– Il giorno dopo l’approvazione del maxiemendamento alla manovra finanziaria sono stati diffusi i dati sulla crescita, rectius decrescita, del PIL. Meno 0,1% nel terzo trimestre 2011, rispetto ai tre mesi precedenti. Nel 2011 l’Italia è ancora al palo.

Il profilo di un paese in declino, svuotato da uno Stato pesante e ingordo, che divora oltre la metà delle ricchezze prodotte dal paese e da una pressione fiscale che già oggi si attesta a livelli economicamente insostenibili, al 43% del PIL. Con la manovra finanziaria, basata prevalentemente su maggiori entrate, il dato supererà il certamente il 44% e probabilmente, grazie agli effetti depressivi delle misure di inasprimento fiscale, supererà il 46% nel 2014. Mettendo le mani nelle tasche degli Italiani si vuole raggiungere il pareggio di bilancio senza intaccare più di tanto la spesa pubblica.

Così l’aumento di un punto percentuale dell’IVA applicata sulla maggior parte dei beni di consumo, che eroderà quindi il potere di acquisto degli Italiani circa in pari misura, servirà anche a ridurre i tagli del 50% alle indennità parlamentari con un altro lavoro previsti in un primo tempo, ora sostituiti da un semplice raddoppio del contributo straordinario di solidarietà (20% oltre i 90 mila euro, 40% oltre i 150 mila). Attenzione, dal prelievo di solidarietà sono escluse le diarie, pari a circa 3500 euro netti al mese. A luglio era stato poi sancito che lo stipendio del parlamentare dovesse esser in linea con la media europea. Non sia mai; l’Italia arranca, è fanalino di coda con la Grecia, ma i suoi parlamentari devono guadagnare come nei maggiori e più ricchi paesi europei. E con una piccola correzione ecco che il tetto massimo degli stipendi si alza. Tagli immediati ai costi del Parlamento per il 2011? Giusto una correzione dello 0,71% alla Camera e dello 0,3% al Senato.

Salvi i vitalizi, salvi gli enti con meno di 70 dipendenti, salvi i consigli comunali dei paesi con meno di 1000 abitanti. La razionalizzazione delle province portava risparmi a 300 milioni di euro, ma la misura è stata cancellata per lanciarsi verso il più ambizioso progetto di abolizione di tutte le province, che, si legge nel disegno di legge costituzionale approvato giovedì dal Governo, saranno sostituite da unioni di comuni. L’iter è lungo, l’esito incerto, dato che un disegno di legge del tutto simile è stato bocciato dalla Camera giusto due mesi fa, ma non ci resta che fare gli scongiuri. Non ha proprio visto la luce, invece, l’annunciato disegno di legge costituzionale per il dimezzamento dei parlamentari.

Ci sono poi voci di spesa che non hanno subito tagli o quasi. Ogni anno vengono destinati 260 milioni di euro per sussidiare con il FUS l’industria dello spettacolo. A marzo è stato deciso un aumento delle accise sui carburanti per stanziare ulteriori 150 milioni di euro per sovvenzioni il settore. A questi si aggiungono i 27 milioni congelati dalla legge di stabilità e i 90 milioni per il Tax Credit, divenuto permanente . Mezzo miliardo di euro. Non vi piacciono il cinema italiano e i cinepanettoni? Si fanno comunque a vostre spese. Non potete permettervi di andare a teatro ai concerti di musica lirica o semplicemente non vi piace la Traviata? Siete pure dei cafoni e la pagate lo stesso. Ogni italiano paga circa 80 euro l’anno per la musica lirico-sinfonica e i film di De Laurentiis, sia che vada a teatro o al cinema, sia che resti a casa.

Analogo discorso vale per i giornali, beneficiari di prebende di vario tipo, dai contributi per le spedizioni postali ai sovvenzioni dirette alle testate di partito o del terzo settore e simili. Le cifre sono pressappoco le stesse. Anche in questo caso, piacciano o no ai lettori, i giornali continueranno a incassare.

Solo con l’abolizione dei contributi all’editoria e all’industria dello spettacolo si sarebbe potuti risparmiare circa un miliardo e portare la tassazione delle rendite finanziarie al 16-17%, anziché al 20%, o non aumentare la Robin Tax sull’energia, o ancora aumentare l’IVA dello 0,8% anziché dell’1%.

Sono una miriade i micro fondi destinati agli edifici di culto (10 milioni di euro), al finanziamento dell’Arcus (ente che costa oltre un milione di euro all’anno impiegato per sponsorizzare interventi di restauro e attività ludiche e culturali per circa 40 milioni di euro all’anno) e ad altri enti e fondazioni di varia natura, spesso legati alla politica attraverso i propri vertici (consiglieri di amministrazione, presidenti etc.). Anche questa galassia è uscita indenne dalla manovra.

E che dire dei finanziamenti ai partiti sotto la forma di rimborsi elettorali? Nel 2010 sono costati agli Italiani 180 milioni di euro. I tagli del 10% previsti dalla manovra di luglio riguardano la prossima legislatura. Si applicheranno, quindi, salvo modifiche dell’ultim’ora dal 2014, dopo che sarà stato raggiunto il pareggio di bilancio grazie ai sacrifici, quelli sì immediatamente efficaci, delle famiglie e delle imprese.