– Bollata come boutade estiva irricevibile, al più considerata con sovrana sufficienza, la non tanto stravagante proposta dell’ex AD di Unicredit Alessandro Profumo, di introdurre una patrimoniale di 400 miliardi per abbattere del 20% il debito pubblico, riaffiora sotto diverse forme qua e là, a dimostrazione che non si trattava proprio di una sparata sotto gli ombrelloni.

Al netto di cosa tecnicamente fare, che la mostruosa matassa del debito pubblico italiano prima o poi debba essere affrontata ce lo ricorda anche la neoposizione del PDL, che considera “quota 90”, ovvero la riduzione del rapporto debito pubblico/PIL dall’attuale 120% al 90%, forse l’unica – nonché ultima – mossa per ridare veramente ossigeno alla maggioranza e all’economia, anche se arriva fuori tempo massimo.

Il tutto con l’incoraggiamento di Ferruccio De Bortoli che incita dalle colonne del Corriere della Sera a ritrovare un patriottismo economico per uscire da soli dalla crisi.

Ragioniamo. Che l’elevato debito pubblico italiano rappresenti un’anomalia nei paesi industrializzati (con la sola eccezione del Giappone) tale da meritare un intervento specifico pare un’osservazione pleonastica. Indipendentemente dalle responsabilità storiche e politiche di chi ha permesso che si formasse tale situazione (negli anni ottanta, e alcuni dei protagonisti di allora ancora ricoprono posizioni di responsabilità, anche se più o meno tutti hanno goduto di quegli anni di allegra finanza, al nord come al sud), il debito c’è e va affrontato, pena l’impossibilità di qualunque ripresa dell’economia. Non si cresce se si spende più di quanto si produce, anzi, si va indietro.

Può farcela da solo il sistema Italia a risolvere il problema, quantomeno parzialmente? I numeri dicono di sì.
Dal rapporto della Banca d’Italia del 20 dicembre 2010 emerge che, nel 2009, la ricchezza netta delle famiglie italiane, cioè la somma di attività reali (abitazioni, terreni ecc.) e finanziarie (depositi, titoli, azioni ecc.), al netto delle passività (mutui, prestiti ecc.), è stimabile in circa 8.600 miliardi di Euro.

La distribuzione, però, è caratterizzata da un alto grado di concentrazione, atteso che la metà delle famiglie italiane detiene solo il 10% di tale ricchezza, mentre il 10% più ricco detiene quasi il 45% della ricchezza complessiva. Si stima che, pertanto, la ricchezza netta per famiglia (intesa quale nucleo di 2,48) alla fine del 2009 sia intorno ai 350.000 Euro, mentre sulla testa di ogni Italiano, neonati compresi, gravano circa 30.000 Euro di debito.

Ora, se questo è il monte base di partenza, un’imposta patrimoniale straordinaria di tipo progressivo (che colpisca di più i più ricchi) da cui ricavare un gettito di 400/500 miliardi di Euro, mediamente quindi del 5%, appare una manovra certamente molto impegnativa, ma non impossibile.

Se, poi, la manovra shock per aggredire il debito pubblico fosse accompagnata da altri provvedimenti tradizionali, quali un serio (e vero) programma di ulteriore riduzione degli sprechi e di dismissioni di parte del patrimonio dello stato, la manovra potrebbe essere ulteriormente rafforzata (o addolcita).

Non c’è scelta; se si vuole riportare il rapporto debito pubblico/PIL nella media dei paesi europei, intorno all’80% (considerato che per vincolo dovrebbe essere il 60%), questa è l’unica iniziativa straordinaria possibile, pena lasciare un’eredità insostenibile alle future generazioni e una prospettiva di crescita inesistente.

Gli oppositori della patrimoniale si guardano bene dall’indicare misure alternative, semplicemente perché misure alternative di tale portata non sono possibili attraverso manovre di finanza ordinaria. Il problema, semmai, è un altro. Una manovra lacrime e sangue del genere potrebbe essere varata solamente da un governo molto forte, la cui forza e legittimità non derivi solo dall’emergenza economica ma, anche – e soprattutto – dalla credibilità dei suoi componenti.

Temo che l’attuale Governo non abbia più la spinta e il consenso necessario per un’iniziativa del genere; temo, però, che nemmeno l’opposizione possa seriamente candidarsi in tale avventura. La mancanza di ricambio nella classe politica e il progressivo distacco della “casta” dai cittadini elettori hanno comportato un indebolimento complessivo della rappresentatività, spinto fino al violento disprezzo per la politica, e non è affatto cosa buona.

Intanto, però, il debito pubblico italiano continua inesorabilmente a crescere, per la precisione di 8.515 Euro al secondo, ovvero 510.900 Euro al minuto, ovvero 30.654.000 Euro all’ora. Non male, tanto pagheranno i nostri figli.