di PIERCAMILLO FALASCA – Lo volete capire o no che la politica è piatta? Sfugge alle gerarchie piramidali – quelle in cui c’erano i vertici, i livelli intermedi e la base – ed assume piuttosto la forma di una nebulosa di persone, associazioni, blog, comitati spontanei e temporanei. Il collante di tutto questo, un leader riconosciuto e accettato, non è un pontefice infallibile cui è demandato il compito di trasformare l’anarchia in monarchia assoluta, ma una personalità a cui si chiede di interpretare e sintetizzare. Ciò che è accaduto a Mirabello, alla festa nazionale di Futuro e Libertà, è la prova di quanto un certo mondo “futurista” abbia una concezione avanzata della politica, che buona parte della dirigenza non ha o non ha il coraggio di accettare.

C’è un episodio da segnalare in particolare, il banchetto per la raccolta firme per il referendum elettorale organizzato dall’associazione Officina delle Idee. L’organo centrale di un partito può decidere ciò che vuole, a volte può anche decidere di rimandare la decisione, come è accaduto nell’ufficio di presidenza di FLI relativamente al referendum elettorale, ma se la sua decisione o non decisione è controversa, è inutile sperare che la “base” segua pedissequamente la “linea”: in una democrazia avanzata e “digitalizzata”, dove la Rete rende tutto più rapido, prossimo e appunto piatto, il dissenso non può essere davvero azzerato o messo sotto silenzio.  Si può forse sperare che gli esponenti di prim’ordine, i parlamentari e quanti ricoprono ruoli primari di partito non contestino una certa decisione, ma difficilmente si può imporre alle tante teste pensanti che formano un movimento politico di credere ciò che non credono e di non manifestare la loro contrarietà.

Officina delle Idee (costituita da un gruppo di militanti molto attivi su Facebook) ha deciso di organizzare a Mirabello un banchetto per la raccolta firme, sebbene FLI non avesse ancora adottato una posizione chiara sulla questione referendaria. Vietare il banchetto da parte degli organizzatori (che peraltro erano d’accordo con i promotori dell’iniziativa, ma conta poco) sarebbe stato considerato intollerabile per un movimento politico nato proprio per affermare il diritto al dissenso e alla competizione delle idee. Non solo: sarebbe stato impossibile, tante sono le forme virtuali e reali attraverso cui un gruppo più o meno folto di persone può oggi diffondere a macchia d’olio le proprie posizioni politiche.

La raccolta firme c’è stata (alcuni parlamentari di FLI hanno aderito fin da subito) ed è stata un successo: in attesa che Gianfranco Fini prendesse la parola, già 1000 persone avevano firmato. A quel punto, l’apertura esplicita al referendum del presidente della Camera è apparsa inevitabile, quasi scontata: Fini ha ben interpretato ciò che si muoveva nella nebulosa. Avrebbe potuto fare diversamente? Realisticamente no, il referendum elettorale è da sempre nelle corde e nella sensibilità politica del leader di FLI. Se invece – ipotizzando – Fini avesse archiviato la questione (magari per non distanziare tatticamente FLI dal Terzo Polo sull’argomento), avrebbe segnato una frattura evidente e non comprensibile tra una posizione affermatasi dal basso, nel “mercato delle idee”, ed un miope tatticismo.

Insomma, siamo forse condannati all’anarchia e alla liquefazione delle procedure di funzionamento e di formazione delle decisione interne ai partiti? No, piuttosto siamo tenuti ad assumere decisioni rapide, scegliendo di fiutare l’aria che circola nel Paese, senza mai snobbare le dinamiche realissime che si producono in Rete (dove ormai agisce un numero di persone superiore a quello che legge i quotidiani). L’unanimismo o il centralismo democratico non esistono più, ogni decisione è un rischio che un esponente politico deve sapersi assumere. Come nel mercato delle cose, anche nel mercato delle idee è la qualità a fare la differenza.

Torniamo in conclusione a FLI. Il 14 dicembre 2010, il giorno della sfiducia mancata al governo Berlusconi, ha decretato lo spostamento del baricentro dell’azione politica dal Parlamento al Paese: era un’opportunità, che andava colta investendo maggiormente nella dote di dinamismo e fluidità che ne aveva inizialmente rappresentato il carattere distintivo e sostanziale. Più che un “partito di tessere e uffici”, la promessa di Mirabello 2010 era stata quella di un movimento di opinione plurale, con un’organizzazione snella e uno statuto leggero e funzionante: migliaia di uomini e donne, molti dei quali non provenienti da esperienze politiche pregresse, avevano aderito spontaneamente al progetto politici di FLI proprio perché ne avevano colto la vitalità destrutturata. La sclerosi è probabilmente iniziata a Milano, in occasione dell’assemblea costituente, quando ci si è illusi che la struttura facesse il partito. Non è così, lo ha riconosciuto lo stesso Fini durante il suo intervento di Mirabello. Futuro e Libertà ha attratto menti brillanti e spiriti liberi, su cui fondare un movimento vero, quando ha operato come una nebulosa ricca di iniziative, incontri, banchetti, blog e campagne. Siamo diventati insopportabili quando abbiamo iniziato a parlare di tessere, coordinatori, organigrammi, fingendo che oggi la politica possa sorgere dalla burocrazia.

Tornare indietro non si può, ma si può andare avanti. Meno apparato, più movimento.