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Ma antisemitismo e democrazia in Egitto vanno a braccetto

– E’ sempre forte la tentazione di guardare alla Primavera Araba come ad un risveglio (lo dice il nome stesso) delle migliori forze democratiche del Medio Oriente, troppo a lungo represse da corrotte dittature.
Eppure basta guardare l’Egitto per evocare oscuri presagi sul futuro dell’unica compiuta democrazia liberale del Medio Oriente: Israele.

Nella notte fra venerdì e sabato, il fallito assalto all’ambasciata israeliana del Cairo è un episodio che si sarebbe potuto concludere come la presa khomeinista dell’ambasciata statunitense di Teheran nel 1979, quando la rivoluzione, concentrandosi su un nemico esterno, da democratica che era divenne totalitaria. In Egitto, non fosse stato per l’intervento del governo provvisorio militare (a sua volta spinto all’azione dalla pressione degli Stati Uniti), i fondamentalisti musulmani avrebbero vinto la loro prima prova di forza e probabilmente anche condizionato il futuro della rivoluzione egiziana.
E’ stata una manifestazione esplicita di anti-sionismo, ma non la prima. E’ solo l’ultima di una lunga serie di avvisaglie.
Già durante la rivoluzione contro Mubarak, come facevano notare alcuni attenti osservatori e giornalisti, l’effige del tiranno da abbattere era sempre raffigurata dentro a una Stella di David. Già il giorno della vittoria della rivoluzione in Piazza Tahrir al Cairo, la giornalista americana Lara Logan fu aggredita da una folla inferocita ed eccitata al tempo stesso al grido di “ebrea! ebrea!”. Solo l’intervento di un gruppo di donne coraggiose e dei militari l’ha strappata da una morte certa.

Inutile rimpiangere la vecchia dittatura “laica” di Mubarak, che di laico aveva ben poco. L’antisemitismo egiziano è cresciuto sotto tutti i regimi post-coloniali, da Nasser in avanti, sotto varie forme, prima mascherato da nazionalismo, poi giustificato dall’Islam radicale. Il noto giornalista italo-egiziano Magdi Allam, ai tempi della dittatura di Nasser (1956-1970) passò una giornata in cella solo perché frequentava una ragazza ebrea. La maggioranza della comunità ebraica egiziana, molto numerosa fino al golpe di Nasser, è dovuta fuggire nei primi anni di dittatura militare. Anche una dissidente atea e liberale quale Nadal el Saadawi, nostalgica del laicismo nasseriano, ha detto a chiare lettere, proprio a chi scrive, che, dal suo punto di vista, il trattato di pace con Israele deve essere denunciato, che la guerra deve riprendere e che Israele, in sintesi, non ha diritto di esistere.

Questo è lo spirito con cui gli egiziani più vicini all’Occidente affrontano il tema “pace in Medio Oriente”. Lo stesso che oggi fa dire al vicepresidente del partito Wafd (liberale), Ahmed Ezz El-Arab, che l’Olocausto non è mai esistito e persino le rovine del Tempio ebraico sono un falso archeologico, costruito per reclamare la sovranità ebraica su Gerusalemme. E d’altra parte non c’è da stupirsi, in un Paese in cui la guerra contro Israele del 1973 (una grave sconfitta militare egiziana, secondo tutto il resto del mondo) viene studiata e celebrata come una vittoria: strade, piazze, ponti, una festa nazionale sono dedicati al 6 ottobre, giorno di inizio del conflitto. Mubarak stesso doveva buona parte della sua notorietà e popolarità al suo ruolo di ufficiale dell’aviazione in quel conflitto.

Questo è l’antisemitismo dei laici.
Poi c’è quello islamico, pazientemente coltivato sotto la dittatura di Sadat (1970-1981) e poi sotto quella di Mubarak (1981-2011). Non sarebbe completa la storia della Seconda Intifadah (2000-2005) contro Israele, caratterizzata dai terroristi suicidi, se non si prendesse in considerazione tutto il sostegno culturale (e, segretamente, militare) dato a Hamas e Fatah da parte dell’Egitto. Basti la semplice constatazione che gran parte del traffico d’armi per Gaza, anche dopo l’imposizione del blocco israeliano (2006) arrivava dall’Egitto.

Ma è sul piano culturale, ideologico, che è arrivato l’apporto maggiore alla causa anti-sionista. Pochi, forse pochissimi, ricordano il vero e proprio inno dedicato dall’Orchestra Sinfonica del Cairo al “martirio” di Wafa Idris, la prima giovane terrorista suicida palestinese. Forse ancora meno hanno in mente le manifestazioni anti-sioniste di massa al Cairo e nelle principali città egiziane, con i manifestanti vestiti da “shahid” (“martiri suicidi”), con tanto di finte cinture esplosive.

Il Memri (Middle East Media Research Institute) ha sempre pazientemente tradotto dall’arabo i contenuti di giornali, riviste, trasmissioni televisive e prediche pubbliche anche dell’Egitto. Spulciando nei suoi archivi possiamo trovare una valanga di documenti anti-semiti. Nel 2003, un assurdo libro pseudo-archeologico, “The Bomb” voleva dimostrare che Allah avesse veramente trasformato gli ebrei in scimmie e maiali. E non si trattava di un testo umoristico. Una fiction, “Un cavaliere senza cavallo”, ispirata alla leggenda antisemita dei “Savi di Sion” (il falso costruito dalla polizia zarista per incriminare gli ebrei del progetto occulto di voler dominare il mondo), nel 2002 aveva ottenuto un boom di ascolti. Sempre quell’anno, Ibrahim Nafi, direttore del quotidiano Al-Ahram (il più diffuso in Egitto), fu denunciato in Francia per antisemitismo e istigazione all’odio razziale, per aver pubblicato un editoriale in cui “provava” la veridicità della leggenda ottocentesca siriana delle “matzah di Sion”: del pane pasquale impastato con il sangue di bambini non ebrei. Tutti i principali esponenti religiosi egiziani, fra cui l’imam Tantawi, allora sceicco dell’università di Al Azhar (cuore della cultura islamica sunnita) sostennero la causa di Ibrahim Nafi, a difesa di una “verità storica inconfutabile”.

Il tema del rito del sangue fu ripreso anche due anni dopo, nel 2004, da Hussam Wahba, un opinionista del settimanale religioso egiziano Aqidati, pubblicato dalla fondazione Al-Tahrir, legata al partito di Mubarak. Nello stesso suo articolo si leggono ben altre amenità, come: “Il dottor Jama al-Husseini Abu Farha, insegnante di teologia all’Università di Suez, mette in evidenza che quanto i media ci mostrano ogni giorno sulla condotta degli israeliani nei territori occupati non è differente da quanto la storia ci mostra sulla loro pratiche inumane nei confronti dell’intera umanità. Bisogna solo dire che ‘succhiano il sangue’ conformemente ai comandamenti del Talmud, che li spinge ad uccidere e succhiare il sangue dei musulmani in particolare e ancor più dei cristiani, e ad usare questo sangue nei rituali religiosi israeliani”.

Nel 2003, lo sceicco Mansour Al-Rifai Ubeid, già sottosegretario per gli affari religiosi, scriveva su un settimanale governativo che: “Gli ebrei hanno vissuto tutta la loro vita in un covo di corruzione, diffondendo abiezione e combattendo la virtù”. Questo si diceva e scriveva ai tempi della Seconda Intifadah. Ma anche nel vicinissimo 2010, in luglio, il predicatore televisivo Hussam Fawzi Jabar, su Al-Nas Tv, affermava che: “gli ebrei per loro natura non mantengono i patti, odiano la pace, amano la perfidia, il tradimento, gli inganni, le uccisioni ed il sangue… vivono per portare odio tra le genti… Hitler ha avuto ragione a far quel che ha fatto agli ebrei”. Questo antisemitismo quotidiano ha avuto letteralmente l’effetto di un lavaggio del cervello. Non c’è di che stupirsi se l’egiziano medio vede l’ebreo come il male e l’egiziano democratico festeggia la liberazione da un dittatore filo-ebreo, o addirittura da un dominio ebraico che si sarebbe celato dietro a Mubarak.

Democrazia e antisemitismo, nell’Egitto contemporaneo, possono benissimo andare a braccetto: sono le masse, le maggioranze, a condividerlo. In questo clima, una scintilla basta per far scoppiare un incendio. Per quattro volte il gasdotto del Sinai è stato sabotato. L’attacco contro autobus e veicoli privati nei pressi di Eilat, questo agosto, arrivava dal territorio egiziano. L’uccisione, per un errore dei militari israeliani, di due soldati egiziani, ha provocato un congelamento delle relazioni diplomatiche fra il Cairo e Gerusalemme e violente manifestazioni, oltre a un attacco informatico contro siti governativi israeliani.

Nel bel mezzo di questo clima, a coronamento di una settimana di violenza verbale, tre giorni dopo l’assalto dell’ambasciata israeliana, al Cairo arriva il premier turco Recep Tayyip Erdogan. E dice che: “Israele, il suo governo e la sua mentalità sono l’ostacolo alla pace nel Medio Oriente”. Fino a che: “La bandiera palestinese sventolerà alle Nazioni Unite. E sarà il vessillo della pace e della giustizia”. Erdogan ha da poco interrotto le relazioni diplomatiche e la cooperazione militare con Israele. Con la sua visita in Egitto vuol mostrarsi come il nuovo campione della piazza araba. Della quale può capire il linguaggio antisemita: anch’egli, da ventenne, nel 1974, si dedicava alla scrittura di una pièce teatrale complottista e anti-ebraica dal titolo “Maskomya”, acronimo turco di Massoni, Comunisti ed Ebrei, versione locale della congiura demo-pluto-giudaico-massonica di mussoliniana memoria.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

3 Responses to “Ma antisemitismo e democrazia in Egitto vanno a braccetto”

  1. Giovanni Papperini scrive:

    L’esistenza di un partito al parlamento israeliano: BALAD (http://www.knesset.gov.il/faction/eng/FactionPage_eng.asp?PG=103 ) che chiede la “Trasformazione di Israele da Stato ebraico in uno “Stato per tutti i suoi cittadini” mi sembra significativo della circostanza che Israele è sì una democrazia ma non è uno stato “secolarizzato”. La mancata secolarizzazione di Israele certamente non favorisce, ma accentua le spinte fondamentaliste in atto nei paesi arabi e mussulmani in genere…del tipo …inizii Israele a dare un esempio di secolarizzazione….
    La cosa stupefacente è che nella distribuzione dei seggi nel parlamento israeliano un partito come Balad è posto all’estrema sinistra, dove in genere sono posti in altri stati democratici i partiti statalisti.

    Non è che sono interessato alla sorte del popolo palestinese di più rispetto agli altri innumerevoli popoli che hanno problemi, nè mi interessa attaccare Israele e gli Ebrei o apparire di avercela con loro in particolare, volevo solo far rilevare una contraddizione in atto tra la necessità di promuovere come liberal-liberisti politiche di riduzione del peso degli stati sulle nazioni e di favorire invece processi di secolarizzazione della società e non porre in rilievo la mancata secolarizzazione di Israele. Questo per prevenire e combattere derive fondamentaliste, da qualsiasi parte provengano.

  2. Stefano Magni scrive:

    Sulla laicità di Israele e della sua società lascerei parlare chi in Israele ci vive. Non mi addentrerei nemmeno nei meandri del discorso sulla “ebraicità”, che è un concetto che racchiude sia la religione che la nazionalità (e in questo possiamo, noi italiani, capire molto bene la questione: anche l’Italia, infatti è lo Stato di tutti gli italiani ed è dichiaratamente “confessionale laicizzato”). Mi limito a una sola considerazione: se Israele dovesse diventare uno Stato ancor più laico di quel che è adesso, sarei più contento io (che sono laico), sarebbero più contenti i Paesi europei, ma NON gli Stati arabi. Infatti, negli ordinamenti e nei Paesi islamici la laicità è un concetto che non esiste, nemmeno nei partiti più modernizzatori e nemmeno nella maggioranza dei dissidenti. Cito come esempio una vecchia conversazione che avevo avuto con un iraniano anti-khomeinista: “Capisco e rispetto gli ebrei, capisco e rispetto i cristiani” – mi aveva detto – “non capisco e non tollererò mai gli atei e gli agnostici”. Se Israele dovesse diventare ancor più laico di quel che è adesso, molto probabilmente, sarebbe ancor più odiato dai vicini. Che non condannano tanto la sua ebraicità, quanto la sua estraneità al contesto mediorientale: unico Stato laico e democratico in una terra di regni e dittature ispirate alla religione islamica.

  3. Giovanni Papperini scrive:

    E’ paradossale questo scambio di opinioni per le considerazioni che seguono:

    Dopo aver inviato il post ho letto su internet una dichiarazione di un filosofo israeliano che conferma la necessità di una maggiore “laicizzazione” di Israele:
    http://sottoosservazione.wordpress.com/2009/09/29/perche-israele-deve-diventare-uno-stato-laico-un-pensiero-per-lo-yom-kippur-del-5770/ .
    Ammetto con tutta sincerità di non conoscere in maniera approfondita la realtà israeliana ma non è questo il punto. Lo stato israeliano nasce, in ritardo, da una spinta ideale risorgimentale che ha fatto sorgere i vari stati nazionali europei attuali, tra i quali anche l’Italia. Durante la prima fase ideale risorgimentale la “convenzione” di patria era talmente forte da non considerare possibili effetti negativi di coincidenza assoluta stato-nazione. Tuttavia già all’inizio del secolo scorso il giurista Santi Romano criticava la invasività dello stato sulla Nazione, vedi http://www.giustizia-amministrativa.it/documentazione/studi_contributi/tarasco1.htm. Per una serie di motivi, globalizzazione, problematiche ambientali transnazionali, ecc l’invasività statalista sulle società attuali è ancora più palese. Le categorie che avevano, giustamente ed eroicamente, accompagnato il Risorgimento italiano e di altri popoli europei nell’opposizione di tipo nazionale ad imperi ormai in disfacimento regressivo e reazionario hanno perso gran parte della loro ragione di esistere nell’epoca attuale.
    In conclusione , e paradossalmente , mi ritrovo ad essere contrario , come il governo israeliano, alla nascita di una nuova entità statuale che aspira a condensare in sè la “nazione-popolo” palestinese. La vedo più come una regressione, come una sconfitta dei reali interessi del popolo palestinese, rispetto al suo diritto di vivere una vita dignitosa in un comunità israelo-palestinese in uno stato più laicizzato di quello attuale. Nessun arabo-israeliano lo ammetterà mai apertamente ma penso che coloro che professano idee liberali e liberiste economicamente ( e non dubito ve ne siano) preferiscano di gran lunga restare in Israele piuttosto che rinchiudersi in uno stato per niente laico. Israele ha una grossa opportunità di divenire una comunità intereligiosa ed interetnica. Già lo è nei fatti perché in tutti questi anni ha accolto etnie molto diverse le une dalle altre, solo formalmente unite dalla religione comune ebraica, interpretata però in maniera molto diversa. Deve solo abbattere qualche tabù, qualche timore eccessivo di essere sopraffatto dalla demografia arabo-israeliana.

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