Google Art Project: solo pixel, sì, ma d’autore

– Nell’era della riproducibilità tecnica delle opere d’arte, sono perfino i musei che le contengono a finire digitalizzati. L’idea è venuta a un gruppetto di impiegati di Google: perché non utilizzare, si sono chiesti, la familiare tecnologia di Street View per consentire a chiunque, gratuitamente e in ogni momento, di effettuare un tour virtuale di alcuni dei principali luoghi d’arte del mondo?

Ci sono voluti 18 mesi, ma a febbraio 2011 il progetto è divenuto realtà. Da allora infatti il Google Art Project, questo il nome, consente la navigazione di 17 musei disseminati in tutto il globo, tra cui gli Uffizi di Firenze, la National Gallery di Londra, il MoMA di New York, il Reina Sofia di Madrid. In totale sono oltre mille opere di 486 artisti diversi, per una risoluzione media di 7 miliardi di pixel a immagine. Senza contare le 17, una per località, in giga pixel. Ossia esplorabili davvero fino all’ultimo dettaglio. Non solo: gli utenti possono anche creare le proprie collezioni di opere e condividerle.

Il proposito è nobile: rendere fruibili i capolavori di ogni epoca a chi non disponga del tempo e del denaro necessari a raggiungere i luoghi dove guardarli da pochi passi di distanza. E ha riscosso un successo misurabile in 10 milioni di contatti nei primi sette giorni, con più di 70 mila gallerie ‘private’. In Italia il progetto, come già avvenuto per la biblioteca virtuale di Google Books, si è avvalso della collaborazione del ministero dei Beni culturali. Che il 14 settembre lo ha presentato ufficialmente insieme a Google Italia, snocciolando anche alcuni dati degni di nota. Il primo: gli italiani sono i maggiori utenti di Art Project dopo gli statunitensi, con 1,5 milioni di contatti per la sola galleria virtuale degli Uffizi. La seconda: non è affatto vero che le visite virtuali diminuiscono quelle reali. Anzi. Nelle parole di Mario Resca, direttore generale per la Valorizzazione del patrimonio: “dalla data del lancio di Google Art Project, sono cresciuti sia gli incassi che i visitatori”.

Tutto bene, dunque? Quasi. Il problema non sono tanto gli annosi quesiti filosofici del caso. Per esempio, quello formulato da più commentatori: l’esperienza dell’opera d’arte sul monitor equivale a quella diretta? Una domanda a cui ciascuno può rispondere da sé (l’esperienza estetica, dopotutto, è materia privata per eccellenza), e che non è pertinente con i propositi di Google (che non vuole sostituire, ma integrare la possibilità di fruizione delle opere). Il problema non è di risoluzione o di ‘pelle’, ma deriva, credo, dal fatto che una stanza virtuale abbia un modo di fruizione diverso da una reale. Tempi diversi, passi diversi. Così che mentre una sala con dieci quadri va percorsa con una certa lentezza, la sua perlustrazione in rete richiede solamente un pugno di click. E dunque, potenzialmente, pochi secondi. Con la conseguenza, tutt’altro che secondaria, che lo spettatore è incentivato a una visione se non più superficiale, più rapida. Questione di scelta individuale, in ultima analisi. Ma la tentazione, anche solo per abitudine, c’è. Poi ci sono le opere visibili solo da più lontano, sfocate o addirittura oscurate perché protette dal diritto d’autore, che compromettono in parte l’identificazione dell’utente con il luogo che sta visitando. E le integrazioni con ulteriori musei che, promesse mesi fa, ancora non ci sono state.

Ma nel complesso il giudizio è senz’altro positivo. Le immagini sono vivide, e trasmettono perfino la consistenza di ogni singola pennellata: niente a che vedere con quelle normalmente reperibili sul web. Il software è immediato, e i comandi rispondono alla perfezione, evitando così la spiacevole sensazione di voler andare da una parte e trovarsi da un’altra. Soprattutto, il progetto si presta perfettamente a scopi educativi, fuori e dentro le scuole, perché ammanta di un alone quasi ludico dei luoghi spesso associati a una lentezza che da meditazione rischia, in certi soggetti, di degenerare facilmente in noia. E perché stuzzica la memoria in un modo nuovo, che consente di rivivere infinite volte, metro per metro, le sensazioni provate quando quel quadro è stato di fronte ai nostri occhi. Solo pixel, verrebbe da dire, ma d’autore. E, per una volta, davvero per tutti.


Autore: Fabio Chiusi

MSC alla London School of Economics in Storia e Filosofia della Scienza, è un giornalista e blogger. È redattore per Lettera43.it e scrive di politica, social networking e critica della disinformazione sul blog ilNichilista. Collabora con l'Espresso, Farefuturo webmagazine, Agoravox Italia e il Termometro Politico. Per Mimesis ha pubblicato Ti odio su Facebook. Come sconfiggere il mito dei brigatisti da social network prima che imbavagli la rete (luglio 2010).

One Response to “Google Art Project: solo pixel, sì, ma d’autore”

  1. rap scrive:

    Resca e tutto il Mibac hanno con Google un rapporto a dir poco “particolare”, lasciano fare alla multinazionale extracomunitaria ( nessun italiano, nessun europeo ) tutto ciò che vogliono e SVENDONO il nostro patrimonio e la nostra cultura ad una multinazionale che offre tutto gratuitamente ma che in realtà “guadagna” i contenuti inestimabili!

    Ogni applicazione studiata appositamente per far “guadagnare” la cultura italiana, è del tutto distrutta dall’iniziativa del MIBAC di coinvolgere senza gara d’appalto ne altro passaggio legale gli americani e di supportarli apertamente, con i NOSTRI SOLDI PUBBLICI.

    Resca e’ andato di persona da GOOGLE ( probabilmente con volo alitalia spesato e supportato da noi Italiani ) quando invece ci sono aziende in Italia capaci di fare altrettanto… Inoltre sta impegnando uomini dello Stato Italiano per seguire ed auitare i Googleiani.. con buona pace di chi come noi paga “accise” sui carburanti per pagargli lo stipendio!

    Mandiamo Resca e la sua truppa a fare il ministro della cultura negli USA, almeno combinerà danni da un’altra parte

    A tutti gli italiani: IL DANNO ORMAI E’ FATTO !!! Ringraziamo i soliti NOTI , politici del cavolo, che combinano danni invece che incentivare la ricerca, sviluppo e far lavorare le ditte italiane!!!

    Spero che questi vecchi politici se ne vadano al piu’ presto dalle comode poltrone, altrimenti ci rubano e svendono tutto da sotto gli occhi, dicendoci tante falsità e mostrandosi belli quando invece non lo sono, come infatti risulta dall’articolo che ho appena letto.

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