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Obama’s Jobs

Barack Obama ha annunciato, davanti al Congresso, un nuovo pacchetto di stimoli fiscali mirati alla creazione di occupazione, l’American Jobs Act. Rispetto alle indiscrezioni della vigilia, il piano è del 50 per cento più ampio (circa 450 miliardi di dollari, il 3 per cento di Pil), e prevede una riduzione dei contributi in busta paga a carico di lavoratori e datori di lavoro (il cuneo fiscale). Per i lavoratori, che da quasi un anno stanno già beneficiando di un’aliquota ridotta dal 6,2 al 4,7 per cento sulle trattenute contributive, Obama vorrebbe un’ulteriore sconto al 3,1 per cento della busta paga. Uguale aliquota pagherebbero i datori di lavoro, con tetto di 5 milioni di dollari di monte salari.

Per ogni aumento della massa salariale aziendale, fino a 50 milioni di dollari, le imprese non pagheranno contributi sociali. La misura è mirata soprattutto alle piccole imprese, che necessitano di maggiore sostegno. Il pacchetto prevede inoltre aiuti agli stati, per impedire il licenziamento (e favorire la riassunzione) di insegnanti, poliziotti e vigili del fuoco. L’esigenza di pareggiare il bilancio a livello statale è stata infatti sinora la maggiore causa di distruzione di occupazione nel settore pubblico. Previsto anche un credito d’imposta di 4000 dollari per chi assume veterano di guerra e disoccupati di lungo periodo, oltre a fondi per riparazione ed ammodernamento di edifici ed infrastrutture pubbliche, il patrimonio che contribuisce alla produttività del sistema-paese e che soffre per i tagli al bilancio pubblico.

Prevista anche la creazione di una “banca delle infrastrutture”, ma al momento non vi sono ulteriori dettagli, come anche sulla iniziativa che dovrebbe permettere a chi ha un mutuo di poterlo rifinanziare a tassi più bassi. Oggi ciò tende ad essere ostacolato dal fatto che i mutuatari sono “sott’acqua”, cioè hanno mutui il cui controvalore eccede il valore di mercato dell’immobile, e sono quindi bloccati. Il pacchetto prevede inoltre una estensione dei sussidi straordinari di disoccupazione.

Obama comunicherà la copertura finanziaria tra un settimana, ma ha preannunciato iniziative dal lato dei tagli di spesa. Il pacchetto tenta di sostenere la domanda aggregata proprio nel momento in cui i precedenti stimoli stanno progressivamente venendo meno: secondo le stime delle case d’investimento, il nuovo stimolo (se approvato nella versione presentata da Obama) dovrebbe indurre una crescita aggiuntiva per il 2012 stimata tra l’1,2 ed il 2 per cento, che servirà tuttavia solo per contrastare la contrazione prevista dal venir meno dei precedenti stimoli, stimata in circa un punto e mezzo percentuale di Pil.

Le misure sono prevalentemente dal lato della domanda, inclusi i tagli d’imposta a favore dei lavoratori. Non mancano aspetti criticabili del pacchetto. Ad esempio, il fatto che il taglio della payroll tax su salari e stipendi realizzerà un buco prospettico nel fondo della Social Security, che permetterà ai Repubblicani di stigmatizzare il fatto che l’onere pensionistico pubblico viene fatto ricadere sulla fiscalità generale. Oppure il fatto che le aziende beneficeranno di una “vacanza fiscale” su tutte le nuove assunzioni, incluse quelle che ci sarebbero comunque state.

Il percorso parlamentare dell’American Jobs Act sarà comunque molto accidentato: obiettivo dei Repubblicani, ormai egemonizzati dai Tea Parties, è quello di impiccare Obama ad una crisi economica in aggravamento, per sloggiarlo dalla Casa Bianca alla fine del prossimo anno. Ma gli umori dell’elettorato, che mostra segni di crescente insofferenza per l’approccio dogmaticamente estremista di politica economica del Grand Old Party, potrebbero sparigliare le carte ed offrire una nuova possibilità ad un Obama pur percosso dalla violenza di una crisi senza precedenti. Ma questo pacchetto di aiuti aggiuntivi non farà comunque miracoli, ammesso e non concesso che riesca a trovare una strada congressuale verso un’approvazione non troppo annacquata.

Il problema degli Stati Uniti è il buco di domanda che la crisi ha prodotto. Su questo si scontrano da sempre economisti di differenti scuole di pensiero. Questa crisi da eccesso di indebitamento ha lasciato un mercato del lavoro in condizioni pessime, con fenomeni di disoccupazione di lungo termine che sembrava impossibile potessero accadere in America. Per i Repubblicani, ed i supply siders duri e puri, tutto si risolverebbe semplicemente con ulteriore deregolamentazione e tagli d’imposta. Finora gli stimoli approvati sono stati di dimensioni relativamente contenute, malgrado la vulgata dei Repubblicani dica l’opposto. Ma è molto probabile che serva altro: una enorme operazione di ripulitura di debito ormai inesigibile, e sostegni fiscali alla domanda aggregata, rigorosamente a termine. In questo senso, il piano Obama farà assai poco. Già solo impedire una contrazione di Pil nel 2012 rischia di essere un “successo”.


Autore: Mario Seminerio

Nato nel 1965 a Milano, laureato alla Bocconi. Ha quasi vent'anni di esperienza presso istituzioni finanziarie italiane ed internazionali, dove ha ricoperto ruoli di portfolio manager ed analista macroeconomico, ed è attualmente portfolio advisor. Ha collaborato con la rivista Ideazione e con l’Istituto Bruno Leoni. Giornalista pubblicista, è stato editorialista di LiberoMercato, diretto da Oscar Giannino. Collabora o ha collaborato con Liberal Quotidiano, Il Foglio, Il Fatto Quotidiano, Il Tempo, Linkiesta.it.

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