di PIERCAMILLO FALASCA – “Nobody said it was easy”, recita una canzone di successo. Non sarebbe stato facile per Gianfranco Fini e per quanti lo hanno seguito, e non lo è stato. Tagliare i ponti con quel rottame che già un anno fa il PdL era diventato e proclamare l’indipendenza di Futuro e Libertà: è stata la scelta più complicata e dolorosa che un leader politico potesse compiere. La più affascinante, forse, ma la più difficile. Mirabello nel 2010 sembrava un paesino della vecchia frontiera del West americano, con donne e uomini di tutto il mondo arrivati lì per respirare libertà e contribuire a fondare un partito più aperto e “onesto”, intellettualmente e non solo.

Dobbiamo ritrovare lo spirito di un anno faha detto Fabio Granata in un’intervista a Il Fatto Quotidiano– altrimenti è finita”. Giusto, giustissimo. Ma come si fa? Il clima di favore che accompagnava l’iniziativa politica finiana non si può ricostruire in laboratorio, né si può fare banalmente affidamento sul valore “salvifico” del discorso che il presidente della Camera terrà a Mirabello il prossimo 11 settembre.  I media che raggiungono il grosso dell’elettorato di centrodestra adottano una scientifica strategia di oscuramento televisivo (Rai e Mediaset) e di delegittimazione cartacea (Il Giornale, Libero, Il Secolo d’Italia, Il Tempo). La litigiosità interna che il partito mostra all’opinione pubblica – insieme alle troppe ambiguità tattiche di certi alleati del Terzo Polo – contribuisce a disegnare la caricatura di FLI come un movimento politico confuso e allo sbando.

Eppure, noi non siamo cambiati di una virgola. Ciò che credevamo nel 2010, crediamo oggi. Gli allarmi che lanciavamo al governo perché mettesse mano ad un piano di profonde riforme economiche si sono rivelati profetici: l’immobilismo dell’esecutivo e il desiderio di imbonire gli italiani con il mantra “stiamo messi meglio degli altri” hanno spinto l’Italia sull’orlo del baratro economico e finanziario. Le nostre proposte sulla riforma delle istituzioni avrebbero probabilmente arginato la degenerazione dei rapporti tra classe politica e opinione pubblica. In molti casi, un anno di storia di partito, di iniziative politiche e di attività parlamentare ha aiutato a consolidare posizioni coraggiose che dodici mesi venivano accompagnate da levate di ciglio. Continuiamo ad essere – esattamente come un anno fa, o forse ancora di più – il partito liberale e riformatore che vuol parlare ad ogni categoria di “esclusi” (dalle coppie di fatto ai precari, dai giovani italiani di origine straniera senza cittadinanza ai professionisti e alle imprese bloccati dagli eccessi di corporativismo), offrendo loro politiche di inclusione, di riconoscimento, di libertà.

Ciò detto, se a ciò che siamo ognuno continua ad anteporre ciò che non siamo, la nave continuerà ad imbarcare acqua. All’innocua kermesse paesana di Miss Tricolore, ha vinto una ragazza di origine rumena (questa sarebbe la notizia, care Flavia Perina e Annalisa Terranova: a Mirabello il nazionalismo estetico non fa presa!), non c’è stato alcun svilimento del ruolo delle donne nella società italiana. Altro esempio: all’appello lanciato da Granata, ha replicato Generazione Italia con una dichiarazione eccessiva, da destra “identitaria” e galvanizzata, quale FLI per fortuna non è. Insomma, se a Gianfranco Fini è affidata la responsabilità di spiccare nuovamente il volo (a partire da domenica 11), al partito spetta almeno il compito di non segare il ramo su cui al momento siamo seduti. Nell’ultimo anno abbiamo avuto spesso ragione, ma abbiamo giocato molto a darci torto a vicenda: un sintomo di creatività e di sana “anarchia” intellettuale, in fondo, che andrebbe però canalizzato –  davvero e finalmente – attraverso le forme di partecipazione e competizione previste dallo statuto del partito.

Da domenica, insomma, ci aspetta una fase costituente. O ricostituente.