanci di Regioni, Province e Comuni.

Invece continueranno ad essere sottofinanziati i servizi sociali comunali, quindi non solo povertà, ma anche anziani, nidi ed altro. Tali restrizioni, già disposte dallo Stato nel triennio 2008-2010, comporteranno nel 2013 con effetto cumulato una riduzione della spesa sociale dei Comuni del 20% dall’inizio della legislatura. Restrizioni che sembrano stridere con i budget perlopiù immutati di altri capitoli quali sanità e previdenza e costi delle politica.

Il problema vero della politica italiana, potremmo dire della società italiana, il motivo per il quale le spese della “cosa pubblica” continuano ad essere fuori controllo, impedendo tra l’altro, reali politiche di sostegno alle fasce della popolazione più deboli, è il proliferare della pletora di persone che “vivono” della politica. Un esercito di 1,3 milioni di persone, secondo una recente stima della Uil, che distende i propri tentacoli su tanti ambiti della società civile, spesso soffocandone le risorse migliori. Non solo le centinaia di migliaia di amministratori locali, i più visibili, ma anche le decine di migliaia di addetti alle municipalizzate, i non meno consulenti che ruotano attorno alla politica. Con sconfinamenti anche in ambiti differenti, quali la sanità, le università ed altri enti di ricerca. Insomma una sorta di partito trasversale della spesa pubblica che opera sui territori italiani.

Soltanto la “bonifica” di questo esercito con molti generali potrà garantire quella dieta dimagrante della spesa pubblica che è necessaria per uscire dalle sabbie mobili della crisi e riprendere il cammino su terreni meno accidentati. Per realizzare questa operazione una suggestiva idea – peraltro in via di sperimentazione in Gran Bretagna dove Cameron sta cercando di farne la sua bandiera – è quella che prevede di restituire all’associazionismo e al volontariato tante funzioni ora esercitate da soggetti pubblici. Un’operazione di stampo dichiaratamente liberale, ma alla quale in qualche modo si allude anche nella nostra Costituzione, che va sotto il nome di sussidiarietà orizzontale.

Introdurla nei nostri meccanismi libererebbe dalle lottizzazioni i settori del Paese nei quali la Politica esercita il suo potere più grande e più nefasto. Quello dell’occupazione strategica. Puntare su una vera sussidiarietà orizzontale, facendone un patrimonio collettivo atemporale e non il leit-motiv agostano del meeting riminese di Cl, sarebbe l’importante preambolo per la riforma strutturale della spesa pubblica. Ma anche l’occasione per restituire spazi ad un settore, quello dell’associazionismo, che anche nel passato ha funzionato a tutti gli effetti come ammortizzatore sociale, fornendo servizi suppletivi, talvolta esclusivi rispetto a quelli statali.

Uno dei più celebri pittori futuristi, Osvaldo Licini, che fu anche un raffinato interprete dell’astrattismo geometrico, sosteneva che “i segni (della pittura) esprimono la forza, la volontà, l’idea”. Sperare che la politica italiana decida di affidarsi per il rilancio del Paese finalmente a tagli verticali e ad una sussidiarietà orizzontale, quindi ad una nuova geometria politica, é lecito. Ma solo se il “segno” sarà accompagnato da forza, volontà e un’idea, sarà davvero possibile. Speriamo ancora che il disegno geometrico futurista abbia modo di realizzarsi.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

One Response to “Una nuova geometria politica. Tagli verticali, sussidiarietà orizzontale”

  1. x scrive:

    Vedo da nessun commento che siete molto utili alla comunità.
    Andate a fare i libertari nella Gran Bretagna della Thatcher e vedrete quanto state bene, magari nei quartieri della rivolta!

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