Così chiederò al Governo di rivedere le esenzioni fiscali accordate al Vaticano

– La questione delle esenzioni fiscali accordate dal nostro paese alla Chiesa cattolica non è terreno d’esercizio di opposti massimalismi, né di quello clericale, sempre prono a scambiare la “salvezza” dell’anima di qualche dirigente con la dannazione civile di tutti, né di quello anticlericale, che rivendica il pluralismo della società italiana come arma per distruggere una delle sue più tradizionali espressioni, la fede cattolica appunto.

E’ piuttosto, tale questione, una di quelle materie sulle quali si misura la distanza tra una seria politica ecclesiastica e il bivacco istituzionale di un Governo come quello in carica, che nemmeno in una fase così delicata per il Paese ha avuto il coraggio quantomeno di discutere la rimozione di certe distorsioni che avrebbero alleggerito il peso della manovra sui soliti contribuenti noti. Per questa ragione ho deciso di presentare un ordine del giorno sul tema, che l’aula di Montecitorio discuterà e voterà nel corso dell’approvazione della manovra economica.

Come scriveva giorni addietro il professor Pacillo su Libertiamo.it, l’esenzione da qualunque tributo ordinario o straordinario riconosciuta ai fabbricati di proprietà della Santa Sede elencati negli articoli da 13 a 16 del Trattato del Laterano dell’11 febbraio 1929, è garantita dagli articoli 7 e 10 della Costituzione ed è modificabile solo attraverso una specifica revisione degli stessi patti lateranensi. Quanto alla ratio dell’esenzione prevista dall’art. 7 numero 1 lettera d) del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504, relativa ai fabbricati destinati esclusivamente ai luoghi di culto e alle loro pertinenze – e cioè sostenere la libertà religiosa – essa è comunemente accettata e riconosciuta come meritevole da buona parte della società italiana, sebbene la determinazione di “pertinenza” sia piuttosto incerta, rientrando eventualmente nella stessa anche l’abitazione del ministro di culto ed alcuni fabbricati accessori.

Ciò non toglie che sia consolidata e diffusa la convinzione che l’esenzione prevista dall’art. 7 numero 1 lettera i) del suddetto decreto legislativo per gli immobili – di proprietà di enti pubblici e privati diversi dalle società, inclusi gli enti ecclesiastici – destinati allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricreative, ricettive e sportive abbia un’applicazione troppo ampia, grazie alla quale si finendo per includere nel regime di esenzione attività eminentemente commerciali che hanno determinato un’alterazione della concorrenza nei settori interessati.

Una situazione aggravata dall’incertezza interpretativa scaturita dall’articolo 39 del decreto-legge n. 223 del 2006, che ha previsto che l’esenzione di cui sopra è riconosciuta alle attività che “non abbiano esclusivamente natura commerciale”, di fatto estendendo l’agevolazione ben oltre le finalità per le quali essa è stata istituita.

Tutto ciò continua a consumarsi senza ripensamento alcuno da parte della maggioranza di governo, mentre la stessa maggioranza dichiara, urbi et orbi, la propria guerra santa, con tanto di spot televisivi, all’evasione e all’elusione fiscale, spingendosi nei mesi scorsi giustamente ad intervenire presso la Repubblica di San Marino perché gli istituti bancari ivi residenti adottassero misure e procedure di trasparenza, in linea con la normativa comunitaria.

Il medesimo dovere di ricerca della trasparenza  imporrebbe, parimenti, l’apertura di un tavolo di discussione con la Santa Sede, con particolare riferimento alla governance e alle procedure adottate dallo IOR.

Il Governo perciò, per recuperare risorse utili e rimuovere una distorsione che non ha più ragion d’essere presso la società civile italiana, dovrebbe assumere l’impegno ad intervenire per via legislativa o regolamentare per una interpretazione precisa del concetto di ‘pertinenza’, al fine di restringere il campo di applicazione ai fabbricati direttamente connessi all’attività di culto. Conseguentemente, sarebbe opportuno escludere dalle esenzioni fiscali sugli immobili le attività commerciali, anche se esercitate non in via esclusiva, facendo salve solo quelle accessorie fino ad un fatturato massimo di diecimila euro annui, nonché attivarsi presso la Santa Sede per la piena adesione dello IOR alle norme in materia di evasione ed elusione fiscale, riciclaggio e frodi vigenti nell’Unione Europea.


Autore: Enzo Raisi

Nato a San Lazzaro di Savena nel 1961, è laureato in Scienze Politiche e svolge l'attività di imprenditore. E' deputato di FLI, coordinatore regionale di FLI per l'Emilia Romagna e responsabile Immagine e Promozione del partito.

6 Responses to “Così chiederò al Governo di rivedere le esenzioni fiscali accordate al Vaticano”

  1. Si può e si deve andare più a fondo ma è un punto di partenza. Bene comunque iniziare una discussione seria che può avere una grossa presa popolare.

  2. Certo sarebbe meglio dire: cosa chiederà FLI. Ma lo chiederà mai come partito?

  3. paola modena scrive:

    alla buon’ora…..auspicabilissimo un lavoro in questa direzione

  4. Giuseppe D'Andrea scrive:

    Specchietto per le allodole.
    Io chiedo invece che lo stato molli la sua presa dal 30-35 % dell’economia nazionale che monopolizza, smettendola di foraggiare 25-27 milioni di italiani quello che viene concesso allo stato Vaticano non mi interessa, l’importante è quello che lo Stato Italiano scippa dalle tasche dei cittadini, spacciandolo per “dovere civile”.

  5. Massimo Morigi scrive:

    Ravenna, 15 settembre 2011

    E’ di tutta evidenza che la via maestra sarebbe l’abolizione sic et simpliciter del concordato ( che, al di là di tutte le considerazioni che possono essere svolte sul regime politico che lo introdusse, fu per l’Italia uno strumento indubbiamente valido per sanare le ferite al sentimento cattolico arrecate dal metodo traumatico attraverso il quale si compì l’unficazione del paese ma risulta oggi sempre più insostenibile non solo da un corretto punto di vista liberale ed addirittura improponibile in una società come quella italiana sempre più connotata dal multiculturalismo e dal pluralismo religioso) ma è altrettanto di tutta evidenza che questo oggi,vista la situazione politica ed economica del paese non può essere, realisticamente, messo nell’agenda di nessuna azione di governo. Ecco che allora la proposta dell’On. Enzo Raisi, agendo sulla falsariga del concetto di Max Weber dell’etica della responsabilità, si pone su un piano di profondo e serio realismo politico per porre rimedio ad una delle storture più scandalose di diretta conseguenza del regime concordatario italiano: le esenzioni fiscali accordate al Vaticano. L’unico problema è che questa classe politica, sia di destra che di sinistra, in questi anni tutto ha fatto tranne dare seguito ai dettami weberiani su una corretta ed etica azione politica. Ma fra i gravi compiti che competono a FLI, il primo è innanzitutto quello del recupero di un profondo ed eticamente imprescindibile senso dello Stato e la proposta dell’On. Enzo Raisi si muove limpidamente in questa direzione.

    Massimo Morigi
    ( massimomorigi @ iol.it )

  6. Alessia scrive:

    Ottimo l’impegno ad abbattere i costi, anche indiretti, che gravano sull’elefantiaco bilancio pubblico. Bene accertare le esenzioni fiscali. A proposito, lo sa che sono riconosciute non solo alla Chiesa cattolica ma a tutti gli enti no profit sul suolo nazionale? Non vorrei che qualcuno – tratto in inganno dal titolo -possa anche lontanamente nutrire il sospetto che una gloriosa campagna sia animata da uno spirito ideologico e persecutorio nei confronti di un solo soggetto.

    Visto che ha cominciato, però, non si fermi a metà strada. Si adoperi anche per far abolire la diaria, riconosciuta a titolo di rimborso spese di soggiorno a Roma. Parliamo di 3.500 euro netti al mese a testa. Il problema è che la percepiscono anche quei parlamentari che risiedono già nella Capitale! E’ ragionevole o no che chi vive a Roma la percepisca, onorevole? Non le sembra una spesa ingiustificata?

    E perché tacere del rimborso concesso “per i trasferimenti dal luogo di residenza all’aeroporto più vicino, e tra l’aeroporto di Roma-Fiumicino e Montecitorio”? Parliamo di 1.100 euro netti al mese. Lo stipendio di un giovane precario, quando va bene. Ma chi abita a Roma – come per esempio il presidente della Camera, una cinquantina di deputati e qualche decina di senatori – quale aereo deve prendere? Hanno forse inaugurato linee aeree tra i quartieri romani? Già che ci siamo, parliamo anche delle auto blu (o di servizio) che trasportano ministri, viceministri e sottosegretari, e i membri dell’ufficio di presidenza della Camera. 150 persone percepiscono un rimborso per una spesa che non sostengono, quella del taxi che dovrebbe portare all’aeroporto.

    Secondo autorevoli stime, se diaria e rimborso taxi fossero concessi solo a chi sostiene realmente tali spese si risparmierebbero 4 milioni di euro all’anno. Può pensare lei, onorevole, a sollevare in Aula il problema con un odg?

    Dimenticavo che ai Presidenti della Camera spetta anche un rimborso di circa 3.700 euro per spese inerenti al rapporto tra eletti ed elettori. Ma i medesimi hanno diritto anche a collaboratori assunti e stipendiati dall’istituzione stessa, cioè dalla Camera. Altro rimborso senza un perché! E dei vitalizi che si possono ottenere con solo 5 anni di mandato vogliamo discutere? E perché lasciare fuori i 3.100 euro annui che spettano agli onorevoli per le spese telefoniche?
    E che dire dell’abolizione della contabilità analitica con il nuovo regolamento della Camera, così da risultare un rompicapo l’individuazione dei centri di spesa e delle liste dei fornitori? E’ un segno di maggior trasparenza o di totale chiusura?

    Un tantino troppo facile agitare lo specchietto per le allodole delle esenzioni accordate agli enti no profit italiani, e alle attività di altre confessioni religiose, e non solo alla Chiesa cattolica. Quando si accenna però a tagliare i costi diretti della Casta – per esempio attraverso un ordine del giorno dell’IdV che chiedeva di abolire per sempre il vitalizio dei deputati, come accaduto all’inizio di agosto – il presidente della Camera (FLI) ha risposto con un “inammissibile”.
    Ci spiega perché, onorevole Raisi?

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