– La notizia pubblicata qualche giorno fa dal Corriere della Sera dei 4 bambini scozzesi tra i 5 e gli 11 anni sottratti alla famiglia dal tribunale per questioni di obesità è aberrante. Asserire che i figli non sono proprietà dei genitori e che dunque lo Stato ha il dovere, in casi di particolare gravità, di intervenire a tutela dei minori è sacrosanto, ma l’odierna piaga dell’obesità non può essere liquidata in modo tanto superficiale, al punto d’imputare la colpa esclusivamente all’educazione impartita dai genitori. Prelevare con la forza un bambino dal proprio focolare e darlo in affidamento per correggerne le abitudini alimentari significa ignorare il ruolo che gioca oggi la società civile nell’educazione dei minori, ambito alimentare incluso; per non parlare del trauma che l’allontanamento dai genitori causa nei fanciulli, come dichiarato dalla sorella maggiore dei malcapitati, disperata per la tragedia familiare in atto.

L’utopia dello Stato orwelliano che penetra nella società e interferisce con il suo ordine al fine di perseguire l’ideale della perfezione fisica e mentale è un tarlo che da millenni affligge la cultura occidentale, talvolta con atroci conseguenze di cui la storia è testimone. Tale concezione affonda le proprie radici nella pedagogia delle polis greche, come testimoniato dal modello della paidèia proposto da Platone nella Repubblica, ove il filosofo ateniese auspicava un’educazione pubblica – sebbene ai tempi non si parlasse ancora di “Stato” – in grado di selezionare i giovani fisicamente e mentalmente migliori e riservare loro una posizione più elevata all’interno della società. Non è un caso, infatti, se il filosofo Julius Evola, accusato nel 1951 di apologia del fascismo, si difese asserendo che insieme a lui, tra i tanti, avrebbe dovuto sedere dalla parte degli accusati anche Platone, proprio per via della sua idea di società.

L’educazione nazifascista a cui oggi guardiamo con indignazione, d’altronde, era fondata sullo stesso principio di violazione del diritto all’educazione dei fanciulli da parte dei genitori, in favore dell’indottrinamento statale e della selezione dei migliori, per sconfinare poi nell’eugenetica nazista e nelle farneticazioni della razza ariana. Come noto, nei regimi comunisti il modello educativo non era difforme da quelli appena menzionati. L’ideologia sottesa al terribile addestramento degli sportivi cinesi, ad esempio, si giustifica con la medesima pretesa di superiorità dell’educazione statale su quella impartita dai genitori e dalla società civile ed è funzionale alla celebrazione del regime attraverso i successi internazionali degli atleti. L’educazione statale, per come viene intesa oggi, è nata di pari passo con la formazione dello Stato moderno e ha contribuito alla sua affermazione sull’ancien régime; sin dai primordi il suo scopo è stato meramente politico.

Come affermato da Luigi Einaudi in polemica con la riforma Gentile, i più grandi uomini della storia italiana, da Leonardo a Michelangelo, non hanno ricevuto un’educazione imposta dallo Stato; eppure ciò non ha impedito loro di divenire i grandi geni che sono stati. La promulgazione dei primi obblighi all’educazione primaria di Stato e la lotta alle scuole gesuite condotta nel secolo XVIII dai cosiddetti monarchi illuminati è, in tal senso, emblematica per spiegare come, in realtà, l’indottrinamento operato dallo Stato sugli individui fin dalla più tenera età non sia riconducibile a un semplice atto di paternalismo, bensì al tentativo di controllare la vita dei singoli al fine di piegarli alla volontà del potere e alla celebrazione dello Stato. Benché i tempi siano apparentemente cambiati e l’episodio scozzese possa sembrare soltanto un’eccessiva ma occasionale intromissione statale nella vita privata degli individui, l’ideologia della formazione di uomini perfetti nel corpo e nella mente è viva più che mai e costituisce un grave pericolo per la libertà dei minori e delle loro famiglie.

La persecuzione subita dai coniugi di Dundee, spinta sino al paradosso di sottrarre loro i bambini nonostante tutti gli sforzi compiuti per dimagrire sotto lo stretto controllo degli assistenti sociali, risulterebbe inspiegabile qualora non venisse collocata all’interno di una secolare cultura del ricorso indiscriminato alla forza da parte dello Stato per plasmare gli individui a propria immagine e somiglianza. Le parole di una madre che rischia di perdere per sempre i propri piccoli, riportate dal Mail On Sunday e riproposte dal Corriere, sono fin troppo eloquenti: «Forse non siamo dei genitori perfetti ma amiamo i nostri figli con tutto il cuore. È insostenibile pensare a un futuro senza di loro. Ci hanno preso di mira per via della nostra stazza e non ci hanno più lasciato andare. Vi giuro che abbiamo fatto di tutto per perdere peso. Sembra quasi che persino i criminali abbiano più diritti umani di noi».

Oggi l’ideologia della salute pubblica non è dovuta alla necessità di avere uomini di sana costituzione per condurre guerre e glorificare lo Stato, bensì alle logiche dell’utilitarismo sanitario, volto a censurare i comportamenti insalubri di alcuni per non scaricarne il costo sociale sugli altri. Perseguire il benessere della società e promuovere i comportamenti più salutari è doveroso; tuttavia non è con la coercizione operata a scopo utilitaristico sugli individui che si instillano nella società la responsabilità e la virtù.