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Chilometri zero e autarchia: trova le differenze

– Sempre più spesso, oggi, soprattutto nell’ambito dell’agricoltura, si parla di prodotti a filiera corta e chilometri zero, prodotti, cioè, che vengono commercializzati poco lontano dal loro luogo di origine.

Il “chilometro zero” è visto generalmente in un’ottica positiva: che sia perché, in un mondo globalizzato, il richiamo del territorio locale esercita un’attrazione più forte che in passato, o perché dopo decenni di standardizzazione (spesso, all’epoca, favorita e difesa dagli stessi che oggi “se non è Slow Food non ce lo mangiamo”) è venuta in auge la moda del riscoprire la specificità e la tradizione, sta di fatto che oggi chi non si entusiasma per le mirabilie della filiera corta è quantomeno additato come un buzzurro criminale sterminatore di biodiversità.

In teoria, in effetti, non c’è niente di sbagliato nel voler consumare merci prodotte nel territorio in cui si vive e nella volontà, sempre dichiarata dai fautori del chilometro zero, di far sì che i costi di trasporto incidano meno sia dal punto di vista del prezzo che da quello ambientale dell’emissione di CO2. Tutto giusto, tutto molto bello, tutto, specialmente, molto vendibile.

Anche a prescindere, però, dal fatto che quasi sempre i prodotti a chilometri zero costano di più di quelli che hanno fatto il giro del mondo, ci sono numerose obiezioni all’ideologia della filiera corta: la prima, e più importante, è l’ovvia ma spesso dimenticata considerazione che non tutto può essere prodotto ovunque. Se davvero volessimo consumare solo quello che cresce sul nostro territorio, dovremmo dire addio a tanti prodotti che ormai sono diventati d’uso quotidiano, in quanto sarebbe più antieconomico cercare di coltivarli in zone con climi e terreni a loro ostili che importarli dai Paesi di produzione.

Paesi che, peraltro, spesso sono poveri e quindi traggono beneficio dall’esportazione dei frutti della loro terra; Paesi che verrebbero svantaggiati da una politica protezionistica per cui, con la scusa della filiera corta, si chiuderebbero fuori dai confini nazionali (regionali, provinciali, cittadini per i più estremisti) tutti i prodotti che non possano essere coltivati entro quei confini.

Un’altra considerazione che sarebbe opportuno fare, forse, è quella sul potere del marketing: ciò che oggi viene chiamato “chilometro zero” e magnificato come un miglioramento da cui non si può prescindere esisteva già quasi un secolo fa, si chiamava “autarchia”, e quelli che se lo ricordano avrebbero qualcosa da obiettare sui suoi vantaggi.

Il problema, dunque, non è tanto il fatto che la filiera corta venga proposta come un vantaggio per il consumatore: questa è, come dicevamo, una strategia di marketing legittima come tutte le altre. I problemi arrivano nel momento in cui si cerca di spacciare la filiera corta e il chilometro zero come un modo per salvare il mondo ed eliminare per sempre l’inquinamento, insomma come opera meritoria per l’umanità, anziché come libera scelta di produzione e di commercializzazione.

Non è questo l’unico caso in cui dei temi afferenti più al marketing che ad un’effettiva volontà di far del bene all’ambiente vengono spacciati per la soluzione definitiva ai mali del mondo e trattati di conseguenza dal mondo dell’informazione, che non tiene adeguatamente conto degli interessi economici per cui questi temi vengono alla ribalta.

Bisogna dunque evitare il marketing come la peste e lapidare chiunque abbia interessi economici nel promuovere un prodotto? Certamente no, tanto più che questo sito non ha mai fatto mistero di sostenere il libero mercato, tanto da essere stato spesso accusato di spietatezza, crudeltà, darwinismo e chi più ne ha più ne metta. Quello che chiediamo, però, è che questi interessi economici siano trasparenti: solo così il consumatore sarà messo davvero in condizione di scegliere consapevolmente cosa acquistare.

Al netto degli sproloqui sul salvataggio del mondo.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

9 Responses to “Chilometri zero e autarchia: trova le differenze”

  1. Luca scrive:

    Prego pubblicare il seguente messaggio, il precedente è partito per errore:

    ‘Bisogna dunque evitare il marketing come la peste e lapidare chiunque abbia interessi economici nel promuovere un prodotto?’

    A mio modo di vedere il mercato globale va bene se il WTO controlla che sia veramente accessibile a chiunque.
    Altra garanzia è che il consumatore sia informato e faccia le sue scelte ragionate sulla base di informazioni corrette.
    Bisogna anche saper accettare che la gente faccia delle scelte no-global, sempre che siano libere e quindi portino ad essi effettivi vantaggi (libero il venditore-libero l’acquirente).
    Sicuramente ci sono in giro molte frottole che fanno credere che ciò che è locale è migliore, ma comunque acquistando localmente circolano più soldi e vi è più benessere nelle zone rurali, quello che non si trova sul mercato locale si trova altrove.
    Inoltre ad alcuni acquirenti gli piace il plusvalore culturale di un prodotto e vi sono organizzazioni che lo sanno creare bene. Questo permette anche di guadagnare molti soldi con le produzioni a denominazione di origine che però costituiscono per loro caratteristica un mercato limitato.

    Non è quindi autarchia, ma insegnare al venditore ed al consumatore a fare scelte intelligenti, che deriveranno da un punto di vista ragionato su local e global, per fare fruttare al massimo il proprio piccolo capitale. Ciò è anche una chance per il piccolo produttore locale di rimanere sul mercato.

    Provvedimenti legislativi potrebbero disincentivare i trasporti di lunga distanza, se si considera che l’energia è un bene che bisogna cominciare a risparmiare, questo non impedisce comunque di avere un mercato globale.
    Ma non si può avere solo global, o solo local, meglio GLOCAL, non per imposizione, ma per scelta.

  2. Giorgio Gragnaniello scrive:

    La differenza fra la scelta (libera :non mi risultano cause intentate all ‘ Authority contro la pubblicità pro-prodotti a Km. zero ) del “Km zero” versus l’autarchia dei regimi totalitari è tanto enorme da essere incommentabile.
    Giorgio Gragnaniello

  3. Passante scrive:

    Non ho mai letto un simile cumulo di stupidaggini.

  4. beh, è forzato il paragone tra autarchia e kmzero perchè appunto il secondo è solo una delle tante offerte che si lancia sul mercato così come il vegetarianesimo od il mcdonald che gode di un vantaggio culturale in alcuni settori .
    come un tempo c’era la moda di mangiare americano o fino a qualche tempo fa quella di mangiare salutista/giapponese o come vi è una dieta particolare(e quindi rivenditori particolari) per molte religioni.

    se si parla di regolamentazione e chiarezza dell’offerta sono d’accordissimo (con provenienza, km fatti, antiparassitari utilizzati) ma penso che siano proprio i cibi provenienti da remote regioni ad essere piuttosto scarsi su questo piano.

    insomma… bene il richiamo a non ideologizzare il km zero (od almeno ad essere consapevoli quando lo si vuole fare) però gli argomenti mi sembrano fiacchi.

  5. Paolo scrive:

    Perfettamente d’accordo con Marianna.

    Mi permetto di segnalare che interessanti argomentazioni sulle assurdità di simili “teorie” molto di moda oggi (oltre al km0, i vari no-ogm, bio, omeopatia, ecc…) sono nel blog di Dario Bressanini, collaboratore della rivista Le Scienze:

    http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/

  6. Alessandro Guerani scrive:

    Io personalmente compro locale se il locale è più buono e compro globale per lo stesso motivo: il famoso rapporto qualità/prezzo. Poi possiamo fare tutte le discussioni che si vogliono sul marketing, le mode, e i proclami di salvezza mondiale, ma valgono anche per il contrario e sono sempre stati il sottointeso della pubblicità appunto che mi pare piuttosto “bislacco” denigrare da un punto di vista liberale paragonandola alla propaganda autarchica che aveva una ideologia ed una motivazione ben diversa (c’erano le sanzioni della Società delle Nazioni per via della guerra in Etiopia). Insomma… come argomento è debole come presupposto ma soprattutto… lasciar comprare quel cavolo che pare alla gente no? Non è liberale quello?

  7. Non ho capito se l’articolista consideri i consumatori come dei babbei. Anche gli analfabeti di 50 o 60 anni fa, sapevano fare due conti per capire cosa gli convenisse acquistare. Con tutti i sistemi che ci sono oggi (associazioni dei consumatori varie e possibilità di raffronti a 360 gradi), chiunque sarebbe in grado di verificare cosa costi meno. Inoltre, non credo sia difficile comprendere che alcuni prodotti (per esempio le banane) possono crescere e svilupparsi solamente in determinati ambienti, però, volete mettere un pollo allevato all’aperto da mio zio, con uno che arriva dall’altro capo del mondo? Il discorso della filiera corta (sia per prodotti agricoli che per carni varie) vale, a mio avviso, a parità di prodotto. Poi, se vogliamo controllare che veramente la filiera sia corta, controlliamo e puniamo chi imbroglia. Grazie

  8. Chiara scrive:

    Non credo ai miei occhi. Non si può trattare l’argomento del km zero con tanta leggerezza e faziosità. Nessun ambientalista intelligente vuole l’isolamento dal resto del mondo, proponendo il km zero o suggerendo di fare attenzione alla stagionalità dei prodotti.

    Questa “strategia di marketing”, come la chiamate voi, è particolarmente utile se si deve scegliere ad esempio tra prodotti dello stesso tipo fatti crescere in luoghi diversi. La scelta di quello più vicino è ovviamente la più economica, ecologia, conveniente per il consumatore.

    E’ altresì ovvio che, se voglio mangiare ad esempio una banana, non posso comprare a km zero. Però posso optare per il bio o per l’equo solidale, per essere certa che le popolazioni locali vengano trattate con rispetto, che godano degli introiti che di solito le multinazionali non spartiscono con equità.

    E per favore, un’altra cosa: non è giornalisticamente corretto inserire così tanti commenti in un articolo, ma scherziamo?

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