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Lavorare lentamente, una riforma pro crescita

– L’estate 2011 sarà ricordata come quella in cui più spesso i parlamentari hanno fatto le corna toccandosi le zone meno pudiche del proprio corpo. Con tutte le maledizioni ricevute hanno rischiato parecchio e alcuni hanno temuto pure di dover rinunciare al sacro totem dell’epoca moderna: le ferie estive. È il momento, ora, a vacanze ultimate, di tirare le somme e di farsi le domande più sconvenienti, quelle che non siamo stati in grado di porci nella bufera d’Agosto: rinunciare al tempo libero fa davvero produrre di più e migliora l’economia di un paese?

A rigor di logica verrebbe da rispondere subito sì, come se fossimo in una società fordista, tutti in fila a fare un pezzo di lavoro, ciascuno impegnato a fare meglio. E se invece avesse avuto ragione il compianto Enzo Del Re, musicista pugliese, autore di Lavorare con lentezza? «Lavorare con lentezza– cantava- senza fare alcuno sforzo, chi è veloce si fa male e finisce in ospedale […] pausa, pausa-invoca- ritmo lento». Senza dare ragione ad Antonio Gaglione, secondo le classifiche di OpenPolis il deputato più assenteista di tutti, senza nemmeno scadere nelle logiche frikkettone del mito della decrescita, l’ozio ha ricevuto un endorsement non di poco conto grazie al quale l’economia della lentezza sta riscoprendo una certa età dell’oro, almeno nel dibattito giornalistico. L’appello, infatti, è arrivato da Fareed Zakaria.

L’ex direttore di Newsweek International ha scritto per la CNN un articolo dal titolo eloquente: Hey America! Take a vacation. Zakaria ha lanciato il proprio invito ai produttivi USA dopo aver confrontato il numero dei giorni di ferie dei lavoratori statunitensi con quelli europei e dei paesi più sviluppati. In Italia i giorni di vacanza pagata sono ogni anno 42 e il bel paese conferma così uno stereotipo aggiudicandosi il primo posto nella classifica stilata dall’Organizzazione Mondiale del Turismo. Ci seguono i cugini francesi, con 37 giorni, i tedeschi con 35, i brasiliani con 34, gli inglesi con 28, i canadesi 26 e i coreani del sud insieme ai giapponesi i quali hanno 25 giorni di ferie retribuite. Gli americani, poveretti direbbero DeL Re e pure il famigerato Gaglione, hanno solo 13 giorni di vacanza pagata. «Perché di infliggiamo tutto questo?», si chiede Zakaria.

La risposta convenzionale riguarda il primato americano: secondo una certa vulgata l’economia statunitense è storicamente sana perché negli USA il lavoro è sacro. La dedizione alla velocità è un’indole, la donna workaholic vive più spesso a New York che a Napoli, la produttività è un mantra intoccabile. Eppure, spiega Zakaria, non è assolutamente scontato che le due settimane di lavoro in più di un americano medio incidano poi così profondamente nell’economia del paese. I fattori che hanno reso l’America così produttiva sono stati l’istruzione, l’immigrazione, la capacità di investire, non le ore di lavoro forzato poiché, oltretutto, dopo un certo periodo di tempo quotidiano un individuo non riesce ad essere creativo, pronto, reattivo come in altre fasi della giornata. Insomma, lavorare di più stanca e basta, meglio oziare un po’. Il tempo libero, dopotutto, ci rende più creativi.

Ecco, infatti, la regola d’oro numero 6 del video 29 ways to stay creative: prendetevi una pausa. La quale, per i lavoratori da ufficio, si accompagna bene con la regola numero 4: staccatevi dal computer. E state con le antenne dritte puntate verso il mondo: fate una passeggiata, conoscete persone nuove durante l’aperitivo serale, leggetevi un bel libro la domenica e riservate sempre un po’ di spazio per gli amici. Vivete con leggerezza. E ovviamente portatevi sempre dietro un notebook, suggerisce la regola numero 2 del video, perché le idee vengono così, improvvisamente, nascono per associazione, vanno segnate per ricordarsele, vengono fuori facendo esperienze, non per forza nelle ore di lavoro durante le quali si è timbrato il cartellino. Non c’è da dubitarne: il Professor Domenico De Masi sarebbe d’accordo con l’approccio suggerito. Qualcuno, infatti, lo chiama poeta dell’ozio e lui, autore, appunto, di Ozio creativo, non se la prende ma spiega: «Sostengo, sulla base di dati statistici, che noi, partiti da una società dove gran parte della vita delle persone adulte era dedicata al lavoro, stiamo andando verso una società in cui gran parte del tempo sarà dedicata a qualcos’altro». L’analisi di De Masi prende le mosse dall’osservazione del sociologo americano Daniel Bell, il quale, nel 1956 criticò l’idea del potere operaio: il mondo, suggerì, sta andando verso il lavoro più leggero, meno alienante che, all’epoca, era quello dei colletti bianchi. Oggi, secondo il professore, invece, le professioni che si stanno diffondendo di più sono quelle creative in cui è difficile scindere il lavoro dall’apprendimento e persino dal gioco di cui, certi mestieri, mantengono inalterati i caratteri di scoperta e continua novità.

Non stupisce allora che proprio Milano, patria produttiva della penisola, in cui le professioni creative sono ragionevolmente più concentrate che altrove, sia la città che ha ospitato la quarta edizione de La giornata della lentezza, manifestazione che si terrà nel 2012 a Londra, nata con l’obiettivo di fornire una dieta contro l’ingordigia lavorativa. Per tutto il giorno i vigili lenti hanno avuto il compito di multare per eccesso di velocità le persone a piedi, costringendole a rallentare e a farsi una sana passeggiata. Un atteggiamento in linea con la tendenza, da tempo diffusa, del downshifting: la scelta, compiuta di solito da persone con una brillante e impegnativa carriera, di lasciare il proprio lavoro per allentare i ritmi, magari svolgerlo altrove, da casa, trasferendosi al mare, oppure dedicandosi a mestieri meno redditizi ma più capaci di contribuire alla salute e alla qualità della vita. Una mutazione decisamente post-moderna, connessa al concetto di liquidità, di una vita flessibile e non rigida, e legata alla definitiva rottura della distinzione netta tra tempo di lavoro e di vita.

Insomma, dopo il film cui ha collaborato la Fondazione Wu-Ming, Lavorare con lentezza, forse potremmo operare una ridefinizione del termine professionalità, di cui tanti workaholic vanno fieri. Non più dedizione al lavoro, la parola potrebbe invece ispirarsi a Nietzsche che in Umano, troppo umano scrive: «La calma nell’azione. Come una cascata diventa nella caduta più lenta e sospesa, così il grande uomo d’azione suole agir con più calma di quanto il suo impetuoso desiderio facesse prevedere». Un elogio della lentezza, insomma, di cui possiamo riappropriarci. Perché è finita l’epoca fordista. Siamo ormai nell’era della creatività.


Autore: Federica Colonna

Nata a Viterbo nel 1979, dopo la maturità classica si laurea in Scienze della Comunicazione e lavora come consulente politico per Running, gruppo Reti. Da libera professionista realizza più di dieci campagne elettorali, tra cui quella per l’attuale sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera, ha un blog su Il Fatto Quotidiano e uno sull'Unità.

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